Gli appelli si sprecano. Il Papa richiama alla speranza, aprendo la “porta santa” di Rebibbia. Il Presidente della Repubblica invoca al rispetto della «dignità di ogni persona» stringendo la Costituzione. Le associazioni della società civile pubblicano report di denuncia. Ma la situazione dietro le sbarre non cambia. Anzi, peggiora. Le carceri, vecchie e dissestate, sono stracolme di detenuti che, al limite della sopravvivenza, continuano a togliersi la vita.

Al 10 gennaio si registrano 61.852 presenze. Due anni fa erano 54.482. Diminuiscono invece i posti disponibili: dal 30 giugno 2022 al 10 gennaio 2025 sono passati da 47.539 a 46.839. Gli istituti penitenziari con un indice di affollamento oltre il 150% sono 59, si tratta principalmente delle case circondariali metropolitane.

L’avvocato Sofia Antonelli, coordinatrice dell’ufficio del Difensore Civico di Antigone, a Magzine spiega che la crescita della popolazione carceraria «è un segno del nostro tempo e di alcune scelte politiche, non solo negli istituti per adulti, ma anche nelle carceri minorili. L’introduzione di nuovi reati, in particolare quello di “rivolta penitenziaria” porta chi già è in carcere a rischiare di essere condannato ad altri anni di detenzione. Per la giustizia minorile invece è stato il “decreto Caivano” ad ampliare le possibilità di entrare in carcere e in custodia cautelare, favorendo il trasferimento in istituti per adulti di ragazzi al compimento della maggiore età». La rivolta penitenziaria, introdotta dal ddl sicurezza approvato il 18 settembre 2024, punisce anche chi protesta senza violenza e con forme di resistenza passiva. C’è il nodo dell’interpretazione della legge: vengono classificate come forme di protesta anche la pratica di battitura delle sbarre e il rifiuto di entrare nelle celle. Si tratta di eventi comuni, prima puniti con una sanzione disciplinare, ma che ora diventano reato. Secondo le rilevazioni di Antigone al 9 dicembre del 2024 sono stati 1.397 nelle carceri per adulti.

Le criticità degli istituti non si riducono al sovraffollamento, per quanto sia un indicatore importante. Il 35,6% delle carceri visitate da Antigone è stato costruito prima del 1950 e il 23% prima del 1900. All’aumentare del numero delle persone incarcerate, dovrebbe aumentare il numero delle persone che se ne occupano. Confrontando i dati raccolti durante le visite di Antigone emerge che gli educatori sono in media uno ogni 68 detenuti. Un numero in crescita rispetto agli anni precedenti, ma ancora inadeguato per garantire percorsi di reinserimento sociale efficaci. Se si considera invece il personale di polizia penitenziaria si registra un calo in rapporto alle presenze. C’era in media un agente ogni 1,7 detenuti nel 2022, uno ogni 1,9 detenuti nel 2023 e uno ogni 2 detenuti nel 2024. «Il carcere è un mondo complesso, in cui le problematiche sono quotidiane. In queste difficoltà lavora la Polizia penitenziaria. Molti agenti, come gli educatori, devono gettare il cuore oltre l’ostacolo perché vivono in una situazione cronica: la carenza di risorse e le mancate assunzioni, che incidono sulla capacità risolutiva. Ma qualche risultato positivo arriva dai concorsi» dice a Magzine l’avvocato Irma Conti, membro del Collegio del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale.

L’anno scorso, i suicidi negli istituzioni penitenziari hanno raggiunto il numero più alto di sempre. Sono stati 90, di cui uno nel Centro di permanenza per i rimpatri di Ponte Galeria. Almeno 40 sono stati commessi da persone straniere. E quest’anno degli 8 morti suicidi, 5 non sono italiani.

Il suicidio è un evento che non può essere banalizzato o ascritto in termini di causa effetto. «Dietro un numero c’è una vita. Il problema dei suicidi va letto in maniera complessiva, tenendo conto del disagio interno agli istituti penitenziari, della tipologia di reato commesso e dell’esecuzione della pena. Perché ogni singolo ha la propria storia e vive in condizioni particolari. Basti pensare che parte dei detenuti che si sono tolti la vita era in misura cautelare, non condannato definitivamente» afferma Conti.

In carcere risulta più difficile prendersi cura della salute mentale delle persone detenute. Sono in aumento le persone con fragilità: senza fissa dimora, con disagi psichici, problemi di tossicodipendenza, ma soprattutto persone molto giovani che si tolgono la vita dopo una breve permanenza in carcere. La maggior parte dei casi di suicidio (l’80%) avviene all’intero di sezioni chiuse (isolamento, nuovi giunti), un dato che Antonelli definisce «allarmante ed emblematico per capire che l’isolamento penitenziario è una pratica dannosa, sia per la quotidianità del detenuto, ma soprattutto per la sua salute psicofisica».

«La nostra società deve superare pregiudizi e stereotipi. Rendendo un mondo migliore alle persone che hanno commesso dei reati ed espiato la loro pena. Bisogna intraprendere un percorso per accoglierli di nuovo nella società, dando loro un’occasione di lavoro, un’opportunità che ne riaccenda la speranza», sostiene Conti.

Quello che si dovrebbe implementare, per Antigone, sono le misure alternative alla detenzione, cioè l’affidamento in prova al servizio sociale, la detenzione domiciliare, il regime di semilibertà e la liberazione anticipata. Queste misure dovrebbero far sì che la persona possa scontare la pena all’interno della società senza interrompere i propri rapporti familiari e lavorativi. «L’interesse – spiega Antonelli – non è solo della persona in questione, ma anche di tutta la società, perché le misure alternative hanno un costo inferiore anche in termini economici. Ma c’è un vantaggio per la sicurezza: è dimostrato che chi sconta la pena all’esterno del carcere ha un tasso di recidiva molto inferiore». Per rafforzare il rapporto con le famiglie, evitando di tagliare anche i legami con la società civile, Antigone da anni si impegna per la liberalizzazione delle telefonate in carcere. Attualmente, dove non ci sono particolari requisiti di sicurezza, le telefonate a disposizione per i detenuti sono da 4 a 6 al mese della durata di 10 minuti. «Sebbene questo governo abbia incrementato le telefonate, il numero è ancora assolutamente insufficiente. A maggior ragione in caso di stranieri o persone recluse lontano da casa che spesso non riescono a incontrare i propri parenti nei colloqui», racconta Antonelli. L’unica nota positiva del 2024 è il numero più basso di sempre di bambini in carcere con le madri detenute: al 31 dicembre erano 12. Trovare soluzioni diverse è possibile.

Il caso San Vittore

Il manifesto delle condizioni del sistema carcerario italiano è San Vittore. L’istituto penitenziario di Milano, uno dei più antichi d’Italia (1879), incarna ogni problema: il sovraffollamento, i tentativi e i suicidi, l’autolesionismo, la penuria del personale. San Vittore ha un primato che detiene da anni: è il più sovraffollato della Penisola (218,3%), ospita 1026 detenuti ma dispone di 470 posti. E alcuni di loro non dovrebbero essere reclusi per via di disturbi psichiatrici. Non avrebbero dovuto essere in una cella a San Vittore Youssef Mokhtar Loka Barsom (18 anni), morto carbonizzato in settembre, e Giacomo Trimarco (21), suicidatosi due anni fa.

La convivenza tra detenuti avviene in spazi stretti e fatiscenti: in diverse celle non sono garantiti i tre metri calpestabili e mancano docce, riscontra Antigone. La loro, è una prova di sopravvivenza anche per altre due ragioni: l’assistenza psicologica stenta, l’organico degli psicologi è stato ridotto da 9 a 5; il numero di agenti della Polizia penitenziaria è insufficiente, gli effettivi sono 562 ma ne servono 655. Ciò si ripercuote su supporto e controllo dei carcerati, portati anche a compiere gesti estremi. Nel 2024, i decessi totali sono stati 3: un detenuto si è suicidato a ottobre, dopo i 4 del 2022 e del 2023. Lo scorso anno, inoltre, i tentativi di suicidio accertati sono stati 77, il secondo dato nazionale più alto, e gli atti di autolesionismo appurati sono stati i più alti (1234).

Un detenuto nella sua cella nel carcere di San Vittore. (Nanni Fontana, In transito. Un porto a San Vittore)

Un detenuto nella sua cella nel carcere di San Vittore. (Nanni Fontana, In transito. Un porto a San Vittore)

Negli ultimi anni, le condizioni precarie di San Vittore hanno portato i detenuti a rivolgersi al Tribunale di Sorveglianza della Corte d’Appello di Milano. Violerebbero l’articolo 3 della Convenzione per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà fondamentali, che recita: «Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti». Uno dei reclami più recenti è stato presentato da un detenuto, che ha chiesto il risarcimento danni per «la privazione dello spazio standard previsto dalla normativa nazionale ed europea nel periodo compreso tra il 20 ottobre 2022 e il 20 aprile 2023». Ma è stato rigettato nell’agosto 2024 perché, pur essendo «una struttura vetusta, con spazi comuni non sempre adeguati», la situazione nell’istituto penitenziario è «di mero “disagio”, collegata a un contesto murario poco confortevole che non costituisce però un trattamento inumano o degradante».