Stavolta erano decine di migliaia. Una delle più grandi manifestazioni nazionali per la Palestina degli ultimi mesi ha riempito le piazze sabato 24 febbraio, con la partecipazione massiccia di diverse comunità arabe del Nord Italia, in marcia con organizzazioni sindacali e politiche. A Milano, il corteo ha attraversato la città, partendo di pomeriggio da piazzale Loreto per arrivare fino a largo Cairoli, davanti al Castello Sforzesco. Tra gli organizzatori ci sono anche i Giovani palestinesi d’Italia (Gpi), che hanno contato più di 50mila manifestanti, mentre la questura ne ha segnalati circa 15mila. Nonostante il clima di tensione che si respira da qualche settimana, il corteo ha proceduto regolarmente fino a destinazione, senza problemi di ordine pubblico.

Gli slogan pronunciati sono diversi, dalle richieste di fermare il genocidio a Gaza fino agli attacchi più diretti al governo Meloni, accusato di fornire sostegno a Israele. Tra gli striscioni e i cartelli si leggono frasi come “Con la resistenza palestinese” e “Stop al genocidio, fermiamo il governo della guerra”; ma si intravedono anche alcune sagome di  politici “insanguinati” da manate di vernice rossa, tra cui Giorgia Meloni, Matteo Salvini, il ministro della Difesa Guido Crosetto e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. «Ieri Milano è stata palestinese: più di 50.000 persone in piazza per il corteo nazionale tra lavoratori, studenti, comunità arabe e realtà solidali alla causa» hanno commentato i Gpi sui social, «un momento fondamentale, che chiarisce ancora una volta che noi non ci fermiamo».

Boicottaggi e repressione delle proteste

La mobilitazione di sabato è stata anche il risultato delle proteste ridotte delle settimane precedenti. Venerdì diverse sigle sindacali di base, tra cui Si Cobas, Adl Cobas e Usb, hanno aderito allo sciopero generale per la Palestina. «Non c’è solo la questione Palestina: la nostra volontà è dare un segnale di opposizione alla guerra e all’economia di guerra in quanto lavoratori» spiega Daniele Mallamaci, rappresentante dei Si Cobas, riferendosi alla concentrazione delle risorse statali alla spesa militare, «Significa che, da un lato, si spende per la militarizzazione e non per i salari e per i servizi sociali; dall’altro, significa che c’è una militarizzazione della società, cioè aumenta la repressione contro le proteste».

Daniele Mallamaci, rappresentante dei Si Cobas: «Non c’è solo la questione Palestina: la nostra volontà è dare un segnale di opposizione alla guerra e all’economia di guerra in quanto lavoratori. Significa che, da un lato, si spende per la militarizzazione e non per i salari e per i servizi sociali; dall’altro, significa che c’è una militarizzazione della società, cioè aumenta la repressione contro le proteste»

I fatti avvenuti durante lo sciopero a Pisa, Firenze e Catania sembrano avvalorare questa tesi: in queste città le forze dell’ordine hanno caricato i cortei con manganellate, coinvolgendo diversi ragazzi tra cui dieci minorenni e suscitando la reazione sconcertata di diverse figure istituzionali. Anche nei giorni precedenti ci sono stati altri casi: i presidi davanti alle sedi Rai, all’indomani della chiusura del festival di Sanremo e delle dichiarazioni di supporto a Israele, sono stati respinti con la violenza a Torino, a Napoli e a Bologna. Mentre a Milano, lo scorso 27 gennaio, il corteo per la Palestina non è stato autorizzato e di conseguenza è stato bloccato a piazzale Loreto con la forza.

Anche il boicottaggio globale viene usato come strumento di protesta nei confronti di Israele. La prima tra le aziende ad essere stata boicottata è stata McDonald’s, accusata di dare pasti gratuiti ai militari israeliani: dopo un appello pubblico, il boicottaggio nei Paesi del Medio Oriente e a maggioranza musulmana è stato tale che in quelle zone l’azienda non è riuscita a raggiungere gli obbiettivi di vendita trimestrali. Anche in Italia si stanno svolgendo delle campagne di boicottaggio, che, nonostante non raggiungano lo stesso impatto, sono servite a rilanciare la manifestazione del giorno dopo. Non a caso, venerdì a Milano si sono tenuti due presidi di denuncia davanti alle sedi di via Farini di Carrefour e McDonald’s.

Presidio davanti al Carrefour in via Farini, venerdì 23 febbraio. Credits: Mattia Tamberi

(Galleria fotografica di Mirea D’Alessandro)