Giunta anche la Fase 3, iniziata ufficialmente il 3 giugno con la riapertura dei confini inter regionali, è arrivato il momento di spingersi ben oltre la porta di casa non solo per assaporare la semi libertà appena riconquistata e il sole di tarda primavera, ma anche per riorganizzare la quotidianità cercando di ritrovare i ritmi più regolari del lavoro e dello studio pre Covid-19.

A muoversi in questa direzione è innanzitutto l’università, che dopo tre lunghi mesi di didattica spostata su piattaforme online disparate – da BlackBoard a Zoom passando per conferenze fiume su Skype e Google Hangouts – ora prova a ritrovare se stessa, cercando di riportare in aula gli studenti a partire dal prossimo settembre.

“La Sapienza” di Roma può essere considerata un buon esempio. L’ateneo più grande e affollato d’Italia ha sempre vantato assembramenti notevoli nonostante gli spazi ampi messi a disposizione delle singole facoltà e adesso pondera soluzioni che tutelino totalmente il diritto allo studio dei propri iscritti. A parlarci dei provvedimenti fin qui adottati è il Rettore, dott. Eugenio Gaudio, docente di Anatomia Umana presso il Policlinico Umberto I.

Rettore, partiamo dalla situazione attuale. Oggi come si accede e chi può entrare nell’ateneo?

Attualmente è previsto, anche in base a un accordo stretto con i sindacati per garantire la sicurezza all’interno dell’università, che i direttori di dipartimento e di struttura ricevano le richieste di colleghi e studenti che devono svolgere attività in presenza, come ricerche bibliografiche e tesi sperimentali nei laboratori, riaperti dal 4 maggio. Se è vero che la didattica, pur se online, è proseguita, la ricerca ha subito uno stop, un ritardo che dobbiamo assolutamente recuperare. Per fare questo, all’ingresso dell’ateneo per i visitatori esterni e all’entrata delle singole strutture per docenti, personale amministrativo e studenti sono previsti dei controlli che accertino il fatto che accedano persone che ne abbiamo effettivamente necessità e che sono state autorizzate. È quindi prevista un’autocertificazione per quanto riguarda lo stato di salute e per assicurare di non aver avuto contatti con pazienti malati di Covid-19. Valgono poi tutte le misure di sicurezza previste, dal distanziamento di almeno due metri all’uso della mascherina, passando per la sanificazione delle mani e delle strutture utilizzate durante la permanenza in facoltà e laboratori, come banconi e apparecchiature di ricerca. Tra un turno di lavoro e l’altro avviene un processo di igienizzazione per mettere in sicurezza l’esecuzione di tutte le attività da svolgere.

Siete provvisti di termo scanner per rilevare la temperatura? Quali misure di sicurezza si stanno prendendo a livello logistico?

Non è prevista la rilevazione all’ingresso, ma la sola autocertificazione, considerata dalla nostra task force di esperti altrettanto valida perché oltre a una temperatura inferiore ai 37,5 gradi va assicurato di non avere sintomatologia clinica, di non aver avuto rapporti con pazienti positivi al Covid e così via. Mettiamo a disposizione mascherine per chi ne sia sprovvisto e gel igienizzanti per le mani.

Per gli esami della sessione estiva si continuerà con la modalità online già sperimentata in questi mesi di lezioni a distanza. Crede che anche la sessione autunnale potrebbe svolgersi con queste stesse modalità?

Dipenderà dalle decisioni del governo. A oggi nella Fase 3 è previsto, secondo il dpcm del Presidente del Consiglio e secondo le linee guida del Ministro di Università e Ricerca, Gaetano Manfredi, che ci sia una possibilità mista, quindi tenere esami sia a distanza sia in presenza. Chiaramente ci auguriamo che l’evoluzione della pandemia nei mesi di luglio e agosto sia tale da poter aver una maggiore libertà di movimento nel periodo successivo. Per prendere ulteriori decisioni dobbiamo ancora aspettare per agire in base a quelli che sono e saranno eventuali altri decreti delle autorità preposte, sia a livello di governo e di ministero sia a livello regionale. L’attuale decreto prevede, come dicevo, la possibilità di una modalità mista per la sessione estiva; noi abbiamo colto questa opportunità dando spazio ai docenti che abbiano un numero basso di prenotazioni, così da avere il giusto distanziamento nel tenere in presenza sia le lauree sia i normali esami di profitto. La priorità resta sempre garantire gli standard di sicurezza della salute, fondamentale per una ripresa sicura di tutto il Paese. Dopo aver impiegato grandi sforzi economici e non solo durante la fase di lockdown, non possiamo permetterci di sprecare tutto questo per superficialità.

Molti studenti hanno lamentato problemi con il browser SEB, che permette di accedere alla piattaforma Exam.net per sostenere gli esami scritti a distanza. Le difficoltà sono legate al fatto che questo browser funziona bene con dispositivi molto recenti, mentre va in tilt su pc più vecchi di due anni. Gli studenti quindi si chiedono come poter affrontare adeguatamente la sessione incombente soprattutto nel caso in cui non si abbia una disponibilità economica tale da permettere l’acquisto di un computer di ultima generazione. Come si può ovviare a questo problema?

La criticità ci è ben nota, tanto è vero che il consiglio è quello di utilizzare altri sistemi e non il SEB, ritenuto indispensabile in questa fase solo da pochi docenti e per pochi esami scritti che prevedono test con domande a scelta multipla. Il prorettore per le infrastrutture e InfoSapienza, che gestisce l’informatica d’ateneo, hanno trovato altre soluzioni che porremo in essere per evitare i disagi citati, che dovranno essere rimossi per consentire a tutti di sostenere gli esami senza dover ricorrere al SEB. Finché il sistema non sarà implementato, però, alcuni docenti saranno costretti ad affidarsi ancora a questo browser per garantire la serietà e la correttezza degli esami. Siamo quindi in fase di superamento di questa criticità che, ripeto, coinvolge solo pochi esami. Faremo in modo che fra poco non riguardi più nessuno.

Per quanto riguarda il prossimo anno accademico, al momento è pensabile la riattivazione delle lezioni in presenza?

Seguiremo le linee governative. Ogni quindici giorni il comitato tecnico scientifico di supporto al governo valuta l’andamento della pandemia. Non so come sarà la situazione a settembre. Mi auguro – innanzitutto per il Paese e poi per l’università – che sia così positiva da poter riaprire in tranquillità. A oggi vale la modalità mista, perciò lì dove sarà possibile tenere lezione in presenza usufruendo di aule ampie e distanziando gli studenti di due metri, si potrà tornare tranquillamente in sede. Per i corsi con un alto numero di iscritti che richiederebbero un affollamento delle strutture non compatibile con le attuali misure di sicurezza, la didattica procederà online. In ogni caso penso che l’anno accademico debba riprendere regolarmente con le due modalità fin da subito, a settembre o ottobre a seconda dell’inizio dei vari corsi, perché non ci possiamo permettere il lusso di far ritardare gli studenti. Questo sarebbe un costo notevole a lunga gittata per il Paese; gli studenti devono andare avanti e il nostro impegno è stato proprio quello di riconvertire a distanza la didattica con risultati buoni apprezzati da gran parte degli studenti, considerando che in questi mesi oltre 100mila ragazzi hanno seguito le lezioni online.

Prima ancora delle lezioni bisogna pensare all’organizzazione dei test d’accesso di settembre. Al momento sono previsti per tutte le facoltà o per esempio pensa che non sia necessario farli sostenere a chi punta a corsi a numero aperto?

Abbiamo studiato il problema e per quest’anno lì dove non è prevista l’obbligatorietà dei test di ammissione, questi non avranno luogo. Penso a facoltà come lettere e giurisprudenza: l’emergenza giustifica questo passaggio, teso a non penalizzare né a rallentare l’impegno degli studenti a mantenere la tempistica per la loro formazione e futura laurea. Si procederà con il self assessment durante l’anno e con il superamento degli esami del primo semestre per verificare l’eventuale necessità di implementare la formazione. Per assolvere gli obblighi formativi, quindi, si procederà online.

Un altro capitolo riguarda chi sostiene i test per via telematica, come per ingegneria ed economia: in questo caso è valida la modalità da casa, considerando che normalmente le prove si svolgerebbero sempre online, ma collegandosi dai computer dell’università?

Per facoltà come ingegneria i test si svolgeranno sul web attraverso la collaborazione del consorzio Cisia, garantendo in ogni caso l’assolvimento di quel necessario assessment dello stato formativo prima dell’immatricolazione e di riparare successivamente gli obblighi formativi prima di affrontare la sessione, come nel caso degli esami di matematica. Dove il numero dei candidati consente l’occupazione di aule in sicurezza, si può procedere in sede, altrimenti per via telematica. Questa regola verrà declinata in maniera puntuale caso per caso.

Per i corsi a numero chiuso, invece, come crede che ci si potrà organizzare? Non sono ancora arrivate direttive ministeriali, ma per esempio come sarà gestito il test di medicina, se ogni aula potrà ospitare la metà dei ragazzi che normalmente vi hanno accesso?

Per il test di medicina, è allo studio del ministero una prova che si possa tenere in tutte le sedi universitarie, anche in quelle che non erogano questo corso, in modo da garantire che lo studente non debba viaggiare, restando nell’università a lui più vicina. I test poi vengono raccolti e inviati al Cineca di Bologna per la correzione; una volta stilata, la graduatoria come tutti gli anni assegnerà gli studenti alle sedi che hanno indicato nel modulo di iscrizione secondo l’ordine di preferenza. Questo consentirà di spalmare su tutto il territorio nazionale gli studenti e quindi di rendere più leggere le sedi che tradizionalmente sono più affollate. Un candidato di Reggio Calabria desideroso di entrare a Roma, Bologna o Milano non sarà perciò costretto a spostarsi come invece è sempre avvenuto, ma potrà sostenere il proprio test nella sede universitaria più vicina.

Per quanto riguarda la distribuzione degli studenti nelle aule, già in passato si è avuta la necessità di assicurare l’impossibilità di copiare, perciò i distanziamenti degli studenti erano già presenti; su questo fronte, quindi, potrebbe essere facile organizzarsi. Qui alla Sapienza abbiamo sempre usato oltre 50 aule sparse in tutta la città universitaria per erogare il test. Questa distanza verrà ulteriormente adeguata in base alle misure di sicurezza, perciò penso che l’esame di ammissione si potrà affrontare tranquillamente in presenza.

In questi giorni il ministro Manfredi si è espresso a proposito del tema tasse universitarie, affermando che gli stanziamenti previsti dal governo daranno la possibilità di esenzione a uno studente su due. Come si sta muovendo la Sapienza? Sono previste agevolazioni o riduzioni dell’importo delle tasse?

Il nostro ateneo già da tempo ha adottato la politica poi esplicitata dal ministro Manfredi. Prima ancora della legge che la disponeva, siamo stati i primi a portare a 13mila Euro l’esenzione dalle tasse. L’anno scorso l’abbiamo ampliata a 14mila e con il nuovo provvedimento raggiungerà tutti gli studenti che dichiarano un ISEE fino a 20mila. Cercheremo di calcolare l’ISEE attuale e non del 2019, perché chiaramente il lockdown ha pesato sulle finanze del 2020 e non su quelle dell’anno precedente. Inoltre abbiamo intenzione di ritoccare la curva dai 20 ai 40mila Euro verso il basso, per garantire o una riduzione significativa o un’esenzione dalle tasse per facilitare il diritto allo studio. Sono poi presenti delle previdenze per dotare di strumenti informatici – tablet, pc e videocamere con microfono – gli studenti meno abbienti che non ne sono provvisti. Mettiamo anche a disposizione delle aule informatizzate, così che chi non ha possibilità di collegamento Internet – o per mancanza di linea o per mancanza di abbonamento o di strumenti – possa venire in sede e usare quelle dell’ateneo per continuare gli studi online, gli esami e così via. Stiamo studiando quindi un vero e proprio pacchetto complessivo per venire incontro alle difficoltà che i nostri studenti e le loro famiglie incontreranno a seguito della crisi da emergenza sanitaria.

Questi provvedimenti saranno estesi anche alla terza rata dell’anno accademico corrente o interesseranno direttamente le tasse del prossimo anno?

Le riduzioni si riferiranno all’anno venturo, mentre quest’anno il versamento della terza rata è stato posticipato. La nostra commissione tasse, però, sta valutando se c’è la possibilità di intervenire, perché questo è un provvedimento che andrebbe a incidere su un bilancio già approvato, creando quindi qualche problema. In fase di bilancio come previsione per l’anno venturo, invece, sarà più facile muoversi.

Da medico e studioso, che idea si è fatto del Coronavirus e dello sviluppo di un potenziale vaccino?

Credo che la diffusione di questo nuovo virus abbia trovato impreparati i sistemi sanitari – soprattutto occidentali – che negli anni sono stati per lo più smantellati. Questa situazione ha fatto emergere due criticità. Innanzitutto il poter garantire a tutti un’adeguata assistenza medica all’inizio della pandemia – quando inizialmente i casi non sono stati riconosciuti, andando ad affastellarsi soprattutto in Lombardia, dove il sistema non aveva le strutture necessarie per far fronte alla situazione, cioè le rianimazioni e le terapie intensive. Ciò in generale è dovuto al processo di disinvestimento che ha colpito la sanità negli ultimi dieci. Chi si occupa di sanità pubblica aveva denunciato già da tempo il sottofinanziamento di un sistema sanitario come il nostro, che andava invece potenziato.

È emersa poi una debolezza del territorio rispetto agli ospedali, quindi un ospedalocentrismo che ha in qualche modo favorito la diffusione dell’epidemia, mentre invece chi ha adottato politiche più concentrate sul territorio a casa del singolo paziente ha ottenuto risultati migliori. Tutto questo confrontandosi con una pandemia che ha trovato un territorio totalmente vergine: nessuno aveva mai contratto questo virus, non esisteva e non esiste ancora un vaccino… È stata come un’influenza all’ennesima potenza. Ricordo che, nonostante ci sia un’immunità di gregge più diffusa e che sia puntualmente disponibile il vaccino, l’influenza stagionale fa 7-8mila morti all’anno. In questo caso, dunque, essendo in presenza di un virus nuovo che è stato progressivamente studiato – prima si pensava che causasse solo una polmonite interstiziale, mentre oggi sappiamo che può provocare anche fenomeni importanti di micro trombosi che interessano più sistemicamente l’organismo – affrontarlo da un punto di vista terapeutico è stato difficile. Si è iniziato a trattare con gli anti malarici, mentre adesso sappiamo che probabilmente questi hanno addirittura un effetto negativo; poi si è capito che gli anti coagulanti potevano avere un ruolo importante nella terapia, tanto è vero che oggi l’espressività clinica appare migliore rispetto al primo periodo. Probabilmente non è il virus a essersi attenuato, ma siamo noi a riconoscerlo, curandolo meglio. Infine bisogna considerare gli effetti del distanziamento sociale, motivo per cui oggi la pandemia sta declinando.

Sul vaccino non faccio previsioni. Mi auguro solo che venga individuato al più presto e che sia effettivamente in grado di suscitare la produzione di anticorpi neutralizzanti. Finché non ci sono dati certi non si possono fare previsioni a lungo termine, dire se tra due mesi e tra un anno sarà pronto. Penso che oggi siamo più in grado rispetto a tre-quattro mesi fa di affrontare il problema. Sappiamo che il distanziamento è importante, che i malati vanno curati in una certa maniera; il sistema sanitario è stato adeguato con un numero sufficiente di posti letto in terapie intensive e sub intensive che oggi, per fortuna, sono poco utilizzati perché nel frattempo è disceso il numero di chi ne aveva bisogno, perciò credo che dopo il momento di impatto iniziale il nostro sistema e la nostra cultura medica siano più in grado di affrontare in maniera corretta l’emergenza rispetto alla prima ondata di febbraio e marzo.

Lei conosce molto bene due realtà sanitarie, quella laziale e quella calabrese. Da osservatore esterno, come commenta la situazione critica che si è verificata nella sanità lombarda?

Il caso lombardo ha messo in evidenza i due problemi di cui parlavo prima: un’eccessiva ospedalocentricità con un’impreparazione iniziale per risolvere il problema. Provo un rispetto sincero per tutti i colleghi che si sono trovati a gestire l’emergenza, affrontata in maniera eroica. Con il senno di poi, con il quale è più facile parlare, è chiaro che magari avere subito la possibilità di individuare il malato sospettato di aver contratto il virus, elaborare dei percorsi separati, evitare un’eccessiva ospedalizzazione che ha propagato il virus all’interno del sistema chiuso degli ospedali – si pensi ai pronto soccorso, dove magari arrivava un malato che non volendo rischiava di infettare decine e decine di persone – e un maggior rapporto sul territorio come avvenuto in Veneto avrebbero portato a un bilancio diverso. Inoltre è noto che la Lombardia sia un polo di grande scambio per motivi commerciali e quindi ha avuto più gente costretta a spostarsi e a viaggiare ogni giorno. Infatti si è visto che la distribuzione dell’epidemia si è concentrata lungo l’autostrada da nord a sud, sostanzialmente. Sono tutti motivi che hanno concorso alla situazione che si è creata.

Per quanto riguarda il Meridione, la quarantena generalizzata messa in atto dal governo ha impedito che il virus dilagasse. Se si esclude la fiammata di ritorno dalla Lombardia verso il sud che è stata improvvida e causata da una fuga di notizie che non ha consentito di bloccare queste persone che, di fatto, hanno portato il con sé il virus, in generale il patogeno è circolato pochissimo. Il lockdown è stato molto efficace, tanto è vero che oggi la maggior parte delle regioni meridionali ha un numero di nuovi casi pari a zero. Mi auguro che i mesi estivi portino una maggiore serenità, anche perché la sanità di queste regioni, essendo più fragile, avrebbe retto ancora peggio a un carico enorme come quello provocato dal Coronavirus. Credo che sia stato anche questo a spingere il governo a usare misure un po’ drastiche per evitare che quanto accaduto a nord si ripetesse a sud.