Bastò un fiammifero per innescare la rivoluzione. Il 17 dicembre del 2010 Mohamed Bouazizi, venditore ambulante tunisino, si diede fuoco nei pressi dell’ufficio del governatore di Sidi Bouzid, una cittadina nel cuore della nazione. Mohamed era stanco dei soprusi della polizia locale, che continuava a sequestrargli la verdura che vendeva sul suo carretto. La sua immolazione denunciava il disagio di un’intera nazione, che nel giro di pochi giorni, nel suo nome, scese in piazza per chiedere lavoro, libertà e dignità, in un paese schiacciato da corruzione, clientelismo e disoccupazione.

Ben presto, a partire dalle prime settimane del 2011, quella rivolta diventò la rivoluzione di un’intera area che dal Nord-Africa si espanse, con alterne fortune, fino alla penisola araba, e che portò alla deposizione dei regimi di Ben Ali in Tunisia, Mubarak in Egitto, Gheddafi in Libia e Ali Abdullah Saleh in Yemen. “Quello che è accaduto nel 2011 è stato inaspettato per molti analisti – dice Leila El Houssi, professoressa di storia del Medio Oriente presso l’università di Firenze – Si potrebbe dire che è stato eliminato quel bavaglio cui quei popoli erano costretti dai loro regimi. Spesso non si guarda a ciò che hanno subito per decenni dalle dittature. Ci si dimentica l’imposizione dell’obbedienza, la privazione della libertà d’espressione, la sofferenza fisica e psicologica che hanno patito”, ricorda.

 

via Wassim Ben Rhouma - Flickr.com (CC BY-NC-ND 2.0)

via Wassim Ben Rhouma – Flickr.com (CC BY-NC-ND 2.0)

“È stato eliminato quel bavaglio cui quei popoli erano costretti dai loro regimi”, afferma la prof.ssa El Houssi

“In quel momento ribellarsi all’autorità significava osare moltissimo”, nota Paola Gandolfi, docente di antropologia culturale dei paesi arabo-islamici del Mediterraneo presso l’Università di Bergamo. “Del lascito delle rivoluzioni arabe – continua – una delle più grandi acquisizioni è stata la conquista del diritto a non avere più paura. Questa cosa è vera soprattutto in Tunisia, dove ora, nonostante le contraddizioni, le tante disparità che ancora esistono, almeno c’è la possibilità di esternare questa frustrazione, e le continue manifestazioni di questi anni lo dimostrano.”

Le rivendicazioni tunisine, infatti, non sono finite con la deposizione di Ben Ali: “Dal punto di vista economico e sociale non ci sono stati grandi cambiamenti – osserva Giada Frana, giornalista che dal 2014 ha raccontato le numerose rivolte in quel Paese – Penso, per esempio, al lavoro: le promesse fatte non sono state mantenute e gli ostacoli burocratici hanno impedito ai giovani di investire nel proprio futuro, costringendoli spesso a emigrare.” Nel corso degli ultimi anni Frana ha avuto modo di conoscere e intervistare molti giovani che hanno preso parte alle continue rivolte: “Le loro istanze non sono cosi diverse da quelle dei giovani italiani. Vorrebbero un loro spazio nella società, vorrebbero riscattarsi in qualche modo, sentono che il loro futuro viene rubato. La società civile è comunque sempre molto attiva e ora non sta più zitta o immobile quando nota che qualcosa non va”, commenta la giornalista.

via Wassim Ben Rhouma - Flickr.com (CC BY-NC-ND 2.0)

via Wassim Ben Rhouma – Flickr.com (CC BY-NC-ND 2.0)

“Una delle più grandi acquisizioni è stata la conquista del diritto a non avere più paura”, dice la prof.ssa Gandolfi

Quello che accomunava chi scendeva in piazza nei mesi della rivoluzione araba era, da un lato, un grandissimo sentimento di ingiustizia, ma dall’altro una grande volontà di cambiare. “Questo desiderio forte di cambiamento unito al sentimento di indignazione è stato il grande motore di quel momento storico”, afferma la professoressa Gandolfi, che nell’ultimo decennio ha concentrato i suoi studi su Tunisia e Marocco. Nonostante la repressione, la società tunisina portava avanti una lotta strenua per la rivendicazione dei diritti di base. “A questa domanda di altro – prosegue Gandolfi – dobbiamo aggiungere la diffusione del web e i new media, una vivacità nella produzione artistica e culturale, che hanno creato senza dubbio la possibilità di condividere e di vedere degli scenari alternativi a quelli che venivano vissuti. E oltre a ciò, non si può ignorare che questi sono paesi che hanno molta della propria popolazione che si trova altrove. Il che permette alle idee, agli immaginari, alle sollecitazioni di cambiamento di circolare”, sottolinea l’antropologa.

A dieci anni di distanza è necessario guardare ancora una volta a quel movimento. “Le cose sono molto cambiate nella riva sud del Mediterraneo – analizza ancora la professoressa El Houssi – c’è stata una frattura col passato e tutti i paesi dell’area sono stati toccati da questo grande evento. La Tunisia, ad esempio, ha intrapreso un percorso di democratizzazione: c’è stata una regolare alternanza politica, libere elezioni, c’è una società civile vigile e attenta a quello che si compie dall’alto. Ci sono stati altri paesi, invece, che hanno subito una certa involuzione, ma la storia insegna che questi percorsi sono molto lunghi, tortuosi e complessi. Il futuro dipenderà, a mio avviso, dalla forza delle società civili di ogni paese più che dalla politica ‘alta’.”

Il bilancio della storica è senz’altro positivo: “Il lascito straordinario è che questi popoli hanno preso coscienza della possibilità di esprimersi, di determinarsi, della loro libertà. Chiaramente – conclude – in molti paesi perdurano certe imposizioni, ma la volontà del popolo e del singolo hanno finalmente trovato la loro voce.”