Come reagireste se scopriste che il vostro Stato vi dà un “punteggio del rischio”? Significa che in base ad alcune vostre caratteristiche venite identificati da un algoritmo come possibili soggetti fraudolenti. Chi ha partecipato all’incontro “Come indagare gli algoritmi predittivi antifrode” è rimasto stizzito da questa scoperta, che è il frutto di un’indagine , realizzata dai giornalisti del consorzio Lighthouse Reports. Tra questi c’è Gabriel Geiger, giovane firma di 25 anni che si occupa anche di monitorare la diffusione delle teorie complottiste in Europa.

Durante il suo intervento ha parlato di “processi decisionali automatizzati” in alcuni Paesi europei, che è stato il tema della sua ultima inchiesta. Può spiegarci di cosa si tratta?

Abbiamo analizzato l’uso degli algoritmi in alcuni sistemi di welfare, scavando in quei programmi che cercano possibili fodi tra i beneficiari di aiuti statali. Questa tecnologia promette di essere il più equa, obiettiva e non discriminatoria possibile, ma in questa indagine – dopo aver ottenuto uno di questi algoritmi – abbiamo condotto un esperimento per verificare se fosse effettivamente così e, quando lo abbiamo fatto, abbiamo scoperto che questo algoritmo nella città di Rotterdam discriminava i non olandesi, le donne, i genitori, i giovani e le persone che vivevano nei quartieri più poveri.

Quindi, questi algoritmi sono un modo per gestire la società.

Per esempio, quello accade in Paesi come la Danimarca è che questi algoritmi vengono descritti come più efficienti degli esseri umani. La loro giustificazione è che sarebbe un modo per ridurre i costi, oltre che un metodo efficace per scovare frodi nascoste nei dati che gli esseri umani non sarebbero in grado di individuare. In realtà, non abbiamo visto casi di vera efficacia. Ogni anno vengono segnalate circa 50.000 persone come possibili soggetti fraudolenti, ma meno del 10% di queste persone ha fatto veramente qualcosa di illecito. Oltretutto, spesso non si sa se si tratti di una frode intenzionali o di un semplice errore umano.

In molti dei suoi lavori passati ha monitorato le teorie complottiste, in particolare la diffusione di QAnon in Europa. Com’è la situazione nel nostro continente?

Due anni fa, dopo l’assalto di Capitol Hill, c’è stato un grande aumento dei seguaci di QAnon in tutta Europa. L’aspetto affascinante è che si tratta di una teoria cospirativa americana su Trump e lo Stato profondo, dunque molto legata agli Stati Uniti, e quindi eravamo davvero interessati a indagare sul perché questo complotto stesse avendo successo in Europa. Con Bellingcat abbiamo passato al setaccio milioni di messaggi presi dai canali telegram di QAnon e li abbiamo analizzati in un database. È emerso che in Italia e in Germania c’è una forte diffusione di contenuti di QAnon, mentre molto meno in Paesi come la Grecia o la Spagna.

Considera QAnon un rischio concreto per l’Europa?

Può esserlo. Per esempio, in Francia c’è stato un caso famoso di un gruppo “qanonisti” che ha rapito una ragazza perché pensavano che facesse parte di un gruppo di pedofili satanici. In Germania alcune persone sono state arrestate prima che facessero degli attentati per QAnon. Anche in Italia si sono verificati episodi che ricordano quello di Capitol Hill, come l’assalto alla sede romana della CGIL.

La diffusione delle teorie del complotto sta colpendo profondamente la popolazione italiana. In un recente sondaggio, il 15% degli intervistati ha dichiarato di ritenere vero o altamente probabile che la Terra sia piatta. Qual è la ragione principale dietro a queste convinzioni?

È una domanda da un milione di dollari. I media hanno sicuramente le loro colpe. Poi, naturalmente, i social media sono una parte enorme di questo processo, perché agiscono da catalizzatore per la diffusione della disinformazione e creano le cosiddette eco chambers. Credo che i giornalisti debbano farsi avanti e fare un lavoro migliore per raccontare questi problemi, anche perché nel giornalismo c’è una tendenza di guardare i complottisti e dire “guardate quei buffoni laggiù”. Dobbiamo fare il contrario: cercare di andare un po’ più a fondo per capire realmente cosa sta accadendo.