Centoventi mezzi, 6 mila militari provenienti da otto diverse nazioni aderenti alla Nato e la presenza di osservatori di 21 Marine estere. Ormai per molti non si tratta più solo della più grande esercitazione della Marina Militare italiana, ma della più grande esercitazione militare del Mediterraneo centrale. Si sta concludendo in questi giorni l’operazione “Mare Aperto”, un evento annuale che raduna un numero sempre crescente di forze armate e non solo. Nel 2024, per esempio, si è assistito allo schieramento di quasi diecimila militari provenienti da 22 nazioni – di cui undici Paesi NATO – e un elevato numero di personale non militare, tra cui Protezione Civile, Croce Rossa e 65 studenti, con professori accompagnatori, da 15 atenei italiani.

Un trend da anni in costante crescita, come dimostrano i numeri. Quest’anno gli universitari che sono imbarcati sono ottanta, proveniente da un totale di 18 università italiane. Una volta imbarcati, il ruolo degli studenti, che aderiscono tramite stage e tirocini curriculari o extracurriculari, è svolgere il ruolo di advisor politici, legali, o di addetti all’ufficio stampa in uno scenario di crisi internazionale: «Non vengono testate solamente le capacità tecniche della forza armata», ha dichiarato Emiliano Magnalardo, Capitano di Vascello della Marina Militare, «ma si cercano di testare anche quei campi non prettamente militari ma che concorrono alle attività militari, come con le figure del political advisor, del legal advisor e dell’esperto e di Stratcom. In questo programma è previsto l’ingresso degli studenti universitari delle facoltà di carattere umanistico».

Come funzionano i tirocini nell’operazione “Mare Aperto”?

Nonostante la maggioranza degli studenti che svolgono lo stage provengano da studi di scienze politiche e giurisprudenza, “Mare Aperto” cerca di rivolgersi anche a studenti di facoltà scientifiche e ingegneristiche: «Imbarchiamo mediamente anche studenti delle facoltà di ingegneria o di biologia. Per esempio, nelle attività che vengono svolte ci sono anche attività anfibie, quindi anche i biologi  fanno delle campagne sfruttando l’occasione di lavoro sulle navi di tipo anfibio. Anche gli ingegneri  sono a bordo: meccanici, elettronici, e aeronautici, perché sulla portaerei sono imbarcati anche aerei AV8 F35». A introdurre gli ingegneri  allo stage nell’operazione “Mare Operto” è stata per prima l’Università Federico II di Napoli, nel 2023, quando riservò tre posti per gli studenti del dipartimento di ingegneria industriale.

Quali attività svolgono gli studenti imbarcati? Dopo essere stati inseriti in gruppi di lavoro a contatto con il personale militare, viene simulata una campagna militare: viene quindi creato uno scenario fittizio nel quale i comandanti in mare devono simulare di prendere delle decisioni che possono prevedere l’impiego della forza oppure la comunicazione strategica. Quindi gli studenti, in veste di advisor, fanno uno studio di tutti gli aspetti relativi alla comunicazione, all’inquadramento giuridico e allo scenario geopolitico, che, sebbene di fantasia, rispecchia la realtà e l’attualità dello scenario internazionale: «Con le loro conoscenze possiamo sviluppare delle tematiche addestrative che normalmente in un’esercitazione difficilmente vengono sviluppate. Giocando in questo scenario fittizio, queste figure diventano risorse molto preziose per le forze armate, dove non ci sono altrettanti militari in possesso di queste conoscenze».

Proteste contro “Mare Aperto”

«Da quello che ho potuto vedere in questi anni, per loro rimane, spero, un’esperienza unica […]. Non solo da un punto di vista professionale, ma anche da un punto di vista umano, le attività sono molto coinvolgenti, perché si tratta appunto di un’esperienza totalmente immersiva», conclude Magnalardo.

Mentre gli ufficiali della Marina Militare esprimono soddisfazione per i risultati ottenuti nel corso degli anni – con gli studenti e non solo – all’interno della comunità studentesca in molti hanno cominciato a mettere in dubbio l’iniziativa: «In un momento in cui l’Unione europea parla di riarmo, stanziando 800 miliardi per la guerra, l’università italiana manda i propri studenti a imparare a fare la guerra» commenta Sebastian Pelli, studente del Politecnico di Milano che ha partecipato alle azioni di protesta contro “Mare Aperto” che si sono svolte nelle università di tutta Italia nelle scorse settimane. «La protesta degli studenti contro Mare Aperto ha prima di tutto origine nel rifiuto della guerra».

«È una guerra che già oggi in Europa e non solo viene pagata in termini di vite di lavoratori, e spesso anche di studenti come noi. Ed è in questo riquadro che vanno viste le politiche di riarmo dell’UE, e anche tutti i legami che hanno oggi le università italiane con i piani militari dello Stato». La protesta contro Mare Aperto si inserisce in seno al movimento di protesta che rifiuta le politiche di riarmo e di militarizzazione, definendole economia di guerra.

Pelli rende chiara la radice internazionalista del movimento: «La lotta contro Mare Aperto riguarda l’intera strutturazione dell’università italiana. Nella società capitalista l’università è piegata agli interessi della borghesia, quella stessa borghesia per la quale poi i lavoratori vengono mandati a combattere in guerra. È un intero sistema che passa anche per i tirocini, per le borse di dottorato finanziate dalle aziende, per la presenza di queste stesse aziende nei Cda degli atenei. Non si tratta di lottare solo contro le operazioni militari, o contro alcune aziende che non ci piacciono. Il problema è che l’università italiana è parte integrante di questo sistema e noi lo contestiamo».