Il Festiva internazionale di giornalismo di Perugia, si sa, è un’occasione perfetta per riflettere sugli aspetti positivi e negativi del panorama mediatico che ci circonda. Tra i più disparati temi affrontati durante i cinque giorni di incontri con giornalisti provenienti da tutto il mondo, si è fatto spazio anche a lungo discorso sul valore del giornalismo indipendente. Sanne Schim van der Loeff, amministratore delegato Arena for Journalism in Europe, insieme con la co-fondatrice e caporedattore di Divergente, Sofia da Palma Rodriguez, il direttore esecutivo Investigate Europe, Pietro Matjasic e l’editore di Segui i soldi, Jan Willem Sanders ha aperto in Sala della Vaccara, un dibattito proprio su questo tema, rendendosi testimoni delle proprie esperienze lavorative.
Sviluppatosi in un panorama mediatico tradizionale sostenuto da finanziamenti pubblici piuttosto che privati, un nuovo settore del giornalismo indipendente si fa strada nel futuro e cerca in tutti i modi di monetizzare il proprio lavoro. Si tratta di una sfida impegnativa considerando che in Europa è molto difficile essere finanziariamente sostenibili. Dimostrare il valore prezioso di questo “nuovo” modo di fare informazione, quindi, risulta complesso e molte organizzazioni di media indipendenti vivono enormi difficoltà. È possibile applicare questo concetto nel giornalismo di tutti i giorni? In che modo le testate possono realizzare questo cambiamento? Magzine.it ha cercato di rispondere a questi interrogativi con Sanne Schim von der Loeff.
Al giorno d’oggi in che modo è possibile fare giornalismo sostenibile?
Il punto è che non c’è un’unica risposta su come rendere il giornalismo sostenibile. Direi che queste conversazioni e dibattiti sulle modalità di aiuto e supporto, sono molto utili e rappresentano un primo passo. L’organizzazione per cui lavoro, Arena for Journalism in Europe, si occupa di creare dei network per il giornalismo in Europa e nello specifico evidenzia come supportare quest’aspetto non editoriale delle organizzazioni, per esempio, attraverso la stabilità finanziaria, le risorse umane…Insomma, supportare le organizzazioni tramite questa modalità è il primo passo.
Il giornalismo cross-border può essere considerato il futuro?
Il giornalismo cross-border è già il presente. Per esempio, se si guarda ancora alla mia organizzazione e le altre presenti, tutte lavorano corss-border e la cosa interessante è che lo fanno e lo facciamo già da molto tempo. Ora stiamo avendo la prova che in modo strutturato e costruttivo, se vogliamo scrivere un articolo sull’Olanda, quest’ultimo avrà ridondanza anche in Italia, in Spagna. Quindi, direi che lo stiamo facendo già in modo più sistematico e ora è importante capire come scegliere di svilupparlo e renderlo parte del giornalismo.
In Italia la cultura cross-border non è molto presente, quale può essere la soluzione? Cosa potrebbero fare i diversi Paesi per migliorare quest’aspetto?
Non posso parlare per l’Italia perché non sono italiana, ma so che ci sono delle organizzazioni come IrpiMedia, Facta, Ostro, che fanno parte della nostra rete e che stanno cercando di affrontare il tema di come inserirsi nella rete europea. Da quello che emerge in Italia, la situazione è simile al Portogallo, per esempio, è una sorta di zona grigia non abbastanza povera e non abbastanza ricca e per questo non si sa come muoversi. Invito tutti a confrontarsi con queste organizzazioni, avere una rete europea dove potersi confrontare è un fattore molto importante.
Per quanto riguarda i finanziamenti, sappiamo che spesso i governi e gli oligarchi di alcuni Paesi investono molti soldi nel giornalismo e questo fa sì che l’informazione risulti meno credibile e affidabile. In che modo si può arginare il problema?
Io credo che bisognerebbe parlare con i finanziatori. Ci sono stati grandi cambiamenti da parte loro, affrontano in modo più comprensivo la dinamica di potere tra finanziatore e garante. C’è sempre una dinamica del genere perché uno da e l’altro riceve il denaro ma la maggior parte di essi sono molto consapevoli quando parlano di monitoraggio, di resoconti delle spese, lo fanno per condividere esperienze e conoscenze. Noi dobbiamo essere in grado di incentivare questo approccio. È un cambiamento che sta già avvenendo e la credibilità sta già cambiando. Ovviamente dipende dal finanziatore con cui si lavora e in alcuni casi è l’organizzazione a dover stabilire come muoversi.
