Una scolaresca proveniente da Roma si è appena messa in fila davanti al sontuoso portone in legno scuro. Due signore milanesi attendono il loro turno mentre alcuni bambini sbirciano incuriositi per cercare di vedere cosa si nasconde oltre la porta. Tutti gli occhi sono puntati sulle pareti color crema e ruggine di casa Manzoni. Il palazzetto, dove lo scrittore è vissuto per 60 anni, è oggi il cuore pulsante delle celebrazioni per i 150 anni dalla morte dell’autore de “I Promessi Sposi”.

Dal tardo pomeriggio alle 22 Casa Manzoni accoglie gratuitamente chiunque voglia vedere l’archivio, la camera da letto, il luogo del centro nazionale studi manzoniani.

Questa apertura straordinaria è stata inaugurata dalla visita del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il capo dello Stato ha assistito insieme alle istituzioni del territorio, dal sindaco Giuseppe Sala, al presidente di regione Lombardia Attilio Fontana, all’esecuzione dell’inno di Mameli nel cortile della casa. Il tour è proseguito al primo piano, tra le teche che contengono il materiale autografo dello scrittore. La visita è terminata nella sala rossa, dove il presidente ha tenuto il suo discorso davanti agli studenti del Liceo Manzoni e del Civico Polo Scuole Manzoni.

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Il fastidio che si prova quando, tra i banchi di scuola, viene imposta la lettura asettica dei capitoli manzoniani svanisce. L’ironia, l’empatia, il dar voce agli oppressi e non solo agli oppressori, diventano bagliori che illuminano sempre di più il volto di Manzoni e lo restituiscono come un cantore del seme che risiede nell’umanità.

Manzoni non è più solo uno dei padri del romanzo storico. Diventa il cantore della vita, delle difficoltà delle scelte individuali, delle responsabilità di quelle collettive. Il suo romanzo contiene le linee guida dell’unificazione nazionale, dovuta alla lingua, «un fattore decisivo per l’unificazione tanto che “I Promessi sposi” sono il grande romanzo storico su cui generazioni di italiani hanno imparato a scrivere e pensare: quasi una Bibbia laica» afferma il presidente onorario della Fondazione Centro nazionale Studi Manzoniani Giovanni Bazoli.

Manzoni è lo scrittore dei tipi umani, dei vizi prima che delle virtù, del groviglio che si nasconde nell’uomo, non dissimile in questo dallo sguardo di Dante. I suoi personaggi sono entrati a far parte del nostro immaginario, dall’arroganza di Don Rodrigo, alla paura tutta umana di Don Abbondio, sono nomi che, come ha affermato il presidente Mattarella, «ancora oggi, definiscono caratteri esemplari».

Dal particolare all’universale. La scrittura manzoniana sembra un telescopio in grado di osservare i dettagli per spiegare leggi universali. Il milanesi oppressi dal regime spagnolo nella Milano del Seicento non sono così dissimili dai contemporanei di Manzoni, in lotta per l’emancipazione politica, alla stregua di tutti i popoli che ancora oggi sono in cerca della loro indipendenza.

Secondo il presidente Mattarella «non c’è alcun quietismo, non c’è rassegnazione. Manzoni sostiene i moti di indipendenza nazionale, incoraggia i venti di libertà che spirano in Italia e in tante altre parti del mondo – non a caso nella “Pentecoste” cita America Latina, Irlanda, Libano e Haiti – giungendo, davanti alle aggressioni e alle ingiustizie, a teorizzare la legittimità della resistenza».

L’uomo è al centro dell’analisi letteraria di Manzoni. Lo sguardo di matrice umanistica, imbevuto del cattolicesimo, diventa la matrice della fratellanza tra esseri umani. La stessa matrice che si può rinvenire in tutti quei progetti politici che vanno al di là dei confini nazionali, che credono nelle federazioni e nell’incontro tra popoli e culture, come l’Europa sognata per cercare di ricucire le ferite delle guerre mondiali da Altiero Spinelli e gli altri padri costituenti. In Manzoni c’è anche il germe inconsapevole dell’universalità dei diritti umani. «Nell’idea manzoniana di libertà, giustizia, eguaglianza e solidarietà – afferma il presidente Mattarella – si può scorgere una anticipazione della visione di fondo della Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo del 1948, nata dopo gli orrori della Seconda Guerra mondiale, che individua la persona umana in sé, senza alcuna differenza, come soggetto portatore di diritti, sbarrando così la strada a nefaste concezioni di supremazia basate sulla razza, sull’appartenenza, e, in definitiva, sulla sopraffazione, sulla persecuzione, sulla prevalenza del più forte. Concetti e assunti che sono espressamente posti alla base della nostra Costituzione repubblicana».

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Dai capitoli del romanzo al coro dell’”Adelchi” fino alla tragedia del “Conte di Carmagnola”, nell’analizzare il particolare, Manzoni delinea contorni universali e condivisibili. Il punto di partenza imprescindibile resta sempre l’individuo, che al di là della corazza del “tipo” mostra le sue contraddizioni e crepe. Per questo motivo, Manzoni è per il presidente Mattarella «più popolare che populista»: empatizza con chi soffre, ricerca la giustizia sociale, rende le masse protagoniste per la prima volta di un romanzo ma rifiuta «la tendenza, registrabile in tutto il mondo, delle classi dirigenti a assecondare la propria base elettorale o di consenso e i suoi mutevoli umori, registrati di giorno in giorno attraverso i sondaggi, piuttosto che dedicarsi a costruire politiche di ampio respiro, capaci di resistere agli anni e di definire il futuro».

Forse è stato proprio questo scavo nelle contraddizioni dell’uomo a spingere alla partecipazione al “Maggio manzoniano”, un insieme di iniziative gratuite organizzate per diffondere l’opera dello scrittore. Due capitoli de “I Promessi Sposi” vengono letti ogni sera nella location meneghina per eccellenza: il Duomo. Il racconto di Manzoni si diffonde tra le arcate attraverso la voce degli attori del Piccolo Teatro, le descrizioni dettagliate rimbombano nelle navate, i commenti ironici e affilati riecheggiano tra le maestose vetrate.

«Abbiamo aperto con oltre 1000 spettatori, abbiamo una media di 500 spettatori ogni sera per le letture. Per il concerto del 22 maggio ci sono 2mila spettatori – spiega il direttore artistico Massimiliano Finazzer Flory – La cosa bella è che larga parte del pubblico è fedele, viene in continuità. Questo dimostra che la forza del romanzo è l’aggregazione». Secondo il regista e attore, l’attualità di Manzoni risiede nell’uso dell’ironia come strumento di analisi e racconto: «Ci insegna ad amare le contraddizioni della nostra vita, ad affrontare con altro sguardo il diverso da noi. È un romanzo storico che ricorda che ognuno di noi è storia e invenzione. Ci costringe ad amare la complessità di un mondo stupidamente semplificato».

Secondo Massimiliano Finazzer Flory, «Manzoni ci insegna ad amare le contraddizioni della nostra vita, ad affrontare con altro sguardo il diverso da noi. È un romanzo storico che ricorda che ognuno di noi è storia e invenzione. Ci costringe ad amare la complessità di un mondo stupidamente semplificato».

Manzoni continuerà ad annoiare, ad esser visto come un autore imposto, a non esser compreso fino in fondo. Ma da alcuni sarà visto come un luogo dove trovare la chiave per affrontare delle situazioni difficili.

Allo scoppio della pandemia nel febbraio 2020 il preside di un liceo scientifico milanese ha invitato i suoi studenti a leggere i capitoli XXXI e XXXII del romanzo perché, come sottolinea Bazoli, «lì c’era tutta l’idea della pericolosità dello straniero, della caccia agli untori, dell’emergenza sanitaria. La letteratura è stata la chiave per attraversare la tempesta».