«We have to do something different», lo ripete in più occasioni Shirish Kulkarni. Giornalista e Membro del The Bureau of Investigative Journalism, ha una carriera di oltre 25 anni alle spalle, trascorsa nelle principali emittenti del Regno Unito. Il suo background gli permette di avere uno sguardo cosciente e rivoluzionario sul mondo giornalistico attuale, ma soprattutto sui possibili scenari futuri. Per Shirish guardare al futuro vuol dire liberarsi dalle vecchie convenzioni, includendo nuovi punti di vista e prospettive.
Quanto è cambiato il giornalismo negli ultimi anni?
La tecnologia e gli strumenti sono cambiati in modo radicale, soprattutto se penso a quando frequentavo la scuola di giornalismo: il primo periodo avevo una macchina da scrivere perché non c’erano i computer. La stessa struttura della piramide rovesciata, il modo in cui raccontiamo le storie, esiste per via del telegrafo che era costoso per cui la gente ha cominciato a posizionare le informazioni più importanti in cima. Tuttavia, nonostante il fatto che la tecnologia si sia evoluta di dieci generazioni da allora, il nostro giornalismo è rimasto identico. Il problema è che il modo in cui è pensata la pubblicazione non è cambiato. Ad esempio, spesso molti interpretano il giornalismo digitale come un “mettere” gli articoli del giornale sul web. Inoltre, c’è una forte tendenza al conservatorismo, le persone non vogliono cambiare. Questa resistenza al cambiamento è ciò che sta creando la grande crisi attuale. Quindi dobbiamo essere molto più focalizzati sul futuro.
Come affrontare quindi questo avanzamento?
Il rischio è di perdersi in un labirinto inseguendo l’ultima novità. L’anno scorso era TikTok, quest’anno ChatGPT, l’anno prossimo sarà probabilmente qualcos’altro. Questo atteggiamento ci trascina in molte direzioni diverse. Penso che per essere molto più focalizzati sul futuro, dovremmo avere un approccio più strategico, basato sui nostri valori interiori: dobbiamo decidere cosa vogliamo fare, per chi vogliamo farlo e cosa soprattutto non vogliamo fare. Se poi queste tecnologie tornano utili al nostro sistema di valori, perfetto. In caso contrario non dobbiamo farci trascinare.
Un’altra grande questione è quella delle disuguaglianze, sia economiche che sociali, che con l’avanzamento tecnologico possono diventare ancora più abissali. Cosa si può fare per rendere il giornalismo più inclusivo?
Credo che il primo passo debba farlo il senior management. Il problema è che la maggioranza di quelle persone fa parte del mondo occidentale, perlopiù uomini bianchi borghesi. Ci dovrebbero essere prospettive diverse, ma l’industria ancora non lo è. È una questione di potere, abbiamo bisogno di costruire una massa critica di persone che pensano in modo differente, ma è davvero difficile. Molte organizzazioni giornalistiche dicono: “Vogliamo nuove prospettive”, ma poi quando viene proposto loro qualcosa di nuovo rispondono: “Oh, è interessante, ma dovresti adattare la tua idea in modo che sia un po’ più simile alla nostra prospettiva, perché è molto più comodo per noi”.
È anche per questo motivo che hai fondato il network Cymru in Galles.
L’idea di creare Cymru mi venne durante una call. Io faccio parte di vari panel governativi gallesi e un giorno, durante una chiamata mi resi conto che delle venticinque persone collegate ero l’unica di colore. E questa era l’unico esempio presente in termini di diversità. Io ho sempre creduto in questo mantra: il futuro del giornalismo non assomiglia al passato. Così ho creato questo network che offre supporto, formazione e unisce i giornalisti emarginati dall’industria. Ad oggi abbiamo duecento membri e tutti loro per gli editori non esistevano. Ora invece sono rilevanti e dimostrano che sono gli spazi dell’industria a non essere adatti perché hanno atteggiamenti razzisti, omofobi eccetera. Il giornalismo sta andando in varie direzioni ed è necessario avere narrazioni diverse e diversificate. La gente parla di fiducia tutto il tempo, ma il giornalismo sta in gran parte rovinando le comunità. Ad esempio, quando parla dei musulmani in un modo particolare, o delle persone LGBTQ, le danneggia. E poi si chiedono perché il pubblico non ha più fiducia nel giornalismo: è ovvio, se desideri che le persone si fidino, non le danneggi.