Intro

«I can’t breathe»: proprio come la sistematica violenza poliziesca contro i membri della comunità nera, persino l’ultima supplica di George Floyd non è affare nuovo negli Stati Uniti. Quel grido disperato e vano, composto dalle stesse identiche parole e ripreso allo stesso modo in un video, accomuna la sua morte e quella di Eric Garner, cittadino di colore strozzato nelle medesime circostanze, ma sei anni prima, a Staten Island (New York), Neppure un mese più tardi – ma lontano da lì, nel Midwest, a Ferguson (Missouri) – la polizia avrebbe giocato al tiro a bersaglio col nero, rispondendo ad un piccolo furto in un supermarket commesso da due ragazzi disarmati e lasciando senza vita il corpo di Michael Brown, diciott’anni appena compiuti. Quest’ultimo omicidio innescò disordini destinati a proseguire per oltre due settimane e, insieme agli strascichi di quello precedente e al tragico errore che portò alla morte di Tamir Rice a Cleveland (Ohio), contribuì ad avvelenare il clima per tutta la seconda metà dell’anno. In quei mesi, tra le altre cose, prese forma e forza un movimento nato un anno prima chiamato Black Lives Matter.

Era il 2014 quando a Ferguson la polizia avrebbe giocato al tiro a bersaglio col nero, rispondendo ad un piccolo furto in un supermarket commesso da due ragazzi disarmati e lasciando senza vita il corpo di Michael Brown, diciott’anni appena compiuti. Obama si lasciò andare a parole impossibili da pronunciare da parte di qualsiasi altro tra i 43 presidenti prima di lui, dicendo: «This could have been my son», poteva essere mio figlio

Era il 2014 – anno sesto dell’epoca Obama, il secondo in seguito alla rielezione avvenuta nel 2012 – e nessuno avrebbe scommesso un centesimo sulla possibilità per le ombre di scontri di matrice razziale di allungarsi a funestare una presidenza salutata dal mondo intero come uno tra i passi più significativi, oltre che iconici, nel cammino della desegregazione cominciata quarant’anni prima. Tantomeno tra gli afroamericani, ormai sicuri di poter contare sull’appoggio dell’uomo seduto nel primo ufficio del Paese, lo studio ovale. Nel discorso di condanna dell’uccisione di Brown, Obama si lasciò andare a parole impossibili da pronunciare da parte di qualsiasi altro tra i 43 presidenti prima di lui, dicendo: «This could have been my son», poteva essere mio figlio. Solo molto più tardi, nel novembre 2016, l’opinione pubblica mondiale avrebbe scoperto, non senza sgomento, che quelle rivolte, percepite al tempo come un fulmine a ciel sereno, preparavano un futuro ancora più sinistro: quello in cui, contro ogni pronostico, un egotico miliardario razzista sarebbe arrivato alla Casa Bianca. Ma questa è un’altra storia.

 

Geografia politica

Lato A

Compton è un dedalo di strade tutte uguali incastonato nella periferia sud di Los Angeles. Un’infinita schiera di villette fatiscenti intervallate da ristoranti fast-food, hotel da quattro soldi e parchi pubblici che, dopo una cert’ora, è meglio non frequentare.Verso la fine degli anni Quaranta, quando la morsa della segregazione razziale in California cominciò timidamente ad allentarsi, la middle e upper-middle class di colore iniziò a muoversi verso questo suburb losangelino, soprattutto nella zona Sud-Ovest. Le ragioni di questo spostamento di massa erano dovute alla vicinanza di Compton con Watts, un altro quartiere di L.A., caratterizzato da una forte comunità nera e teatro, nel 1965, di una delle più imponenti rivolte a sfondo razziale nella storia degli Stati Uniti d’America con 34 morti, più di 1.000 feriti e quasi 4.000 arresti. Dopo vent’anni di diffusa tranquillità, favorita da una ridicola pressione fiscale e da un bassissimo tasso di criminalità, con l’arrivo degli anni Ottanta la zona subì una drammatica trasformazione.L’inevitabile aumento delle tasse, il taglio ai servizi pubblici per far rientrare la spesa pubblica all’interno del National Budget e l’arrivo del crack furono la nursery ideale per la crescita e diffusione della criminalità. A Compton infatti sono nate le prime bande di strada, come i Bloods e i Crips, divenute oggi delle vere e proprie organizzazioni criminali estese in tutti gli Stati Uniti. Gruppi che, distinguendosi l’uno dall’altro grazie a vestiti e bandane di colore diverso, sono state la fonte di ispirazione per le gang presenti nel famosissimo videogioco sviluppato dalla Rockstar Games Grand Theft Auto: San Andreas.In questo ambiente saturo di violenza nacque una branca dell’hip-hop destinata a diventare uno dei generi più discussi nella storia della musica: il gangsta rap. E il gruppo che seppe portare questo subgenre all’attenzione di pubblico e critica fu un collettivo composto da cinque ragazzi di colore nati proprio a Compton: la N.W.A. (acronimo di Niggaz With Attitude). «You are now about to witness the strength of street knowledge»: è con queste parole che inizia Straight Outta Compton il loro album d’esordio, datato 1988.Grazie alla crudezza dei loro testi, caratterizzati dall’assenza di peli sulla lingua, continui riferimenti alle lotte tra bande, lo spaccio e l’uso di droga e attacchi alle forze dell’ordine, questa band, oltre a segnare in maniera indelebile la scena, non soltanto rap di inizio anni Novanta, fu la portavoce della dura realtà di sobborghi come Compton e delle sofferenze dei suoi cittadini, costretti ogni giorno a sopportare il sempre più dilagante fenomeno della criminalità e l’abuso di potere da parte della polizia. Fenomeni che oltre ad essere il risultato di quella disparità sociale tra whites and coloured mai completamente sanata, sono il sintomo di quel razzismo di stampo conservatore, parte integrante del tessuto sociale U.S.A. sin dalla loro nascita. Una disparità che, purtroppo, non è presente solo nei sobborghi di una della più grandi metropoli della Costa Ovest degli Stati Uniti.

Nel quartiere di Compton a Los Angeles sono nate le prime bande di strada, come i Bloods e i Crips, divenute delle organizzazioni criminali estese in tutti gli Stati Uniti. In questo ambiente saturo di violenza nacque una branca dell’hip-hop destinata a diventare uno dei generi più discussi nella storia della musica: il gangsta rap

Lato B

Fondata nel 1836, Atlanta, la capitale della Georgia, è uno tra gli Stati di quella cintura che parte dalle sponde dell’Oceano Atlantico e arriva fino al deserto di terra brulla e battuta dal sole che divide il Texas dall’Arizona disegnando i confini del deep south americano. Qui grandi, ricchi e colti centri abitati convivono fianco a fianco con un entroterra più povero, molto meno abitato e di tendenza conservatrice. Un luogo di stridenti contrasti anche umani: terra natale di Martin Luther King Jr., storico leader della lotta non-violenta per l’emancipazione dei neri ma anche culla del Sistema Jim Crow, quell’insieme di leggi locali e statali che, per buona parte del Novecento, istituì uno status di separati ma uguali tra le comunità nere e bianche in tutti gli Stati Uniti. Nel turbolento ’68 gli Stati Uniti videro sfidarsi per la presidenza Richard Nixon e Hubert Humprey.Proprio in quei mesi, lo stato della Georgia – assieme ad Alabama, Mississippi, Arkansas e Louisiana – concesse la maggioranza dei voti dei suoi grandi elettori al candidato indipendente George Wallace, politico democratico in rotta di collisione col suo partito sulla necessità di mantenere la legislazione segregazionista, sconfessata con pensieri, parole, opere e omissioni dall’amministrazione Johnson durante tutto il corso degli anni Sessanta. È del tutto fuorviante provare a capire le dinamiche interne statunitensi utilizzando gli standard forniti dall’asse destra-sinistra – prodotto squisitamente europeo. D’altro canto, quelle di carattere etnico si prestano a questo gioco in maniera ancora più inadeguata: a dichiarare guerra agli stati confederati, sostenitori della schiavitù, e ad uscirne vittorioso fu Abraham Lincoln, un repubblicano; a porre fine all’apartheid ufficiale tra razze cui i neri d’America furono consegnati una volta rimessi in libertà pro forma furono invece i democratici – realizzando una saldatura con l’elettorato di colore che dura ancora oggi, il cui frutto più maturo è rappresentato dall’ingresso nella White House del primo cittadino afroamericano nel 2008. Nel mentre, per cent’anni, un flusso di violenza ininterrotta – sommersa, ma sempre in grado di tornare a galla all’improvviso come certi fiumi carsici – insanguinò il suolo americano. E l’epicentro di questi disordini fu localizzato proprio negli Stati del Sud:solo dal 2006 i libri di testo adottati dalle scuole americane hanno iniziato a menzionare nelle loro pagine il terribile pogrom che ebbe luogo proprio ad Atlanta nel settembre 1906: nel giro di quarantott’ore, un numero imprecisato di negroes (dai 25 ufficiali ai 100 ufficiosi) fu infatti impiccato ai lampioni, linciato dalla folla, accoltellato a morte o massacrato a mani nude come rappresaglia ad una duplice violenza carnale compiuta su donne bianche – un capolavoro di ferocia in cui giocò un ruolo non secondario il Ku Klux Klan.

 

L’artista 

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Lato A

Kenny Dockworth era un giovane ragazzo afroamericano del South Side, il quartiere multietnico per eccellenza di Chicago. Faceva parte da anni ormai dei Gangster Disciples, una delle tante bande di strada che infesta la Windy City.Fu proprio nel clima turbolento di una delle città più violente degli Stati Uniti che Kenny conobbe Paula Oliver, la donna che, di lì a pochi anni, sarebbe diventata sua moglie. Quella piccola ragazza di colore, esasperata dal degrado nel quale il suo fidanzato affondava giorno dopo giorno, lo pose davanti ad una decisione: “Scegli: o me o i Gangster Disciples!”. Kenny optò per la prima opzione: quella che gli avrebbe salvato la vita. Con poco più di 500 dollari in tasca la coppia decise infatti di andarsene per sempre dall’Illinois. L’unica certezza che aveva era la direzione da prendere: la West Coast. Una volta arrivati a Los Angeles, grazie ai pochissimi risparmi messi da parte e al lavoro che Paula riuscì a trovare presso un McDonald’s della zona, i due si stabilirono in una piccola casa con tre camere da letto a Compton, al numero 1612 della West 137th Street. In quella casa di color verde acqua il 17 giugno 1987 nacque il loro primo figlio: Kendrick Lamar, per gli amici K-Dot. La vita a Compton fu tutt’altro che facile per la famiglia Duckworth. Il primo pomeriggio del 29 aprile 1992 il piccolo Kendrick vide alzarsi per la prima volta un’enorme colonna di fumo dal South Central, uno dei più ampi quartieri della vicina Los Angeles: erano i primi segnali di quei riots innescati dalla comunità nera locale dopo l’assoluzione di quattro agenti di polizia, accusati di abuso di potere dopo il pestaggio del taxista Rodney King. Disordini che, oltre a lasciare un segno indelebile nella storia americana, causarono la morte di 63 persone e migliaia di feriti e arresti. Sempre a 5 anni Lamar assistette all’omicidio di uno spacciatore della zona, freddato da una banda rivale. Episodi che sbatterono in faccia al giovane Duckworth l’inarrestabile violenza della realtà in cui viveva: quella di un bambino afroamericano cresciuto tra aiuti statali, case popolari in affitto – note come Section 8 – e le strade di quella Compton che pochi anni prima proprio gli N.W.A. avevano aperto al mondo. Tre anni dopo, nel 1995, avvenne invece il primo incontro di K-Dot con la musica. Sulle spalle di suo padre, assistette infatti alle riprese del videoclip di California Love di Tupac Shakur e Dr. Dre: un’esperienza decisiva per quella che sarebbe stata la sua carriera artistica.Conclusi gli anni di liceo come studente modello, nel luglio del 2011 pubblicò il suo album di debutto, Section.80. Per il titolo Kendrick si ispirò proprio a quel provvedimento urbanistico che intendeva tutelare le condizioni abitative della fascia più bassa della popolazione americana ma il cui fallimento aprì la strada verso la creazione di ghetti come Compton, zone lasciate in balìa di se stesse soprattutto dopo l’arrivo alla presidenza di Ronald Reagan. Con Section.80 Lamar riuscì a dipingere la difficile quotidianità dei sobborghi di Los Angeles con una schiettezza più unica che rara. Un raffinato lyrical storytelling, capace di immergere l’ascoltatore nei marci meandri di un’America troppo spesso dimenticata, che sarebbe stato anche il soggetto per il suo secondo lavoro: Good Kid, M.A.A.D City (2012). Un disco che, oltre a rappresentare per Kendrick un balzo in avanti in termini di popolarità, sarebbe stato il primo passo verso la sua elevazione da alfiere dell’alternative hip-hop a uno degli artisti maggiormente incisivi della sua generazione.

Con Section.80 Kendrick Lamar riuscì a dipingere la difficile quotidianità dei sobborghi di Los Angeles con una schiettezza più unica che rara. Un raffinato lyrical storytelling, capace di immergere l’ascoltatore nei marci meandri di un’America troppo spesso dimenticata, che sarebbe stato anche il soggetto per il suo secondo lavoro: Good Kid, M.A.A.D City

Lato B

«Il miglior modo per pianificare il cambiamento è la possibilità per la gente di educarsi e prepararsi. Questa è la ragione per cui abbiamo creato gli Algiers, perché non conoscevamo altre maniere per impegnarci». In una delle prime interviste rilasciate alla stampa specializzata, Franklin James Fisher rispose così a chi gli chiedeva di spiegare la missione della band a cui presta tutt’ora la voce e l’esperienza agli strumenti.Nato nel 2012, il gruppo prende il nome da una capitale del Nord Africa teatro di sanguinosi scontri coloniali cui Gillo Pontecorvo dedicò La Battaglia di Algeri (1966), ricostruzione dettagliata e controversa nonché suo lungometraggio più celebrato, apripista del filone del cinema politico in Italia. Da poco Fisher aveva smesso di lavorare in una banca d’investimenti privata – un ambiente alienante e disgustoso, come avrebbe avuto modo di ricordare in seguito – dal cui retro della reception aveva visto sfilare ogni giorno odiosi uomini d’affari di cui percepiva tutto, ma in particolar modo la distanza siderale che lo separava da loro. In quel periodo, mentre sugli schermi tv sintonizzati di continuo su CNBC passavano notizie spesso tragiche sulla vita degli esseri umani snocciolate con la stessa meccanica freddezza con cui si rendicontano i numeri di un bilancio aziendale, si fece strada in lui la necessità di provare a dire qualcosa che la musica alternativa o presunta tale non diceva più da tempo. Da qui la decisione di chiamare con sé due amici di lunga data – il chitarrista Lee Tesche e il bassista Ryan Mahan, che già suonavano insieme e del cui gruppo Fisher era fan – e di unirsi a loro. Il trio era pronto, adesso occorreva solo buttar giù la musica.

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L’album

Lato A

Nel luglio 2014, mentre gran parte dei suoi coetanei si trova nelle strade e nelle piazze di tutta America per manifestare, Kendrick Lamar è altrove, nel pieno delle sessioni di registrazione di quello che diventerà il suo terzo disco. To Pimp A Butterfly, questo il nome dell’album che verrà pubblicato il 15 marzo dell’anno dopo, oltre ad essere il lavoro che incoronerà il rapper di Compton come nuovo black messiah della scena hip-hop mondiale, è anche un’opera che, durante i suoi quasi 80 minuti di durata, esplora la travagliata storia della comunità nera in America. Per la sua terza fatica Lamar attinge infatti a piene mani dalla tradizione musicale afroamericana: dal funk degli artisti della Motown alla spoken word di Gil Scott Heron, dal soul di Nina Simone fino al free-jazz avanguardistico di Ornette Coleman. Una rapsodia sonora dentro cui scorre il filo conduttore che si districa attraverso tutto il disco.Pubblicato in contemporanea con l’ascesa del movimento Black Lives Matter il progetto esplora una serie di argomenti molto cari alla cultura afroamericana come la disuguaglianza sociale, la depressione e il razzismo istituzionalizzato. Una direzione tematica già trattata da Kendrick nei suoi album precedenti ma che questa volta non abbraccia soltanto il suo violento borgo natio ma il mondo intero. La volontà di parlare della sostanziale disparità sociale che intercorre tra bianchi e neri non soltanto negli Stati Uniti gli venne in mente durante un viaggio in Sudafrica. Nel corso della sua visita in una terra segnata dall’apartheid, Lamar ebbe modo di visitare la cella di Nelson Mandela nella prigione di Robben Island, uno dei luoghi più importanti per la lotta alla discriminazione razziale. Tra quelle quattro mura ebbe una vera e propria epifania dalla quale scaturirono le 16 tracce che sarebbero andate a comporre un instant classic destinato a diventare uno degli album più rappresentativi dello scorso decennio. Wesley’s Theory, la prima traccia del disco, si apre con il sample «Every Nigger is a Star», tratto dall’omonima canzone del cantautore giamaicano Boris Gardiner che finirà nella colonna sonora di Moonlight (2016) uno delle pellicole-simbolo del movimento Black Lives Matter, vincitrice del premio “miglior film” durante la cerimonia degli Oscar 2017. Con King Kunta, Lamar rende invece omaggio a Kunta Kinte, lo schiavo gambiano protagonista del romanzo di Alex Haley Radici, la cui storia incarna a pieno gli orrori della tratta atlantica degli schiavi africani verso il Nuovo Mondo oggi nota come Maafa o Black Holocaust. L’opera si conclude con Mortal Man, un brano lungo 12 minuti, durante il quale il K-Dot affronta il musicista che, 20 anni prima, aveva visto con occhi adoranti sulle spalle di suo padre: Tupac Shakur. Lamar accosta il suo idolo ai più importanti uomini politici della storia africana e afroamericana come Malcom X e Nelson Mandela. La canzone, così come il disco, si conclude con un’ideale conversazione di Kendrick al rapper di California Love, grazie a un mash-up tra i suoi pensieri e opinioni già espressi durante il disco e un’intervista che Pac rilasciò nel 1994 ad un radio show svedese. A pochi giorni dalla sua uscita, To Pimp A Butterfly diventa subito la soundtrack delle proteste che portano migliaia di persone nelle strade e nelle piazze di tutti gli Stati Uniti a seguito degli omicidi di Eric Garner e Michael Brown. Nel gennaio del 2016, Kendrick sarebbe entrato nello studio ovale della Casa Bianca per incontrare il presidente Barack Obama, dopo che questi aveva scelto, poche settimane prima, una canzone del rapper di Compton, How Much A Dollar Cost?, come una delle sue preferite del 2015. Il successo verrà addirittura amplificato con DAMN., il suo quarto album, insignito con il Premio Pulitzer per la musica, prima volta nella storia per un artista hip-hop.

Nel gennaio 2016, Kendrick entrò nello studio ovale della Casa Bianca per incontrare il presidente Barack Obama, dopo che questi aveva scelto, poche settimane prima, una canzone del rapper di Compton, How Much A Dollar Cost?, come una delle sue preferite del 2015.

Lato B

Anticipato da un paio di singoli in anteprima, Algiers, omonimo album d’esordio della band, esce nel giugno 2015 per Matador Records, agguerrita etichetta nella cui scuderia trovano posto nomi di un certo peso specifico: Interpol, Pavement, Savages, Yo La Tengo, Kurt Vile e Queens of the Stone Age – giusto per citare gli artisti più strettamente familiari al pubblico statunitense. La critica di settore si accorge subito dell’eccezionalità del prodotto, vuoi perché è un’opera a tinte forti – a partire dall’artwork –, vuoi perché è un album arrabbiato, diretto, viscerale e per niente ruffiano. Di più, l’espressione di questa rabbia è lasciata a due registri diversi e convergenti: mai fino ad allora, infatti, si era sperimentata una miscela simile tra la musica di protesta delle periferie europee, specie inglesi, dei tardi Settanta (il punk e le sue derivazioni wave) e l’erede, spogliato degli elementi più vistosamente religiosi, del solo canto concesso ai neri durante i lunghi anni di inumano lavoro in terra americana (il soul). Dal suono, ora abrasivo ora atmosferico, spuntano di tanto in tanto reminiscenze, echi e suggestioni che riportano alla memoria Joy Division, Depeche Mode, addirittura Radiohead e anche la voce di Fisher, più sferzante e profonda di quella di un Ray Charles o di un James Brown, sembra suggerire che, almeno stavolta, non ci si troverà in presenza di un Inner city blues dal tono melanconico e remissivo inciso da un altro grande interprete della musica black, Marvin Gaye.Sul piatto vengono poste tutte le questioni più controverse: l’oppressione giustificata con criteri razionali e democratici (Flying); l’appropriazione degli elementi costituitivi tipici della cultura nera da parte dell’uomo bianco (And when you fall); il fervore religioso e l’alcolismo come via di fuga privilegiate ma fallaci da un presente di marginalizzazione sociale senza via d’uscita (Games); il j’accuse contro quel gradualismo riformista della comunità nera che appariva e appare sempre più come un’arma spuntata contro un razzismo endemico, rarefatto e istituzionalizzato (Irony. Utility. Pretext.). Ma se, proprio in quest’ultimo episodio, il giudizio sul potere è impietoso e provocatorio («You put your hands out to shake / then they export you in chains / you fought for century for change / and they gave you more of the same»), la liberazione può avvenire attraverso una ribellione soprattutto stilistica («We’ll put our faith into afro-pop / in a decolonized context / espouse the aestethes’ contempt for ethos / irony, utility, pretext»): una dichiarazione d’intenti radicale e senza compromessi.
 

La canzone

Lato A

Alright è senza dubbio uno dei brani più densi e pregni di riferimenti culturali di To Pimp A Butterfly: un vero e proprio manifesto di quella Black America raccontata da Kendrick durante tutto il suo terzo lavoro e che svariati media americani non mancano di etichettare come «il moderno inno nazionale nero». K-Dot, denunciando il diverso trattamento che la polizia dimostra ogni giorno verso bianchi e neri, espone dubbi e frustrazioni sui progressi verso l’uguaglianza razziale da parte degli Stati Uniti. «We Gon’ Be Alright»: il ritornello ottimista della settima canzone di To Pimp A Butterfly, ha un incredibile impatto durante le proteste antirazziste del 2015.Migliaia di attivisti del Black Lives Matter utilizzarono infatti il refrain del brano per piangere le innumerevoli persone di colore uccise dalle forze dell’ordine e offrire speranza per un futuro migliore. Nel pezzo Lamar mette a nudo tutte le sue debolezze e fragilità per descrivere la situazione che milioni di afroamericani come lui sono costretti a vivere ogni giorno: solo le droghe, le donne e i soldi riescono a dargli una felicità effimera che, in men che non si dica, scompare facendolo ripiombare nell’abisso della depressione. Un tormento dal quale il rapper riesce a risollevarsi confidando in Dio, da lui ritenuto come un faro di speranza in mezzo al disagio di realtà come quella di Compton. Grazie alla sua fede, Kendrick riesce a guardare oltre i suoi fallimenti e la violenza che lo circonda, acquisendo la certezza che, se Dio è dalla tua parte, tutto andrà per il verso giusto – «But if God got us, then we gon’ be alright». Un messaggio di pace e speranza introdotto da «Alls my life I has to fight, nigga», una chiara citazione del celebre romanzo antirazzista Il Colore Viola di Alice Walker, per il quale l’autrice vinse il Premio Pulitzer per la narrativa nel 1983. Una lotta che, nel caso di Alright assume un doppio significato: quella di Lamar contro la depressione che da anni lo affligge e quella della comunità nera contro gli abusi di potere da parte della polizia e il doppiopesismo che la società americana molto spesso usa per le white and coloured people.

Nella canzone Alright, K-Dot, denunciando il diverso trattamento che la polizia dimostra ogni giorno verso bianchi e neri, espone dubbi e frustrazioni sui progressi verso l’uguaglianza razziale da parte degli Stati Uniti.

Lato B

Il vero gioiello, punto più alto e significativo di Algiers, nonché manifesto della band, compare poco prima della metà del disco:Blood si apre con la voce di Fischer, prima sommessa e intima come in uno spiritual – a cui arrivano quasi subito cori gospel a fare da eco –, poi sempre più energica e stentorea, mentre il tappeto sonoro di chitarre elettriche da metà brano in poi deraglia su binari noise da incubo metropolitano per scomparire nel finale, lasciando posto a umori blues.Le liriche sono insieme un’invettiva, un lamento, una chiamata alle armi: nell’indifferenza generale, alimentata dall’anestesia mediatica e dalla febbre del consumo, il sangue versato per la causa dell’emancipazione appare sprecato inutilmente e persino la memoria delle sofferenze patite nel passato non serve più a nulla («Four hundred years of torture / four hundred years a slave / dead just to watch you squander / just what we tried to save»). Nel videoclip del singolo, pubblicato nel marzo 2015, gli Algiers compongono il loro pantheon e definiscono con esattezza l’immaginario di riferimento del gruppo e l’identità, anche politica, della loro musica: all’interno – senza mediazione, semplicemente giustapposte – immagini dalle rivolte urbane del Maggio francese e spezzoni dai film di Spike Lee, fotogrammi d’interviste a Michel Foucault e frammenti dal video di Rock the casbah dei Clash, i travestimenti afro-futuristici di Stevie Wonder e l’eleganza – estetica, oltre che etica – di Albert Camus, Fidel Castro portato in trionfo dai suoi barbudos e riprese da un incontro di basket, Sergio Leone e i Public Enemy. Un mosaico di tessere solo in apparente disordine se osservate da vicino, ma perfettamente coerente e d’impatto ad una visione d’insieme.

Outro

Pur trattando nei loro lavori le medesime tematiche, quelle che intercorrono tra Kendrick Lamar e gli Algiers sono differenze ampie tanto quanto la distanza che si frappone fra gli stati da cui provengono. Una complementarietà che si riflette sulla ricerca stilistica compiuta dai due artisti:se le sonorità del rapper rispecchiano con fedeltà una tradizione tutta statunitense, quelle dei rocker rivolgono lo sguardo sguardo verso il vecchio continente. To Pimp A Butterfly e Algiers rappresentano lavori che, a livello simbolico, abbattono le loro diversità e uniscono i propri contenuti nella lotta alla discriminazione, scardinando quel sistema di compartimenti stagni conosciuti col nome di generi. Due facce della stessa medaglia che rappresentano due capolavori capaci di indignare, appassionare e far riflettere sul sacrificio di un’intera comunità. Grazie a talento e forza di volontà, artisti come Kendrick Lamar e gli Algiers sono riusciti a raccontare una realtà vasta e sfaccettata – varia da stato a stato, da contea a contea, da quartiere a quartiere –, dimostrando come la ricchezza di punti di vista non potrà mai rappresentare un limite, meno che mai negli States. Di questo e molto altro dovrà tener conto chi canterà la prossima rivolta, quella iniziata a Minneapolis e destinata a finire chissà quando e chissà dove: chi sarà, che materiale userà per farlo, lanciando che tipo di messaggi e con quali esiti non lo conosciamo ancora né sappiamo prevederlo – siamo giornalisti, non profeti. Un azzardo solo ci concediamo: chiunque verrà non mancherà di far parlare di sé.