Spavaldi e Fragili è la mostra temporanea di Gianmarco Maraviglia curata da Chiara Oggioni Tiepolo e inaugurata nello spazio espositivo AEM Museum a Nord-Est di Milano per celebrare i venticinque anni dalla nascita dell’Associazione Kayros. “Non esistono i cattivi ragazzi” è il motto dell’organizzazione. La verità è che la fortuna o il destino scelgono per te la famiglia in cui nasci e il contesto in cui cresci.
Dalla serie fotografica esposta nel piano superiore dello spazio, si percepisce con grande chiarezza lo stile fotografico di Maraviglia, che da anni racconta storie sociali e ambientali attraverso una lente del tutto personale: attento ai dettagli, il fotoreporter si immerge nelle realtà che sceglie di raccontare diventando parte di esse. «Sono entrato in contatto con Kayros un anno fa perché un giornale tedesco con cui collaboro, Der Spiegel, mi chiese di realizzare un servizio sul fenomeno delle baby gang in Italia. Abbiamo lavorato sul tema e così ho conosciuto l’associazione, che è la comunità di riferimento per questo mondo, anche se poi ho capito che una “baby gang” è più un termine giornalistico che una realtà vera e propria, esordisce Maraviglia.
Attraverso i reportage commissionati da Der Spiegel prima e da Sette – allegato del Corriere delle Sera – poi, Maraviglia ha trascorso molto tempo con i ragazzi di Kayros e per questo ha realizzato la mostra fotografica esposta nella sala dell’associazione. Per inaugurarla, ha organizzato con i ragazzi del Centro una vera e propria festa e, visto il grande successo riscosso tra loro, don Claudio Burgio – fondatore di Kayros – gli ha chiesto di raccontare la vita della comunità in occasione del venticinquesimo anniversario dell’attività. «Il titolo dell’esposizione è Spavaldi e Fragili: non l’ho scelto io ma trovo sia molto esplicativo. I ragazzi che vivono o frequentano la comunità sono spavaldi quando sono in gruppo ma sono fragili. L’uso della violenza è spesso una reazione alla fragilità».
Kayros è un’associazione fondata a Lambrate, ad Est di Milano, nel Duemila ed è nata per offrire supporto e alloggio ai minori in difficoltà segnalati dal Tribunale dei Minori, dai Servizi Sociali e dalle forze dell’Ordine. Sono diverse le attività promosse dalla comunità per far sì che le famiglie in difficoltà possano sentirsi accolte e ascoltate. A San Siro, per esempio, insieme ai ragazzi del collettivo Seven700 — che hanno fatto strada nel rap italiano e che abitano nelle case popolari di zona — è nato uno studio musicale dove decine di ragazzi del quartiere si esercitano con i fonici e le strumentazioni del collettivo e della loro etichetta. «Kayros ha capito che la musica, la trap in particolare, può essere il modo per avvicinare i ragazzi che vivono in quartieri difficili o che si trovano per un motivo o per l’altro al Beccaria. Tant’è che Kayros ha firmato un contratto di distribuzione con l’etichetta Universal: in questo modo i ragazzi hanno uno studio di registrazione interno. Il risultato è che tutti i ragazzi di Kayros fanno trap e, per questo, nell’esposizione inaugurata ad AEM ci sono alcuni scatti che li ritraggono in studio».
Per un fotografo, riuscire a catturare la quotidianità delle persone — specialmente in contesti più complicati — non è semplice soprattutto perché il rischio è realizzare prodotti già visti o stereotipizzati. «Quando inizio un progetto procedo in punta di piedi ma mi presento sempre con una macchina fotografica perché credo sia importante che le persone si abituino a me e mi vedano come un fotografo perché sono lì per portare a termine un lavoro. Riuscire a fare ottimi scatti e a prendere il giusto tempo è una cosa che viene con l’esperienza». Maraviglia tiene però a sottolineare che la regola fondamentale è «scattare con la massima delicatezza, rispettando il consenso e la dignità delle persone».
Sono diverse le storie che il fotoreporter ha documentato e raccontato durante la sua carriera: dai giovani nati dopo l’indipendenza — mai riconosciuta — del Nagorno karabakh, alla quotidianità dei rifugiati detenuti a Samos — isola prigione situata a meno di due chilometri dalla costa turca —. Dall’emancipazione femminile delle donne ruandesi dopo il genocidio del 1994, alle tragiche conseguenze della crisi economica in Grecia dove nella capitale decine di prostitute, spesso tossicodipendenti, vendono il loro corpo per pochi euro in alberghi malfamati. Quest’ultimo è stato uno dei più difficili, spiega Maraviglia: « È successo poche volte che io abbia chiamato la mia compagna e lei sentisse istintivamente che non stavo bene. In Grecia, quando ho fatto il lavoro sulla prostituzione, sono finito in delle situazioni veramente complicate e una in particolare riguardava dei bambini. C’era un parco che di giorno era frequentato da famiglie ma di sera ho scoperto che si trasformava in un posto dove i giovanissimi si prostituivano. Ti parlo di ragazzini di dieci, undici anni. Ci sono passato e non dimenticherò mai una scena: c’era un cancello e tra le frasche una specie di tronco che sembrava una sorta di altare con delle coperte rosse messe sopra. Era chiaro a cosa servisse. Mi ricordo come fosse ieri che scrissi un pezzo che finiva così: «Stanotte Cappuccetto Rosso si è perso».
Il compito di un fotoreporter — così come quello di un giornalista — è documentare ciò che accade. In contesti sociali e politici complicati però, può diventare molto pericoloso e — nonostante la regola fondamentale sia sempre quella di conoscere il contesto in cui si opera e prendere tutte le precauzioni del caso per minimizzare i rischi — può avere anche delle conseguenze inaspettate. Chi non fa questo lavoro, forse com’è normale che sia, non riesce a vedere cosa si nasconde dietro un reportage o un articolo di giornale e capita di rado che un professionista che lavora sul campo ti racconti ciò che ha vissuto a livello personale per realizzare un progetto.

