La vicenda di George Floyd è soltanto l’ultima goccia di una striscia di sangue lunga secoli, e la sua morte è soltanto l’ultimo abuso in secoli di privazioni e soprusi. Per questo, in tantissime città d’oltreoceano, si è scatenata un’ondata di proteste che non accenna ad arrestarsi, al grido di “black lives matter”. Così, dopo giorni caldissimi, Derek Chauvin, l’agente responsabile della morte del 46enne afroamericano, ha visto l’accusa nei suoi confronti passare da omicidio di terzo grado a omicidio di secondo grado – per la legge italiana, da omicidio colposo a volontario – e rischia fino a 40 anni di carcere. Ma se quello che accade negli Stati Uniti e si è diffuso come protesta collettiva al di là del mondo anglosassone segna la prima grande risposta globale al tabù del razzismo, la vicenda di Floyd e tutte le morti che precedono quest’ultima, portano all’attenzione l’abuso di potere da parte di chi detiene l’ordine pubblico. E non si tratta solo di un problema americano.Con un occhio al disagio e al desiderio di giustizia diventato gangsta-rap a Los Angeles e l’altro a episodi simili accaduti anche in Italia, abbiamo cercato di  capire perché quello che succede a Minneapolis ci chiama e non è così lontano da noi.