Se un giorno il popolo vorrà vivere /il destino dovrà rispondere /
la notte dovrà dissiparsi / e le catene dovranno spezzarsi
Abu al-Qasim al-Shabbi (1909-1934)

 Il 17 dicembre 2010 il tunisino Mohamed Bouazizi si dà fuoco di fronte al municipio della città di Sidi Bouzid. Ha solo 27 anni e di mestiere fa l’ambulante. Decide di togliersi la vita dopo essersi visto sequestrare dalla polizia il carretto con la propria merce, unica fonte di guadagno e di sopravvivenza. Prima di compiere questo gesto, scrive: «Perdonami, madre […] incolpa quest’epoca crudele, non me. Me ne vado, e il viaggio è senza ritorno. Sono stanco di piangere senza che le lacrime escano dai miei occhi […] Sono stanco, ho cercato di dimenticare tutto quel che è stato. Me ne vado, chiedendomi se questo viaggio mi aiuterà a dimenticare». Il gesto segna l’inizio delle cosiddette rivoluzioni arabe. A partire dalla Tunisia il vento della contestazione soffia fino in Egitto, Siria, Libia, Yemen e Bahrein creando un effetto domino che interessa in parte anche Iraq, Giordania, Marocco e Algeria.

Se da un lato le parole di Bouazizi sono elevate a “pura poesia” dalla scrittrice tunisina Andrea Assaf, dall’altro egli per il suo sacrificio  viene considerato, dal manifesto programmatico del collettivo tunisino Ahl al-Kahf, il “primo artista visivo della Tunisia”.  Per comprendere i risvolti culturali delle rivoluzioni del 2011 Magzine ha intervistato  il professor Paolo Branca, docente di Islamistica e Lingua e letteratura araba all’università Cattolica di Milano, il quale ha appena dato alle stampe Adab ‘arabi. Pagine di letteratura araba dagli inizi ai nostri giorni, pubblicato da Ares edizioni. Il libro è un’antologia di letteratura araba, che si propone di offrire una visione d’insieme, non limitandosi a trattare un solo genere né una determinata epoca. Dando spazio a narratori e poeti antichi e moderni, l’arco temporale affrontato spazia dal periodo pre-islamico giungendo fino ai giorni nostri. A completare il quadro d’insieme si aggiunge Arabpop. Arte e letteratura in rivolta dai paesi arabi edito da Mimesis e curato dalle arabiste Chiara Comito, fondatrice del principale sito web italiano sulla letteratura araba contemporanea e Silvia Moresi, docente e traduttrice. A raccontarci questa raccolta di forme e generi, frutto di una feconda stagione culturale è stata l’interprete e traduttrice Luce Lacquaniti, nonché coautrice del libro.

Le rivoluzioni creano nuove produzioni culturali che, grazie ai social network, vengono divulgate, sfuggendo alla cesura

Sebbene debba trascorrere molto più di un decennio per stabilire con piena esaustività l’eco culturale delle rivoluzioni arabe, «non vi è alcun dubbio che il loro scoppio sia coinciso con una esplosione di generi nuovi, dalla street art  ai graffiti sui muri, passando per le graphic novel fino ad arrivare al fumetto. . I social network inoltre si sono trasformati in cassa di risonanza delle proteste, diventando strumento per sfuggire alla censura e al contempo luogo di manifestazione della creatività dei giovani artisti arabi» commenta Branca, aggiungendo che «temi dei quali prima non si poteva parlare hanno trovato spazio nelle pagine degli autori». A questo proposito, continua il professore «il caso più eclatante in Egitto è rappresentato dallo scrittore Alaa al-Aswani, un dentista di professione con interessi letterari, tradotto in Italia da Feltrinelli. Nel romanzo Sono corso verso il Niloproibito in Egitto –  racconta l’occupazione di piazza Tahrir e la furia rivoluzionaria che invade le vite dei suoi protagonisti. Da laico egli sostiene che solo una transizione democratica possa risolvere  la corruzione del proprio paese. Inoltre, leggendo le sue raccolte di articoli, tradotte in lingua italiana, si nota una frase ricorrente in chiusura di ogni testo: “La soluzione è la democrazia”, laddove lo slogan dei fratelli musulmani era invece: “La soluzione è l’Islam”». Dello stesso autore è Palazzo Yacoubian che, come ricorda nelle pagine di Arabpop Chiara Comito, può considerarsi il primo best seller egiziano dell’era contemporanea. L’Egitto è infatti il primo fra i paesi arabi ad assistere alla nascita dei blog letterari, insieme alle case editrici indipendenti e ai circoli del libro.

Dalla letteratura militante, passando per il romanzo storico a quello distopico, sono tanti gli espedienti per dire la verità

E per una certa letteratura militante che ha scelto di raccontare la rivoluzione, ve ne è un’altra che ne ha anticipato gli albori, descrivendo il disagio sociale, economico e politico che si è poi manifestato nelle piazze.  Viene citato sia dal professor Branca che dall’arabista Comito il romanzo del siriano Mustafa Khalifa dal titolo La conchiglia. I miei anni nelle prigioni siriane edito da Castelvecchi: una cruda autobiografia che narra i 13 anni di prigionia di Khalifa ingiustamente accusato di essere affiliato ai Fratelli Musulmani. In Siria il regime di Bashar al-Assad ha soffocato nel sangue le rivolte del 2011. Scrive Branca in Adab ‘arabi: «Già da un secolo, dunque, la nascente letteratura siriana ha visto autori e opere d’impegno, vuoi nell’affermazione di una propria identità nazionale, vuoi nella denuncia di temi sociali (sacche di feudalesimo, settarismo, emancipazione femminile…) sullo sfondo della martellante retorica dei media ufficiali, tanto pronti a incendiare gli animi per mobilitare le masse e compattarle contro il nemico di turno, quanto a denunciare continui complotti e tradimenti». La violenza perpetrata sui civili ha tuttavia pervaso e influenzato la narrativa e la cultura siriana, come testimonia quest’estratto di Khaled Khalifa, tratto da Noi, eredi dei cantastorie siriani. È ora di usare l’arma della verità: «Abbiamo bisogno di verità in tempo di guerra, perché la vita e la morte dell’uomo non sono cose da prendere alla leggera. Abbiamo bisogno di una dose di bugia innocente, come nella scrittura, in tempo di pace e di amore per addolcire l’esistenza di fronte alla crudeltà imperante». Khalifa è anche autore di Morire è un mestiere difficile.

Dopo le rivoluzioni del 2011 hanno iniziato ad essere preponderanti, tra gli scrittori delle aree coinvolte dalle proteste, il romanzo storico e quello a tema fantastico/distopico. Ma, come sottolinea Arabpop, uno spazio è stato lasciato anche alla letteratura satirica, da sempre presente nel mondo arabo. Non a caso, il professor Branca ha deciso di raccogliere in un volume le barzellette arabe più esilaranti, espressione di un riso che, trattenuto, si fa spesso beffa dei regimi totalitari. Il libro s’intitola La vita è un cetriolo…Alla scoperta del mondo arabo edito dalla casa editrice Sud-nord: altri mondi. «È una forma di resistenza utilizzare l’ironia per consolarsi e prendere in giro i potenti. Ciò avviene sia nel mondo arabo che in Occidente. Nel primo caso, però, la barzelletta è in dialetto ed  tramandata oralmente, perché sarebbe impossibile la pubblicazione di una satira politicamente scorretta», commenta Branca.

I manifestanti riversatesi nelle piazze dieci anni fa, pur nella loro eterogeneità, formavano una sola voce che pretendeva: dignità, lavoro e libertà d’espressione. Quest’ ultima “richiesta” andava ad intaccare non solo i regimi, ma la storia stessa dei paesi coinvolti. «I popoli non occidentali sono molto tradizionalisti per indole e storia, avendo avuto regimi spesso autoritari. Non potendosi esprimere liberamente gli scrittori sono ricorsi e continuano a ricorrere ad espedienti letterari, come l’utilizzo delle metafore, o la creazione di universi distopici», continua il professor Branca . Ne è un esempio La fila, romanzo della scrittrice egiziana Basma Abdel Aziz, dove emerge l’incapacità di comprendere le volontà del regime,  nel dilagarsi di un’inquietudine dai tratti nettamente kafkiani. Ogni trucco svela un segreto, che in realtà è noto a tutti: le società sono regolate da iniqui rapporti di forza. Afferma Branca: «Ci sono sempre stati artisti, scrittori e poeti che nelle loro opere hanno fatto critica sociale, denunciando le difficoltà nel trovare un lavoro, l’impossibilità di esprimersi, le vessazioni del regime; la letteratura in  questo senso si è fatta carico dei problemi dei paesi coinvolti, nei limiti della censura e delle proprie capacità. La maggior parte degli scrittori nel corso di questi anni è poi dovuta fuggire in Europa o negli Stati Uniti. La struttura autoritaria che caratterizza i luoghi delle rivoluzioni poggia su una presenza capillare di esercito e polizia. Ancora oggi, molti intellettuali sono detenuti nelle carceri. Noi diamo per scontate delle conquiste abbastanza recenti, ottenute dopo la seconda guerra mondiale, che altri popoli non hanno mai raggiunto ma, paradossalmente, non ci sentiamo né privilegiati né responsabili».

Arabpop, pubblicato da pochi mesi in Italia, è un libro che raccoglie le esperienze artistiche e letterarie delle rivoluzioni arabe

Lo abbiamo citato più volte, ma che cos’è davvero Arabpop? L’intento – riuscito – di raccogliere  le  esperienze artistiche e letterarie  delle rivoluzioni arabe, rimaste fino a ora meno conosciute al grande pubblico, come i graffiti e la street art. Luce Lacquaniti, che ha curato il capitolo La strada è lo spazio comune, ha ripercorso per Magzine  le nuove espressioni della creatività araba, focalizzandosi  sulle arti visive, che ruotano intorno a due concetti: lo spazio e la  voce. «L’urgenza di riappropriarsi di queste fondamentali dinamiche nasce, ed è strettamente connessa, con le piazze piene di gente, il cui passaggio è marcato dai segni lasciati sui muri. In tal senso, le tecniche dei  graffiti e della street art risultano le forme forse più tangibili di cambiamento dello spazio pubblico» spiega la traduttrice,  aggiungendo che «forme d’arte prima sotterranee sono uscite allo scoperto, attraverso autorappresentazioni o scritte firmate da collettivi con un proprio statuto, come il tunisino Ahl al-Kahf. La reazione del potere è stata diversa da paese a paese e ha avuto forme e gradi di varia natura. Ad essere simili sono invece le modalità dei manifestanti, che utilizzano gli stessi slogan». Il più famoso è “Il popolo vuole abbattere il regime” pronunciato per la prima volta durante la rivoluzione tunisina come eco dei versi del poeta Abu al-Qasim al-Shabbi, emblema della materializzazione della voce.

 

Le opere realizzate sui muri delle città arabe  raccontano di una protesta dai toni femminili e femministi: «I modelli culturali e i rapporti di potere, in ogni  caso, si scontrano sempre sul corpo delle donne.  Altri temi chiave, perciò,  sono quelli legati alla visione dei rapporti di genere e al ruolo delle donne nella resistenza. Per loro è stato ed è più difficile riappropriarsi dello spazio, perché la loro stessa presenza è differente rispetto a quella degli uomini, nei paesi arabi. Detto questo, abbiamo visto e vediamo ancora una grande presenza delle donne nelle manifestazioni di piazza» commenta Lacquaniti. L’aver sdoganato certi tabù ha portato alla creazione di un contesto nel quale ci si è interrogati sulla propria identità. «Superando le versioni ufficiali date nei singoli paesi dai partiti unici, si è finito con il rimettere in discussione il panarabismo. Ci si riconosce infatti in una comune cultura araba, ma non solo. L’aver ripercorso  il passato per capire chi si è adesso è stata una operazione molto importante. Parliamo di popoli che prima di essere colonizzati dall’Occidente avevano vissuto sotto l’impero Ottomano: non siamo di fronte ad una identità monolitica». Questa riflessione ha portato al recupero di tradizioni nazionali a livello estetico, come nel caso dell’Egitto, dove è stata riscoperta l’arte copta e faraonica.

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Senza-titolo
Corteo funebre. Opera di Alaa Awad, Il Cairo 2012

L’interprete Luce Lacquaniti ha fatto di due passioni e competenze un mestiere. Laureata in Lingue e civiltà orientali e diplomata alla Scuola Romana dei Fumetti si impegna a tradurre il fumetto arabo in Italia, che «ha già raggiunto il grado di letteratura, cosa che ancora non accade con le brevi storie brevi antologiche. Nel mondo arabo queste ultime sono una novità, molto ancorata alla realtà locale. Il Libano è stato l’anticipatore di riviste di fumetto per adulti, autoprodotte, come Samandal nata nel 2007, dove diversi autori hanno pubblicato storie a puntate, che in alcuni casi sono poi state riunite in un unico volume uscito sotto forma di graphic novel, ad esempio Yogurt e marmellata di Lena Merhej o La trilogia di Beirut di Barrack Rima.  Negli altri paesi invece si è aspettato il momento propizio,  scaturito dalle rivolte del  2011, durante le quali si chiedeva libertà d’espressione; così in Tunisia è stata creata Lab 619. Non esistendo un vero mercato dell’editoria, sono gli autori delle storie ad organizzarsi in collettivi autonomi che danno vita a prodotti stravaganti e di grande libertà creativa, inserendosi nella cornice dello sperimentalismo».

Se in Italia la poesia è impopolare, nei paesi arabi è l’espressione letteraria per eccellenza

Se, come ricorda Silvia Moresi nelle pagine di Arabpop, in Italia la poesia è ancora considerata un genere poco popolare, nei paesi arabi è invece l’espressione letteraria per eccellenza che  «ha accompagnato ogni cambiamento politico e culturale […] e il suo indiscusso successo ha attraversato il tempo e lo spazio». La popolarità della poesia ha anche risvolti mediatici: il talent show Amir al-shu ‘ara’, mandato in onda dal 2007 dalla televisione di Abu Dhabi, ha come protagonisti giovani poeti emergenti. Le rivolte del 2011 sono state cantate in versi e alimentate dai loro cantori,  tanto che tre anni più tardi l’emittente al-Jazeera ha trasmesso The Poets of Protest, una raccolta di sei documentari che illumina le storie di alcuni poeti arabi coinvolti nelle rivolte, come cittadini e letterati. I diwan (raccolte di poesie) successivi a questi avvenimenti «hanno rinnegato antenati e maestri, sperimentato nuovi stili mescolato linguaggi, conservando come comune denominatore l’urgenza della scrittura, l’entusiasmo, ma anche il peso di dover dire la violenza»  sottolinea l’arabista Moresi. Tra i poeti da lei citati ricordiamo gli egiziani Tamin al-Barghuhi, che spronò le rivolte con il suo componimento Ya Masr hanet (“Egitto ci siamo quasi”) e Hisham al-Gakh, il quale si caratterizza per una produzione soprattutto orale. C’è poi il siriano Aboud Saeed, che ha pubblicato i suoi primi versi sui social network, venendo paragonato per lo stile sarcastico perfino a Henry Miller e Charles Bukowski. Si riporta qui l’estratto di una poesia pubblicata come status di Facebook e tradotta da Moresi per Arabpop.

Per quelli che mi chiederanno: chi è Aboud Saeed?
Sono Aboud Saeed, residente a Mnabij, dove le ragazze non vanno nei bar
e l’edificio più alto ha quattro piani./[…] Mamma, guarda, questa è Ava Rose, la più grande pornostar di sempre,
mamma mi sono masturbato tre volte.
Mamma, guarda, questo invece è il video di un ragazzino: lo prendono.
Lo torturano, lo bruciano e lo gettano in strada./[…] Vorrei sposare Salma al-Masri, e vorrei un’ambulanza che ci porti fuori da questo paese-cimitero,                  dopo il matrimonio
(Afham shakhs bi al-Facebook)

Mazen Maarouf invece è nato in Libano da rifugiati palestinesi, oggi vive in Islanda e il suo linguaggio poetico assume toni cupi e surrealistici.  Ghayath al-Madhoun è forse la sintesi di espressioni poetiche differenti, oltre che sostenitore del poetry film. Le sue ultime due raccolte sono Non posso essere presente e Adrenalin. Temi ricorrenti delle sue poesie sono la solitudine, la condizione di immigrato e la nostalgia verso il proprio paese d’origine. Sue le parole:

Lasci che ti parli della verdura che non ha sapore, dei fiori che non hanno profumo, del razzismo celato in un sorriso. Lascia che ti parli dei fast-food, dei treni veloci, delle relazioni veloci, del ritmo lento, della tristezza lenta, della morte lenta.
(La astati’ al-hudur)

Le produzioni culturali nate prima e dopo le rivoluzioni arabe potranno essere censurate, rimosse dai muri e dalle strade, ma non svaniranno mai nelle menti e negli animi di coloro che sono scesi in piazza per chiedere libertà, e di quanti potranno conoscerle.  Come ricorda il professor Branca «abbattere è facile, ma costruire un’alternativa, non è così semplice. D’altra parte, se nei paesi protagonisti delle rivolte si riuscissero a creare dei corpi intermedi, spina dorsale della democrazia, si potrebbe sperare in altre dinamiche».  Il drammaturgo siriano Sadallah Wannus (1941-1997) aveva scritto: “E io sognavo una poesia che terminava in una rivolta di piazza”. Oggi sappiamo che il suo sogno si è avverato.