Sull’asfalto, faccia a terra. Mani dietro la schiena, ai polsi le manette. Un ginocchio a fare pressione e a comprimere le vie respiratorie. Urla disperate, richieste di aiuto, suppliche. E infine morte, per asfissia.

Questa è la cronaca di due morti inflitte. Cronaca della morte di George Floyd, ma non solo. Cronaca, ridotta agli istanti finali, di quanto accaduto a Federico Aldrovandi. Due casi distanti tra loro quasi 15 anni e migliaia di chilometri, ma con tanti punti di contatto. “Innanzitutto, il mancato rispetto di norme di diritto internazionale inderogabili sull’uso della forza, che stabiliscono che esso sia limitato a situazioni in cui vi è una immediata minaccia alla vita di persone presenti sulla scena o degli agenti. In nessuno dei due casi l’uso della forza in quel modo è stato legittimo – spiega Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia –. In secondo luogo, l’evidente ignoranza delle procedure di contenimento e di blocco a terra nel corso di un fermo. Infine, un’analogia più sfumata: la cultura del sospetto. È come se ci fosse una sorta di pregiudizio che fa sì che i tutori dell’ordine ritengano una minaccia le persone che hanno di fronte, a prescindere dagli atti che stanno compiendo”. E il pregiudizio, nel caso americano, è evidentemente di tipo razziale. “Un bianco che cammina con le mani in tasca ha freddo, un nero che cammina con le mani in tasca sta nascondendo un’arma. Un nero che corre in autostrada ha appena fatto una rapina, un bianco che corre in autostrada è in ritardo per un appuntamento di affari – continua Riccardo Noury –. Queste metafore sono molto utilizzate negli Stati Uniti per descrivere questa attitudine razzista radicata in alcuni dipartimenti di polizia”.

George Floyd è soltanto l’ultima goccia di una striscia di sangue lunga secoli, e la sua morte è soltanto l’ultimo abuso in secoli di privazioni e soprusi. Per questo, in tantissime città d’oltreoceano, si è scatenata un’ondata di proteste che non accenna ad arrestarsi, al grido di “black lives matter”. Così, dopo giorni caldissimi, Derek Chauvin, l’agente responsabile della morte del 46enne afroamericano, ha visto l’accusa nei suoi confronti passare da omicidio di terzo grado a omicidio di secondo grado – per la legge italiana, da omicidio colposo a volontario – e rischia fino a 40 anni di carcere. La speranza è che questo passo avanti non debba essere ricondotto soltanto al fatto che milioni di persone sono scese in strada durante una pandemia e vogliamo credere che la giustizia farà il suo corso a prescindere dalle proteste.

Ma che cosa sarebbe successo, dal punto di vista giudiziario, se il caso George Floyd si fosse verificato in Italia? Se un cittadino italiano fosse morto mentre era affidato alle mani dello Stato?

L’Italia il suo George Floyd lo ha già avuto. George Floyd è Riccardo Magherini, è Giuseppe Uva, è Stefano Cucchi. Ma, come ricordato in precedenza, i contorni della vicenda e le modalità dell’uccisione ci riportano soprattutto a quella mattina non ancora sbocciata del 25 settembre 2005 a Ferrara, quando Federico Aldrovandi morì per asfissia da posizione, nel luogo in cui era stato fermato da una pattuglia (proprio come il 46enne afroamericano). Sul suo corpo vengono rinvenuti 54 segni tra lesioni e lividi, un importante schiacciamento dei testicoli e una lunga escoriazione sulla natica sinistra, segno di trascinamento sull’asfalto. “Come Floyd urlava “I can’t breathe”, così faceva anche Federico gridando “basta, aiuto” “, ricorda Micol Lavinia Lundari, cronista de La Repubblica, che ha seguito il caso soprattutto nei suoi sviluppi processuali. Ad entrambi sono state inflitte sofferenze enormi prima che sopraggiungesse la morte, come diretta conseguenza. E queste sofferenze hanno un nome ben preciso: tortura. È così che la convenzione di New York contro la tortura del 1984 definisce tutti quegli atti dei pubblici funzionari, quindi anche delle forze dell’ordine, che causano sofferenze acute a una persona al fine, per esempio, di punirla o intimidirla, o per qualunque motivo di discriminazione. La necessità di una tale specificazione nasce dalla volontà di evitare che le forze di polizia abusino della facoltà, che la legge attribuisce loro, di usare la forza per respingere una violenza o anche vincere una resistenza.

In Italia, si è dovuto attendere più di 30 anni affinché nell’ordinamento fosse introdotto il reato di tortura che prevede la pena della reclusione da 5 a 12 anni per il pubblico ufficiale ritenuto colpevole. Attorno alla sua disciplina, tuttavia, si annidano dubbi e opinioni contrastanti.

In Italia, si è dovuto attendere più di 30 anni, in particolare il luglio del 2017, affinché nell’ordinamento fosse introdotto questo reato, che prevede la pena della reclusione da 5 a 12 anni per il pubblico ufficiale che abbia torturato, la quale sale a 30 anni nel caso dalle torture derivi la morte come conseguenza non voluta e fino all’ergastolo nel caso la morte sia cagionata volontariamente. Attorno alla sua disciplina, tuttavia, si annidano dubbi e opinioni contrastanti. Sarebbe stata applicata se Federico Aldrovandi fosse stato ucciso oggi o se George Floyd fosse stato ucciso sul territorio italiano? “Un fatto come quello avvenuto a Minneapolis, in Italia, mostrerebbe con plastica evidenza che si tratta di una fattispecie che è difficile applicare a comportamenti pesantemente sbilanciati a danno del privato cittadino posto nelle mani dell’autorità pubblica. Invece di attenerci alla definizione della Convenzione, la abbiamo arricchita di tutta una serie di elementi che non hanno alcuna funzione se non quella di renderne più delicata e difficile l’applicazione”, commenta Tullio Padovani, avvocato e accademico dei Lincei, che più volte è stato udito alle camere durante l’iter di approvazione della legge e le cui raccomandazioni non sono state evidentemente seguite.

Sono molte le deviazioni del reato introdotto nel codice penale italiano rispetto alla Convenzione di New York: la fattispecie, infatti, vede tra i responsabili non soltanto i funzionari pubblici, ma anche i privati cittadini. “Questa disposizione – prosegue Padovani – è nata per tutelare il privato che è nelle mani del potere pubblico e che dovrebbe essere garantito molto più che in altri contesti, proprio perché lo Stato ha una funzione di tutela e garanzia nei suoi confronti. Invece, di fatto, sarà applicata molto più facilmente ai privati cittadini che commettono gravi maltrattamenti, per due motivi. Innanzitutto, perché si prevede che il fatto sia commesso con più condotte o comporti un trattamento inumano e degradante: nel caso Floyd non ci sono più condotte, è difficile rintracciarne una pluralità, è la stessa condotta che si protrae per circa 8 minuti, mentre il termine “trattamento” implica che la condotta sia abituale. L’altro ostacolo è il terzo comma, che prevede che il pubblico ufficiale non possa essere incolpato nel caso in cui le sofferenze risultino dall’esecuzione di misure legittime.C’è da capire, dunque, se le misure usate sono legittime.  Nelle vicende di George Floyd e di Federico Aldrovandi questo problema non dovrebbe porsi: se anche la misura era legittima, comunque si è andati oltre perché niente autorizza ad uccidere e quindi si risponde perlomeno di omicidio preterintenzionale. Capita di rispondere di omicidio colposo, ma è scandaloso”.

Ed è proprio quello che è successo nel caso del 18enne di Ferrara. I quattro agenti responsabili sono stati condannati per “eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi”: è stato riconosciuto che qualcosa di sbagliato è stato fatto, che si è ecceduto, sì, ma non volontariamente e comunque nell’ambito di misure legittime. Le sentenze devono essere accolte e rispettate, ma le foto del corpo di Federico si scontrano con questa interpretazione. “Un reato più grave come l’omicidio preterintenzionale è stato contestato nel caso Cucchi, che presenta una differenza fondamentale rispetto a quello di Aldrovandi: la confessione da parte di uno dei coinvolti – afferma Luigi Manconi, primo firmatario della proposta di legge sulla tortura –. Interviene una prudenza ispirata all’idea che le forze di polizia non possano essere messe in discussione, criticate in profondità e quindi non si possa imputare loro un comportamento criminale volontario o preterintenzionale, ma al più un eccesso. Con la tortura si vuole superare questo atteggiamento di preoccupazione di interferire con i comportamenti di un apparato dello Stato”.

A lungo l’introduzione della fattispecie è stata osteggiata dalla grande maggioranza della classe politica italiana, che ha temuto di inimicarsi le forze dell’ordine attraverso provvedimenti che potevano apparire limitanti della loro libertà d’azione. Nessuno meglio dell’ex senatore Manconi può spiegare quali erano le principali motivazioni degli oppositori. “Dicevano che si sarebbe impedito ai poliziotti di fare il loro lavoro, che li avremmo lasciati in balia dei delinquenti che avrebbero tutti potuto dire di essere stati torturati, che si sarebbe confuso l’uso legittimo della forza con torture che invece la polizia non usa commettere”.

A lungo l’introduzione della fattispecie è stata osteggiata dalla grande maggioranza della classe politica italiana, che ha temuto di inimicarsi le forze dell’ordine attraverso provvedimenti che potevano apparire limitanti della loro libertà d’azione. A tutt’oggi uno degli ostacoli posti è l’identificazione degli agenti tramite codici alfanumerici da esporre sulla divisa

Argomentazioni della stessa matrice vengono riproposte relativamente a un tema strettamente legato a quello della tortura e in generale all’abuso di potere da parte della forza pubblica e cioè quando si parla di identificazione degli agenti tramite codici alfanumerici da esporre sulla divisa. Subito le antenne dei sindacati di polizia e di certi partiti politici si drizzano e riemergono i medesimi pregiudizi, nonostante i dati dicano che siamo un’eccezione nell’Unione Europea. “Durante le attività di controllo dell’ordine pubblico essere riconoscibili è una garanzia per i manifestanti, perché consente di individuare esattamente le responsabilità anche a fonti terze, tipo gli operatori del mondo dell’informazione – ricorda il portavoce di Amnesty International Italia –. Ma è una garanzia anche per le forze di polizia, perché se succede qualcosa, si possono identificare i responsabili specifici di un comportamento che viola la legge. Del resto, è abbastanza inspiegabile il motivo per cui un controllore su un treno debba avere il suo nome stampato su un badge da tenere in vista e un agente di polizia possa sgomberare una piazza con tutte le caratteristiche per non essere riconosciuto. In ogni caso, è sempre stato chiaro che il limite della portabilità dei codici alfanumerici è quello dell’ordine pubblico: non si è mai pensato di imporlo durante un’operazione contro la criminalità organizzata, evidentemente da gestire in un altro modo”. Il dibattito sul tema, come su tante altre questioni in materia di diritti umani, è fermo, con la pandemia che ha contribuito a congelarlo per fare spazio a urgenze prettamente economiche che si fanno sempre più pressanti.

In attesa di capire se il delitto di tortura sarà effettivamente applicato in futuro a casi come quello di Federico Aldrovandi o George Floyd, possiamo dire che l’introduzione dello stesso nel nostro ordinamento ha per lo meno avuto il merito di chiamare le cose col loro nome e di far entrare nel codice una parola rimasta tabù per 30 anni.

Nel frattempo, la speranza è di non sentire più “It’s a great day for him and it’s a great day for everybody”, “Capisco il dolore di una sorella che ha perso il fratello, ma mi fa schifo. Si dovrebbe vergognare”, “La droga fa male”, “Se avesse condotto una vita sana, se non si fosse drogato, se non fosse entrato in un tunnel che l’ha portato agli arresti, non sarebbe successo”, “Se uno ha disprezzo per la propria condizione di salute, se uno conduce una vita dissoluta, ne paga le conseguenze”, “Quelle fratture rinvenute dall’esperto erano vecchie. Probabilmente è stato picchiato, ma prima”, “Non ho strumenti per accertare, ma di una cosa sono certo: del comportamento assolutamente corretto da parte dei carabinieri in questa occasione”, “Questo ragazzo, se ci fosse stato il taser, sarebbe ancora vivo”, “Quella macchia rossa che è dietro è un cuscino, non è sangue”.

Ma, soprattutto, la speranza è che nessuno debba mai più temere per la propria vita o incolumità quando è nelle mani dello Stato.