Il 25 febbraio del 2011 piazza Tahrir al Cairo, in Egitto, si trasformava nel più affollato scenario di protesta che da almeno un secolo si fosse visto nel mondo arabo.In quella piazza, che i testimoni e i protagonisti continuano a definire come “elettrica”, per mesi si concentrarono i cittadini egiziani che chiedevano la fine del regime di Hosni Mubarak. Come loro e prima di loro avevano fatto i tunisini. Dopo di loro lo fecero i cittadini di decine di Paesi dell’area, dal Maghreb al Mashrek, dal Golfo al Corno d’Africa.

Queste rivoluzioni, in parte soppresse nel sangue dalle azioni dei governi (Bahrein, Siria), in parte divenute strumento chiave per il cambiamento del Paese e per l’avvio di un lungo periodo di transizione (Tunisia, Yemen), in parte degenerate in guerre civili (Libia), in parte ammorbidite per merito di concessioni di alcune monarchie (Marocco, Giordania), in parte sfociate in elezioni libere e ripiombate nelle dittature (Egitto), sono state oggetto di molte metafore da parte di media e analisti occidentali:definite prima “rivoluzioni del gelsomino”, poi “primavere”, salvo avere dato seguito alla degenerazione della metafora (“dalla primavera all’autunno”, “non primavere ma inverni”), queste proteste sono state anche interpretate come delle false rivoluzioni (“primavere spa”), negando del tutto la realtà profonda di questi Paesi e le parole e gli slogan ripetuti all’infinito in piazza, da tutte le componenti della piazza, laiche, religiose, di classe e di genere: “il popolo chiede la caduta del regime”, “pane e libertà”, “rabbia”, “dignità”.

Chi sostiene che le rivoluzioni del 2011 siano fallite, non ha visto o conosciuto le popolazioni di questi Paesi prima delle rivoluzioni, schiacciate da burocrazia, paura, disuguaglianza. E non le ha viste e sentite nemmeno durante e dopo, ignorando altre piazze che in questi anni hanno continuato a sfidare il malgoverno e la corruzioni della propria classe politica: in Algeria, Sudan, Libano, Iraq. Non ha conosciuto e ha disistimato, per opportunità di real-politik, centinaia di attivisti costretti all’esilio e che continuano a distanza la loro battaglia e la loro richiesta di giustizia e di diritti fondamentali, primo fra tutti quello a un sistema pluralista nei loro Paesi, anche se non necessariamente democratico, prima passo verso il cambiamento effettivo e l’abbattimento di monarchie assolute e regimi dittatoriali.

Noi di Magzine non abbiamo dimenticato quegli anni e proviamo a raccontarveli oggi, a distanza di un decennio, dalla prospettiva dei testimoni e dei protagonisti. Per capire se queste rivoluzioni, anziché il segno di un fallimento, non rappresentino invece – e lo diranno gli anni a venire – il seme della speranza.