Tra i Paesi arabi la Tunisia è uno stato che, con tutti i difficili aspetti che presenta e che molto spesso possono generare contraddizioni, continua a suscitare un sentimento di speranza. Se infatti è importante capire quali sono state le cause e quali implicazioni hanno riguardato la cosiddetta Rivoluzione dei Gelsomini del 2011, è ancora più importante analizzare quanto è rimasto di quei temi che animavano le piazze. In Tunisia, il gruppo del Quartetto è un insieme di organizzazioni (l’Ordine nazionale degli avvocati della Tunisia, la Confederazione tunisina dell’industria, l’Unione generale tunisina del lavoro e la Lega tunisina per la difesa dei diritti dell’uomo) che ha collaborato alla costruzione di una repubblica pluralistica. Un nuovo ordine che però si è tradotto sostanzialmente per la comunità Lgbt tunisina in un ulteriore periodo di rivendicazioni, anche se il ruolo del Quartetto è stato fondamentale per evitare una nuova deriva autoritaria e una possibile guerra civile.

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Ma se per alcuni le rivoluzioni arabe rappresentano una “primavera”, c’è chi pensa che per la comunità lgbt tunisina le rivoluzioni non siano altro che un lungo inverno ancora da affrontare. Nel Paese dei gelsomini infatti l’omosessualità è un reato che viene punito con una condanna fino a tre anni di reclusione e diverse dichiarazioni dei politici definiscono gli omosessuali come “delle persone da curare con intervento sanitario”.  Così, la comunità locale Lgbt chiede che il desiderio di libertà che ha guidato l’intero popolo tunisino a lottare per ottenere libertà di espressione, ora non debba lasciare indietro nessuno.

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In questo paese l’articolo 230, che condanna le persone omosessuali, è rigidamente osservato e temuto, e la polizia ha un peso e poteri molto ampi. Tra i tanti fatti che lo dimostrano, basti citare una vicenda del 6 settembre 2015, quando un ragazzo di 22 anni è stato arrestato e poi torturato. La polizia non solo lo ha sottoposto a dei test anali per verificarne l’omosessualità, ma lo ha inoltre interrogato duramente e torturato per il solo fatto che il suo numero fosse presente nella rubrica di un uomo morto una settimana prima. Si tratta di un evento che ha provocato lo sdegno e l’indignazione di tutte le realtà Lgbt arabe e anche di persone che generalmente non vestono i panni degli attivisti.

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Da quel momento in poi è nata, contemporaneamente al clima di rivoluzione che il mondo arabo stava vivendo, una vera e propria campagna online per la difesa dei diritti umani senza differenze di genere e di alcun genere.

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È proprio sulla scia della rivoluzione tunisina che nel 2011 alcuni attivisti del Bahrein per i diritti umani hanno creato Ahwaa. Si tratta del primo spazio di confronto online sui diritti Lgbt, un forum che permette alle persone di poter parlare, ma soprattutto di potersi confrontare su argomenti che riguardano le relazioni amorose. Un portale che raccoglie le notizie di tutti i Paesi del Nord Africa. Da questo punto di vista la rivoluzione della comunità Lgbt è stata digitale e ha dato modo agli omosessuali di capire che non erano soli, di potersi conoscere e incontrarsi in maniera discreta e di poter costruire dei canali comunicativi tra diversi Paesi arabi. La visibilità che ha fornito internet in questo senso è stata sorprendente: le associazioni Lgbt hanno infatti cominciato gradualmente a condividere contenuti “queer”, cercando di influenzare l’opinione pubblica, ottenendo come risultato una marea di post condivisi sugli account social a favore dell’abolizione del reato di omosessualità. Al momento il governo di Kais Saied continua a non esprimere segni di apertura, ma gli attivisti Lgbt tunisini e più in generale del mondo arabo, sono convinti che la diffusione dell’informazione su internet porterà ad un progressivo cambio di rotta.

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Un primo importante riconoscimento è stato ottenuto dall’organizzazione Shams, una onlus che ormai si batte da tempo per i diritti degli omosessuali e per la depenalizzazione del reato di omosessualità. Shams infatti è stata riconosciuta formalmente come onlus in grado di poter organizzare manifestazioni di piazza e rivendicazioni sociali. Il suo fondatore, Mounir Baatour, nel 2019 si era già candidato per le elezioni politiche, ma il suo nome era stato escluso dalle liste elettorali da parte della Commissione superiore indipendente per le elezioni. Tuttavia il risultato più significativo al momento è l’avere portato questi temi al centro della campagna elettorale del 2019, dove anche l’attuale presidente della Tunisia Saied aveva definito gli omosessuali come “persone che sono state pagate dall’estero per corrompere la morale islamica”.

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Ma in che modo in Parlamento viene combattuta la battaglia a difesa della comunità Lgbt tunisina? L’opposizione sta cercando di delegittimare la validità dei test anali (che tra l’altro non hanno nessuna evidenza scientifica). “In questo modo decadrebbe anche l’articolo 230 del Codice Penale, perché non ci sarebbe nessuno strumento per provare l’omosessualità delle persone”: questo è quanto afferma Khawla Ben Aïcha, deputata del Parlamento tunisino, militante del partito Maacrhou Tunes.

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Un Paese come la Tunisia, teso tra la difesa della morale islamica da attacchi del mondo laico, e il contrasto alle derive dell’Islam politico quando diventa terrorismo, è  incline a mettere in secondo piano diversi temi sociali, almeno quelli riguardanti i diritti civili di alcune minoranze. Per questo motivo il 15 gennaio del 2018 è nato a Tunisi  il primo festival Lgbt+ tunisino, con il nome di Mawjoudin Queer film festival, un’occasione per divulgare un diverso tipo di cultura da quella etero-normativa e fare attivismo attraverso l’arte. Sebbene la sede del festival non venga divulgata per motivi di sicurezza, si può dire che esiste un vero e proprio spazio fisico (conosciuto solo dai diretti interessati) in cui non c’è spazio per l’omofobia e dove sessualità è il tema centrale in discussione.