L’attacco terroristico di Hamas sul suolo israeliano e la controffensiva d’Israele sulla Striscia di Gaza sono stati la miccia che ha innescato l’agitazione nelle università degli Stati Uniti. Dal 7 ottobre 2023, i campus sono l’arena nella quale si contrappongono due fazioni: una considera ingiustificata e sproporzionata la risposta dell’esercito israeliano; l’altra la sostiene, ritenendosi anche bersaglio degli antisionisti e antisemiti. Negli istituti, la violenza sia verbale, sia fisica è divampata, con l’intento di silenziare chi esprime opinioni opposte. E ha messo sul banco degli imputati anche i vertici delle università, le cui azioni, in alcune circostanze, hanno comportato le loro dimissioni.

Ciò che accade nel mondo accademico a stelle e strisce è la quotidianità per Greg Lukianoff, presidente e CEO della Foundation for Individual Rights and Expression. I suoi obiettivi sono la tutela e la promozione dei diritti fondamentali nei campus universitari. Il tema che tratta nella sua newsletter The Eternally Radical Idea, sul quale ha co-scritto con Rikki Schlott anche l’ultimo libro The Canceling of the American Mind (Penguin Books, 2023) e di cui ha parlato a Magzine.

In varie università statunitensi c’è un’atmosfera di tensione. Nei campus, la libertà di parola scricchiola?

«È in declino, ma questa tendenza è iniziata molto prima del 7 ottobre 2023. C’è stata un’aperta ostilità verso il concetto di libertà di espressione nei campus per decenni, qualcosa che ho osservato già mentre ero a Stanford Law negli anni Novanta. Tipicamente erano gli amministratori a cercare di limitare la libertà di parola. Intorno al 2014, però, è avvenuto un cambiamento drammatico. Una generazione di studenti è arrivata nei campus dopo essere stata educata con alcune pessime idee sul supposto e potenziale “danno” delle parole e sulla loro stessa fragilità. Per la prima volta, gli amministratori, storicamente critici verso la libertà di espressione, hanno trovato un gruppo di studenti con cui allearsi per sopprimere questo diritto ad altri studenti, docenti e relatori invitati nelle università».

Dall’inizio del conflitto Israele-Hamas, la polarizzazione del discorso nelle università statunitensi si è intensificata. Ha implicazioni sociali più ampie che riflettono un cambiamento anche nei dibattiti tra studenti, docenti e tra studenti e docenti?

«La polarizzazione del discorso nei campus si è sviluppata per decenni. È accelerata negli ultimi dieci anni, e l’ambiente dopo il 7 ottobre 2023 ha rivelato quanto la situazione fosse peggiorata. E la cancel culture, che ha le sue radici nell’istruzione superiore, non sorprende che continua a essere utilizzata come arma da chi detiene opinioni maggioritarie nei campus. Ma è troppo presto per sapere se questo aumento dello scontro sia temporaneo o rappresenti una nuova normalità».

L’approccio all’ attivismo universitario e, di conseguenza, all’applicazione del Primo Emendamento stanno mutando?

«Un aspetto positivo del caos nei campus è che alcune università hanno iniziato a capire quanto sia rischioso esprimersi sulle questioni politiche del momento. La tendenza a emettere dichiarazioni istituzionali su temi politici divisivi è qualcosa che abbiamo iniziato a vedere dopo l’uccisione di George Floyd nel 2020, quando gli studenti hanno iniziato a chiedere che le loro scuole si pronunciassero sull’incidente e le amministrazioni sono state più che disposte ad accontentarli. Questo, prevedibilmente, ha portato a una situazione insostenibile nella quale ogni gruppo ora si aspetta che la propria università rilasci una dichiarazione quando la loro causa o questione è sotto i riflettori. Così, in questo caso, gli studenti pro-Israele hanno insistito perché venisse condannato Hamas, mentre quelli pro-Palestina si aspettavano che criticassero Israele. Questo dilemma impossibile ha portato diversi istituti, tra i quali Yale, Penn, USC, Johns Hopkins e Purdue, a vedere la saggezza nell’adottare la neutralità istituzionale».

Questo clima si respira, principalmente, nelle università della Ivy League. È una visione distorta?

«In generale, le scuole private d’élite si sono dimostrate avere ambienti scadenti per la libertà di parola nei loro campus. Infatti, per il secondo anno consecutivo, Harvard si è classificata ultima nella classifica “College Free Speech Rankings” di FIRE, mentre la Columbia al penultimo. Nessuna delle università della Ivy League, a eccezione di Yale, è riuscita a posizionarsi sopra il 200° posto nelle classifiche 2024, che ha valutato 251 scuole. Vale la pena notare, tuttavia, che l’Università della Virginia si è classificata al primo posto nelle nostre classifiche e quella di Chicago ha ottenuto buoni risultati costantemente».

Dopo questo primo anno di proteste, quali pensa siano i rischi per la libertà di espressione e l’attivismo universitario?

«Continuo a temere che gli studenti siano stati educati male a credere che la libertà di espressione sia uno strumento dei potenti. Nulla potrebbe essere più lontano dalla verità. I potenti non hanno bisogno della libertà di espressione perché se la sono sempre cavata bene senza di essa. Sono sempre state le minoranze a fare affidamento sulla libertà di espressione per sfidare il governo e chiedere pari diritti».