«Era Pasqua del 2011 e c’era ancora il coprifuoco post-rivoluzione. Quando io e la mia famiglia siamo arrivati in Tunisia, l’aeroporto di Cartagine era pieno di parenti che piangevano. Erano lacrime di chi aveva perso qualcuno per tanti anni e l’aveva ritrovato. Quel qualcuno ero io».

Takoua Ben Mohamed, fumettista e graphic journalist cresciuta in Italia, autrice di libri best seller come Sotto il velo per Becco Giallo editore, aveva quasi vent’anni quando ha fatto ritorno a quella che fino all’età di otto anni era la sua casa, in Tunisia. La storia della sua famiglia e della lotta contro la dittatura di Ben Alì inizia proprio in mezzo al deserto, in un’oasi non molto distante da Douz, un paesino conosciuto come “la porta del Sahara”.

La fumettista Takoua Ben Mohamed: “In realtà avevo cancellato completamente la mia identità tunisina e non potevo dire che mio padre era un rifugiato politico”

«Io non sapevo niente della mia città natale e dei miei parenti. Quando andavo a scuola, i miei compagni mi chiedevano come mai non tornassi in Tunisia e mi giocavo sempre la scusa che non ce lo potevamo permettere economicamente.   In realtà avevo cancellato completamente la mia identità tunisina e non potevo dire che mio padre era un rifugiato politico e che quindi noi automaticamente, anche se non a livello formale, non potevamo tornare in Tunisia perché avremmo avuto problemi alla frontiera e con quelli degli Interni». Quando suo padre fu costretto a lasciare Takoua ancora in fasce, gli altri cinque figli e sua moglie, era l’ultimo giorno d’estate del 1991 e, da allora, le forze dell’ordine perquisivano la loro casa ogni settimana in cerca di indizi, mettendola a soqquadro e lasciando tanta amarezza.

“Eppure, diversamente da tante famiglie tunisine che si sono disgregate, la mia è rimasta sempre unita grazie alla forza di mia mamma”

«Prima di arrivare in Italia, mio padre è stato in Sudan – racconta la giovane illustratrice – perché era l’unico paese arabo che non mandava indietro gli oppositori politici tunisini. Poi la situazione si è fatta un po’ più strana anche lì e tutti i dissidenti hanno dovuto rimettersi in viaggio. Eppure, diversamente da tante famiglie tunisine che si sono disgregate, la mia è rimasta sempre unita grazie alla forza di mia mamma». Negli otto anni passati lontani fisicamente, in molti avevano suggerito ai suoi genitori come unica strada il divorzio. Anche durante i controlli, la polizia spingeva la donna a rifarsi una famiglia, ma per Mounira il padre dei suoi figli era solo uno, Mohamed, e non lo avrebbe mai lasciato. Anche quando tutto sembrava andare per il verso sbagliato, la speranza era l’unica forza che riusciva a tenere salda la famiglia. «È una storia d’amore abbastanza romantica. Mamma ci ha sempre parlato bene di nostro padre, come di una persona che non ci ha abbandonato per sua scelta; quindi ha fatto crescere in noi un amore nei confronti di un uomo che non ricordavamo. Questo lo può fare solo una madre ed è stato grazie a lei se il ricongiungimento con nostro padre è stato pacifico ed amorevole. Non dico che non ci siano stati dei problemi anche perché al nostro primo incontro al porto di Napoli ho visto un uomo bianco con gli occhi verdi e mentre mia mamma mi assicurava che fosse mio padre, io dicevo che ero mulatta e che lui invece era troppo bianco».

Takoua sorride mentre ripensa a quei primi ricordi italiani e alla travagliata storia della sua famiglia e della sua terra d’origine che ha deciso di raccontare in una delle sue graphic novel, La rivoluzione dei gelsomini, edita da Becco Giallo. «Questo libro è fatto più per me che per il pubblico. Il contenuto non è niente rispetto a quello che è successo realmente in quegli anni perché ci sono tante cose che non ho voluto riportare per salvaguardare la privacy dei membri della mia famiglia. Non si tratta solo di me, quindi mi sono messa un limite: ho raccontato il raccontabile e le cose più generiche che sono state vissute anche da tante altre famiglie tunisine – spiega la fumettista – Così, dopo quell’incontro all’aeroporto di Cartagine, ho iniziato a pormi delle domande e il mio lavoro di ricerca è partito proprio dai miei genitori e dagli archivi familiari. Ovviamente c’erano delle cose che sapevo già perché le avevano spiegate a me e ai mei fratelli una volta arrivati in Italia, ma anche loro ci raccontavano il raccontabile. Poi quando sono cresciuta hanno aggiunto sempre più dettagli, soprattutto dopo la rivoluzione».

“Chi restava a portare avanti i movimenti di protesta erano le donne: mamme di famiglie, nonne, contadine. Tutte donne sottovalutate dal governo tunisino”

Per Takoua la disoccupazione giovanile, la mancanza di libertà di espressione e la crisi economica sono cause concatenate l’una all’altra e che hanno portato i cittadini tunisini a scendere in piazza per i propri diritti. «Gli attivisti dei partiti oppositori sono stati incarcerati, cacciati via dal paese o ammazzati. Chi restava a portare avanti i movimenti di protesta erano le donne: mamme di famiglie, nonne, contadine. Tutte donne sottovalutate dal governo tunisino, ma sono loro che hanno portato avanti queste idee, crescendo da sole la generazione che ha fatto poi la rivoluzione del 2011». Proprio per questo motivo, le protagoniste della graphic novel sono le figure femminili: la mamma Mounira, la zia Mariam e la nonna. «Per la società tunisina le donne sono un pilastro fondamentale ed è sempre stato così, nonostante ci siano ancora modelli maschilisti e patriarcali. Il tasso d’istruzione tra le donne è più alto rispetto a quello degli uomini, ma in generale la cultura è un elemento fondamentale e tra i giovani il livello di istruzione è elevato rispetto al numero dei posti di lavoro. Quindi tu studi, ottieni lauree e master, per poi ritrovarti disoccupato».

Quando era ancora in Tunisia, il papà di Takoua era un insegnante, poi ha continuato a studiare sia Sudan che in Italia, dove, oltre al lavoro, si è dedicato al volontariato insieme a tutta la sua famiglia. Adesso è in pensione, collabora insieme alle istituzioni romane nel dialogo interreligioso e fa l’imam alla moschea di Centocelle «perché è ciò che ha sempre voluto fare». Una delle sorelle della graphic journalist, Imen, è stata deputata del partito Ennhada, principale espressione della Fratellanza Musulmana. «Ha finito il suo mandato nel novembre del 2019, ma già dopo le rivoluzioni, all’età di 27 anni, ha contribuito alla riscrittura della costituzione tunisina».

“Vedo caos in Tunisia, ma credo che la democrazia stessa sia un bel caos”

Dietro tante soddisfazioni e responsabilità, c’è una tradizione di attivismo e di ribellione. Takoua dimostra questo spirito e il suo carattere forte con le parole e con i disegni. «Penso che la rivoluzione del 2011 non sia stata fatta né per la mia generazione né per le generazioni precedenti, ma per quelle future, che stanno crescendo in questo momento. Una rivoluzione è un reale cambiamento che subisce un paese e la Tunisia effettivamente non sa neanche che cosa sia la democrazia e non l’ha mai saputo. Quindi credo che per vedere gli effetti di quelle proteste ci vogliano almeno venti o trent’anni, solo che non siamo più un popolo paziente. Vedo caos in Tunisia, ma credo che la democrazia stessa sia bel caos. C’è ancora molta corruzione, disoccupazione e gli attentati che ci sono stati non hanno aiutato per niente questo processo di cambiamento. Io spero e confido nelle nuove generazioni affinché possano crescere con un concetto di società, di Stato e di Paese diverso rispetto a chi è nato e cresciuto sotto la dittatura».

Takoua ha avuto la fortuna di vivere in Italia, ma ancora non sa effettivamente dove sia casa sua. Fuori dai confini del Bel Paese e da quelli della sua terra natìa si presenta come italo-tunisina, ma quando vi fa rientro si sente sempre fuori posto. «Se dico sono italo-tunisina in Italia, mi rispondono che sono tunisina, se lo dico in Tunisia replicano che sono italiana – ride –  Però a me va bene così perché non voglio essere caratterizzata con una sola identità e non voglio appartenere a un solo luogo».   Non so se questo sia un viaggio di andata oppure di ritorno. Casa mia non so dov’è.