Se provocazione dev’essere, quanto meno sia ben posta. In un corsivo comparso lo scorso primo giugno sulla testata on-line Linkiesta, col suo consueto spirito critico Flavia Perina poneva se stessa e i propri lettori di fronte ad una domanda non priva di fondamento:cosa succederebbe se i recenti fatti di Minneapolis si verificassero anche in Italia? Fatte le dovute eccezioni sull’impossibilità di sovrapporre il caso americano a quello europeo, nell’articolo la giornalista romana proseguiva fornendo qualche elemento in grado di restituire la temperatura emotiva dell’opinione pubblica – surriscaldata, com’è evidente – in un frangente come quello in cui ci troviamo, concludendo con un allarme sui rischi di evasive o incomplete risposte allo sgretolamento, già in corso, della coesione sociale nel Paese.

In linea di massima è corretto quanto affermato dalla Perina:per ragioni storiche uno specifico problema di razzismo non esiste dalle nostre parti con gli stessi contorni e le stesse implicazioni con cui esso si presenta negli Stati Uniti. Ad esistere e a mordere senza pietà, soprattutto nei periodi caratterizzati da grandi e repentini cambiamenti, è invece una questione sociale alla base di mille altre tensioni di varia natura, a cui molto spesso l’autorità non sa rispondere in altro modo se non con strumenti di ordine pubblico. Eppure i manuali di storia contemporanea mostrano come il nostro Paese possa vantare una tradizione illustre in questo senso, tradizione rispettata con scrupolo ancora oggi.

L’ultimo episodio in ordine di tempo – il più blando della serie, ma capace di chiarificare la ratio – risale al 6 maggio scorso, quando, all’ombra dell’Arco della Pace, a Milano, imprenditori e lavoratori della ristorazione si erano dati appuntamento per mettere in opera un flashmob – puramente simbolico e pianificato nel pieno rispetto delle norme di distanziamento sociale – contro la mancanza di sostegno economico al settore, duramente colpito dalle misure di lockdown, e l’assenza di protocolli precisi da seguire in vista delle imminenti riaperture degli esercizi commerciali, molti dei quali avrebbero rialzato le saracinesche solo per sgomberare i locali, riabbassandole subito dopo per cessata attività. «La manifestazione era stata indetta in accordo con la questura in un clima di massima collaborazione» spiega Alfredo Zini, presidente del Club Imprese Storiche di Confcommercio Milano. E però, anche per via l’arrivo sul posto di un certo numero di operatori dell’informazione, la protesta aveva portato in piazza Sempione più persone del dovuto. Risultato? Le forze dell’ordine hanno comminato una pioggia di multe da 400Euro l’una ad una ventina di esercenti già in difficoltà con i bilanci delle proprie botteghe. «I verbali sono stati impugnati di fronte al prefetto, nei prossimi mesi ci sarà la pronuncia» conclude l’imprenditore. Che dire? Un capolavoro d’inutile, meccanica ottusità repressiva.

Nonostante sia regolato da una serie di norme che ne disciplinano utilizzo, metodi d’intervento e finalità, non è raro che il Tso assuma i contorni di aperto abuso da parte di forze dell’ordine e medici curanti

Un altro fenomeno ben più grave, stavolta di natura sanitaria, riguarda il ricorso al trattamento sanitario obbligatorio.Nonostante sia regolato da una serie di norme che ne disciplinano utilizzo, metodi d’intervento e finalità, non è raro che il Tso assuma i contorni di aperto abuso da parte di Forze dell’Ordine e medici curanti. Secondo l’avvocato Michele Capano, difensore in sede legale di numerose famiglie di pazienti rimasti vittime di queste misure,«le motivazioni alla base della richiesta di un Tso non sono da ricercare nella tutela della salute del paziente affetto da disagio psichico, quanto in ragioni di ordine pubblico». Capano, anche segretario dell’associazione radicale Diritti alla follia – grazie alla quale prova a modificare la legislazione esistente in materia attraverso l’iniziativa politica – non si ferma qui e fornisce anche qualche dato utile a comprendere l’entità del fenomeno:«Le ultime cifre, rese pubbliche in ritardo l’anno scorso, risalgono al 2017 e parlano di circa 7.600 casi registrati su tutto il territorio nazionale in via ufficiale. In via ufficiosa, invece, i numeri reali sarebbero da moltiplicare per quattro, perché si riferiscono soltanto alle dimissioni. Infatti il più delle volte, una volta dentro il reparto, il personale medico riesce a convincere il paziente a passare da un ricovero coatto ad uno volontario, cambiando la fattispecie».

Una laboriosa opera di convincimento realizzata attraverso metodi disparati: la sedazione massiccia attraverso psicofarmaci, la contenzione meccanica con corde e camicie, l’idratazione e la nutrizione somministrate per via endovenosa, l’allontanamento dai servizi psichiatrici di diagnosi e cura di familiari e legali dei pazienti. Strutture in cui spesso alcuni non arrivano neppure, comenel caso di Andrea Soldi, 45 anni, ucciso nell’agosto 2015 su una panchina di piazza Umbria, a Torino, da una pattuglia della polizia municipale il cui intervento era stato sollecitato da uno psichiatra perché l’uomo rifiutava le cure che gli erano state prescritte. E se quel braccio stretto intorno al collo può ricordare in maniera inquietante il ginocchio premuto sul collo di George Floyd sull’asfalto di una strada di Minneapolis, un altro caso di Tso suggerisce altre similitudini con le faccende americane:ad essere filmati dal circuito interno di video-sorveglianza del reparto dell’ospedale di Vallo della Lucania in cui si trovava ricoverato sono stati anche, nell’agosto 2009, gli ultimi istanti di vita di Franco Mastrogiovanni, 58 anni, la cui agonia è durata cinque giorni, passati tutti legato mani e piedi alle sbarre del letto. Riguardo questo caso, resta ancora da stabilire in quanti abbiano la forza di prendere visione di quel documento sconcertante.

L “associazione contro gli abusi in divisa” è una onlus nata nel 2014 col proposito di controllare i controllori e di proteggere vittime e testimoni di episodi di violenza compiuti da uomini dell’apparato di sicurezza: spesso si tratta di migranti, militanti politici, spacciatori o consumatori di droghe

La lista di cittadini italiani ristretti della libertà personale e morti in simili circostanze non si limita a questi esempi, anzi: è ricca di nomi e – ancora peggio – tuttora suscettibile di aggiornamenti. Generalità che ritornano, insieme a molte altre, anche nell’elenco stilato dall’Associazione contro gli abusi in divisa, onlus nata nel 2014 col proposito di controllare i controllori e di proteggere vittime e testimoni di episodi di violenza compiuti da uomini dell’apparato di sicurezza grazie ad una struttura diversificata: un numero verde (800 58 86 05) riceve le segnalazioni d’emergenza; una casella di posta elettronica raccoglie le comunicazioni meno urgenti e cura i rapporti con la stampa; uno sportello offre supporto in via giudiziaria e una rete di centri dislocati su base regionale costituisce la diramazione dell’associazione sul territorio. «Riceviamo in media una decina di chiamate al mese indirizzate al centralino in periodi di relativa tranquillità» racconta un attivista di Acad, aiutando a individuare, in modo sommario, quali siano tutte quellecategorie di persone interessate più di certe altre ad un’opera di controllo e di repressione: immigrati, militanti politici, soggetti implicati nello spaccio e nel consumo di sostanze stupefacenti. E se da un lato – quello di chi subisce – emergono vite segnate da esclusione sociale e marginalità esistenziale, dall’altro – quello di chi agisce per conto dell’autorità pubblica – esce allo scoperto il tentativo di nascondere la polvere di quelle esperienze al limite sotto il tappeto della normalità e del decoro cui tanto tiene il buon padre di famiglia – espressione retorica tanto vuota sul piano contenutistico quanto abusata sia nel lessico del diritto sia in politica.

L’esperienza collettiva italiana più rilevante è stata il G8 di Genova del luglio 2001: qui si poté assistere a scene degne di una dittatura militare sudamericana, non certo di una democrazia liberale occidentale

Su base collettiva, invece, un’altra efficace rappresentazione plastica di quanto sia semplice far deragliare questi benedetti fenomeni di altra natura su binari di logiche di matrice securitaria è costituita dai disordini scoppiati in occasione del G8 di Genova, nel luglio 2001: tra le vie del capoluogo ligure, un movimento composto da varie anime – dal sindacalismo al cattolicesimo di base, dalla galassia ambientalista all’associazionismo a favore del Terzo Mondo, per arrivare alla socialità autogestita dei centri sociali e all’anarchismo – si ritrovò a contestare i leader del pianeta chiedendo un approccio diverso a quello adottato fino ad allora sulle questioni poste dalla globalizzazione.La risposta delle autorità fu sproporzionata rispetto alla minaccia: una carica contro un corteo autorizzato – giudicata in seguito illegittima dalla magistratura – avrebbe provocato gli incidenti sfociati nell’uccisione di Carlo Giuliani in piazza Alimonda; l’irruzione notturna nella scuola Diaz, dormitorio di molti manifestanti, si sarebbe risolta nella sfilata a uso e consumo delle telecamere di decine di giovani con la testa rotta dalle manganellate, poco prima di essere portati via in ambulanza; sul trasferimento e la detenzione, accompagnata da sevizie fisiche e psicologiche, degli arrestati nella caserma di Bolzaneto nei giorni successivi la giustizia europea ha parlato chiaro: si trattò di tortura.A Genova, insomma, si poté assistere a scene degne di una dittatura militare sudamericana, non certo di una democrazia liberale occidentale. «Nei mesi immediatamente precedenti da un lato si respirava un’aria di grande attesa, partecipazione e fermento; dall’altro si percepiva un clima di pesante allarmismo. Ci rendemmo presto conto del tentativo, perfettamente riuscito e tutto politico, di giocare sul piano dell’ordine pubblico per criminalizzare il movimento» sostiene Lorenzo Guadagnucci, giornalista del Resto del Carlino, autore – anche insieme a Vittorio Agnoletto, portavoce del Genoa Social Forum – di diversi volumi sulle vicende di quei giorni d’inferno e attivista sorpreso nel sonno nelle aule della Diaz. Un movimento che non si sarebbe più ripreso da quello shock e le cui istanze sarebbero diventate appannaggio un quindicennio più tardi, in maniera del tutto pretestuosa, dalle destre populiste dei Trump, dei Johnson, dei Bolsonaro e dei Salvini.

Per concludere, gentile dottoressa Perina, permetta di rispondere alla provocazione con una provocazione uguale e contraria, ma dopo quest’interminabile carrellata di ingiustizie e violenze unite da un unico fil rouge, verrebbe da chiederle: rimane ancora convinta che fatti come quelli di Minneapolis – non tanto i disordini, ma tutto quanto ne sia causa – siano ancora tutti di là da venire e non, invece, che siano pane quotidiano per molti anche qui, tra di noi, ogni santo giorno?