Il litio è un metallo alcalino con simbolo periodico Li, fino a qui nulla di speciale: non è prezioso come l’oro, non ha la duttilità del ferro e non conduce bene come il rame. Tuttavia, negli ultimi vent’anni ha moltiplicato il suo valore grazie all’impiego commerciale nelle batterie ricaricabili, denominate, appunto, batterie al litio.

Produzione Mondiale Lit (1)

Aumento della domanda
Dal 2015, complice anche la firma degli Accordi di Parigi sul clima e la svolta politica green che sta attraversando l’Occidente, la domanda di litio è nettamente aumentata. Se consideriamo i dati diffusi dall’USGS (Istituto Geologico degli Stati Uniti) rispetto al 2015, la produzione è cresciuta circa del 150%: dalle 38 tonnellate estratte del 2016, alle 100 del 2021. All’aumento della domanda sono cresciuti anche i prezzi. Secondo il Trading Economics – piattaforma privata che fornisce i costi delle materie prime a duecento Paesi nel mondo – il costo è aumentato in modo esponenziale: se all’inizio del 2021 il costo si aggirava intorno ai 45.000 yuan a tonnellata (6300 euro), il picco si è raggiunto nel marzo di quest’anno con 500.000 yuan per Tonnellata, circa 70.000 euro.

Aumento prezzo litio a livello mondiale (1)

Questa, però, è solo una parte della storia. Il ciclo del litio, dall’estrazione fino alla produzione degli accumulatori, ha una narrazione ben diversa. Un racconto fatto di processi economicamente lunghi e dispendiosi.

Estrazione
Tutto inizia dall’estrazione: il litio si trova in natura sempre combinato con altri minerali, circa 145. In particolare, è abbondante in cinque tipi di rocce: spodumene, lepidotite, petalite, ambligonite ed eucriptite. Il primo, lo spodumene, è il minerale più comune da cui viene estratto il litio. I processi per l’estrazione del litio sono due e sono distinti l’uno dall’altro in base al materiale da cui è estratto.

Il primo processo è quello che avviene nei grandi laghi salati del Sudamerica: queste distese gigantesche si trovano per la maggior parte nel cosiddetto Triangolo del Litio, una porzione molto ampia del Sudamerica, compresa tra Argentina, Bolivia e Cile, dove sono presenti questi laghi. Il processo di estrazione è molto semplice: i minatori pompano in superficie una soluzione salina ricca di minerali. Dopo alcuni mesi, quando l’acqua è evaporata lasciando una miscela di sali, essa viene filtrata e posta di nuovo ad evaporare per 12 – 18 mesi per estrarre, finalmente, il bene prezioso: il carbonato di litio.
Il secondo processo è più complesso perché le rocce dopo l’estrazione vengono riscaldate a 1.100 gradi celsius, quindi raffreddate a 65 gradi celsius. Successivamente le rocce affrontano un processo molto lungo, che comprende la polverizzazione, la tostatura e infine il litio è mischiato ad acido solforico; poi viene aggiunto carbonato di sodio. Insomma, un processo lunghissimo da cui viene poi sintetizzato il materiale puro.
Questi processi, oltre a essere molto lunghi e dispendiosi, sono anche invasivi nei confronti dell’ambiente. “Durante il processo, esiste la possibilità che sostanze chimiche tossiche fuoriescano dalle piscine di evaporazione nella rete idrica, compreso l’acido cloridrico, che viene utilizzato nella lavorazione del litio, e i prodotti di scarto, tra i quali anche sostanze radioattive”, spiega Marco Tedesco, scienziato ambientale presso la Columbia University in un articolo per Repubblica del 29 novembre 2021. Lo stesso Tedesco sottolinea che non solo l’inquinamento è causato dalle sostanze chimiche, ma anche dall’utilizzo dell’acqua. Per ogni chilo di litio estratto vengono consumati circa 2.000 litri di acqua. Inoltre, le grandi vasche in cui viene fatto evaporare il litio consumano il suolo data la loro estensione e contaminano l’aria, emettendo in atmosfera fumi chimici prodotti dalla reazione tra le sostanze utilizzate.

Oligopolio

Estrazione di litio mondiale (1)
L’estrazione del litio è appannaggio di pochi Paesi che costituiscono un fitto oligopolio: Australia e Cile nel 2021 hanno estratto circa l’81 per cento del litio a livello mondiale secondo USGS. Gli altri Paesi si dividono il restante 19 per cento.

Quantita di riserve al mondo di litio (2)

Tuttavia, se si considerano le riserve, la Bolivia sarebbe il Paese con più risorse estraibili. Sempre l’USGS stima che il Paese abbia nel sottosuolo circa 21 milioni di tonnellate disponibili, a fronte dei 9.8 milioni di tonnellate del Cile e dei 7.3 dell’Australia. Il secondo Paese per riserve al mondo è l’Argentina con 19 milioni di tonnellate, ma ne estrae poco più di 6 tonnellate all’anno.

Paesi leader nella raffinazione del litio (1)
Tuttavia, un altro elemento va analizzato: questi Paesi detengono sì l’oligopolio sull’estrazione, ma va considerata anche la lavorazione del litio. C’è chi, insomma, detiene la proprietà delle miniere e chi mette i soldi per la catena di produzione. La Cina in questo è leader mondiale: secondo il rapporto The Role of Critical Minerals in Clean Energy Transitions dell’Agenzia Internazionale dell’Energia uscito nel maggio 2021, Pechino lavora più del 50% del litio a livello mondiale, lasciando ben poco agli altri attori in gioco. Il Cile ne raffina il 29%, l’Argentina il 10 %, agli altri rimane solo il 3%.

Geopolitica del litio
Viene chiamata guerra dei metalli rari e la Cina la sta già vincendo. Si tratta della corsa al litio che ha una rilevanza sempre maggiore a livello geopolitico. Con la riconversione energetica in corso, le superpotenze cercano di accaparrarsi più risorse possibili: il litio non è presente in quantità scarsa, la sfida è stabilire la propria influenza nei territori dove si può estrarre questa materia prima. Partiamo dai numeri: la medaglia d’oro per estrazione di litio spetta all’Australia, il secondo posto al Cile, mentre la Cina occupa il gradino più basso del podio. Secondo i dati della International Energy Agency (IEA) ne estrae il 13% e se si prende in considerazione il processo di raffinazione la percentuale sale al 58%.
Questi numeri sono da inserire in una precisa strategia del governo di Pechino, la “Made in China 2025”. Il piano ha l’obiettivo di fare diventare la Repubblica Popolare il Paese leader di energie rinnovabili, puntando in particolar modo sulle auto elettriche, le cui batterie sono al litio. Il primato della Panasonic in questo settore è messo in discussione dalla Byd (Build Your Dreams) e dalla Calt (Contemporary Amperex Technology), entrambe aziende cinesi: dal 2000 al 2020 Pechino ha decuplicato gli investimenti in Africa, territorio strategico per l’estrazione del litio.
In futuro, con la riconversione energetica che sarà indispensabile a causa della crisi climatica, questo tipo di investimenti è destinato ad aumentare. La Banca Mondiale prevede che entro il 2050 la domanda globale del litio aumenterà del 1000%: la diversificazione delle fonti energetiche sarà una necessità, più che una scelta. Chi studia da anni questo cambio di paradigma mette in guardia da un pericolo: potremmo trovarci davanti a un nuovo tipo di colonialismo, di stampo economico. Centinaia di migliaia di persone lavorano in Africa per estrarre i metalli rari, spesso in condizioni non sopportabili. Da approfondire è un sensibile aumento delle neoplasie e delle malformazioni tra i neonati: secondi alcuni studi, c’è una correlazione con le condizioni di lavoro in miniera.
Energia pulita, ma solo per i Paesi sviluppati. Ne è un esempio la Repubblica Democratica del Congo, territorio chiave per l’estrazione del litio e miniera d’oro per la Cina. Il Paese ha un bilancio annuo che si attesta in media attorno ai cinque miliardi, quanto una sola municipalità di Parigi. Povertà, instabilità politica e corruzione rendono il mercato particolarmente vulnerabile agli investimenti e alle offerte di Pechino.
Una catena di produzione delle fonti di energia pulita interamente in mano alla Cina è un rischio. Pechino potrebbe chiudere le esportazioni, tagliando fuori molti Paesi dalla riconversione energetica o costringendoli ad accettare prezzi da monopolio. La quasi totale assenza degli Stati Uniti nella guerra dei metalli rari rende il fronte occidentale dipendente da un Paese autoritario, quindi imprevedibile anche nelle scelte di mercato.