Forte come mai prima è l’intreccio tra politica, diritto e sanità. A testimoniarlo il continuo ricorso ai dpcm, i decreti del presidente del Consiglio dei Ministri. Diciassette, dal 23 febbraio 2020. «La Costituzione parla per i decreti legge di “casi straordinari di necessità e urgenza”. Le circostanze per attivarli ci sono. Se anche è vero che il dpcm consente di intervenire più velocemente di fronte a situazioni di emergenza, bisognerebbe trovare un bilanciamento», spiega Davide Zecca, docente di diritto costituzionale all’università Luigi Bocconi. Tra indiscrezioni, retroscena e ultime ore si parla già di “coprifuoco” e di “stretta alla movida”, profilandosi all’orizzonte un nuovo decreto governativo atteso per domani o lunedì.

Davide Zecca
Meno di una settimana fa il dpcm del 13 ottobre. «Due sono gli aspetti da sottolineare nel confronto con i precedenti decreti del Governo. Il primo è che alcune prescrizioni sono formulate in termini di suggerimento: non si tratta di veri e propri divieti, ma di raccomandazioni», spiega il professore. Il riferimento è all’articolo 1, lettera n): “con riguardo alle abitazioni private, è fortemente raccomandato di evitare feste, nonché di evitare di ricevere persone non conviventi di numero superiore a sei”. Una formulazione che suscita non poche perplessità. «Si parla nel dpcm di occasioni di “festa”, ma bisognerebbe capire: una riunione in più di sei persone a scopo ludico e ricreativo non è raccomandata, ma una riunione di lavoro in sette è ammissibile? Incertezze che sarebbe meglio evitare, anche perché specificare a posteriori cosa si intenda può dare adito a dubbi ancora maggiori». Poi c’è la questione della sanzionabilità della raccomandazione. «Personalmente – continua il professore – ho qualche dubbio, perché il comando è tale ed efficace quando prevede una sanzione. Si utilizza una fonte del diritto, cioè un atto che ha efficacia dal punto di vista giuridico, per stabilire se una condotta sia obbligatoria e se alla violazione dell’obbligo consegua una sanzione. In questo caso si tratta di disposizioni di certo valide, ma la loro violazione non è sanzionabile in concreto. Per dare una raccomandazione non serve una fonte del diritto. È sufficiente un messaggio del governo o comunque un atto non avente natura giuridica».
Ma il nodo riguarda anche il rapporto Stato-Regioni. Rispetto ai dpcm della cosiddetta “fase 1″, il decreto del 13 ottobre non prevede per i presidenti delle Regioni la possibilità di ampliare le misure imposte dal governo, ma solo di attuarne di più restrittive. «Si ricorderà che ad aprile la presidentessa della regione Calabria Jole Santelli aveva disposto la riapertura in anticipo, rispetto ai decreti, di alcuni esercizi commerciali; l’ordinanza era stata impugnata dal governo. Oggi presumibilmente queste controversie sono meno probabili e si palesa il tentativo di decentralizzazione della gestione dell’emergenza sanitaria», spiega Zecca. «Si attribuiscono però alle regioni anche poteri limitativi che vanno al di là delle loro competenze. È vero che esiste una delega da parte del governo, ma la Costituzione prevede che si possano limitare libertà personali solo con leggi dello Stato. Perlopiù nel caso più recente, quello della regione Campania (l’ordinanza di De Luca del 15 ottobre che ha chiuso scuole e vietato feste e celebrazioni, ndr), si è trattato non di leggi regionali, ma di ordinanze, cioè provvedimenti amministrativi».
Una dinamica che commenta da altro punto di vista anche Walter Ricciardi, docente ordinario di Igiene generale e applicata alla Facoltà di Medicina e chirurgia dell’università Cattolica di Roma. «La situazione si sta deteriorando rapidamente in alcune regioni, come in Campania e in Lombardia. È necessario dunque attuare idonee misure affinché scuole e aziende vadano avanti, chiudendo invece tutto ciò che è superfluo. La scuola, se rispettati i protocolli, non è luogo di diffusione incontrollato dell’infezione; quello che succede riguarda il prima e dopo la scuola, per esempio i trasporti locali. L’irrigidimento delle restrizioni è necessario, altrimenti si giungerà a misure ancora più drastiche. Si deve però agire secondo evidenza scientifica, da cui il meccanismo di decisione regionale spesso si discosta e che anche nella misura di De Luca vedo solo parzialmente esistente».
Diecimila positivi in meno di 24 ore. Un bilancio, quello del 16 ottobre, che spaventa e cui si cerca di porre rimedio. «In certe zone del Paese lockdwon mirati sono necessari, perché l’indice di contagio viaggia ben al di sopra di uno. Se non agiamo, ci troveremo di fronte a un incremento esponenziale dei contagi, che raddoppiano ogni due, tre giorni. Con duemila casi al lunedì e ottomila alla fine della settimana non saremmo più nel contenimento, ma nella mitigazione», spiega. Solo pochi giorni fa il Prof. Ricciardi aveva parlato di “sette armi” per evitare il raggiungimento di sedicimila casi a dicembre: distanza, mascherine, igiene delle mani, App Immuni, vaccino antinfluenzale, rafforzamento di terapie subintensive e pronto soccorso, incremento di test e tracciamento con i dipartimenti di prevenzione. «Il comportamento dei cittadini mi pare sia rigoroso e non è un fatto banale: ci sono paesi in cui questo atteggiamento è molto diverso. Il mantenimento della distanza di sicurezza non sempre dipende dal singolo, come accade per i mezzi pubblici. Si deve pensare all’alleggerimento del trasporto pubblico, per esempio con entrate scaglionate nelle scuole. E lo smart working deve diventare lo strumento di lavoro ordinario».
