«La letteratura carceraria ormai è un vero e proprio genere. Gli scritti dal carcere hanno una potenza, un impatto e un’immaginazione non comparabile ad altri testi. E per i reclusi a Guantanamo scrivere è stato ancora più liberatorio. Il motivo per cui mi interessai alla traduzione italiana di “Poems from Guantanamo: The Detainees Speak”, cucito e curato negli Stati Uniti, è perché sentivo che fosse giusto dare voce anche a loro, perché tutti si esprimevano riguardo a Guantanamo e ai suoi detenuti, salvo gli interessati».A parlare è Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, di cui fa parte dal 1980, e autore di libri sulle violazioni dei diritti umani, in particolare sulla pena di morte e la tortura.

Disegno-denuncia di Abu Zubaydah, detenuto a Guantanamo. Fonte: https://www.theguardian.com/

Disegno-denuncia di Abu Zubaydah, detenuto a Guantanamo – Fonte: www.theguardian.com

Cerca di dare spazio anche a chi un posto nella società non ce l’ha; è dalla parte degli ultimi e in questa categoria si inseriscono perfettamente i prigionieri di Guantanamo, tutti musulmani. Proprio loro si sono serviti della poesia per cercare di evadere. Non fisicamente, ovviamente, ma almeno spiritualmente. Troppe le violenze subite, i traumi sia fisici che psicologici, le brutalità sistematiche che le guardie carcerarie riservano a chi ha la sfortuna di essere relegato in quel lembo di terra in mezzo ai Caraibi. Ed è in quei contesti, dove l’umanità scompare completamente, che la scrittura assume ancora più importanza e si tramuta in un atto creativo liberatorio.

La libertà, quella vera, alcuni di loro non l’hanno più vista:«Da quando ha aperto, nel gennaio 2002, sono stati sei i suicidi accertati, a cui si aggiungono tre morti “per cause naturali” e resoconti di torture feroci». I numeri però sono molto incerti perché, sin da subito, il Dipartimento di Difesa americano smise di registrare i tentativi di togliersi la vita all’interno del centro detentivo, classificandoli come “comportamenti autolesionisti”.Tre anni dopo un militare americano rivelerà che, solo nel 2003, furono catalogati 350 atteggiamenti autolesivi. Una carneficina che non ha risparmiato nessuno: «Fu come una pesca a strascico: un pescatore va a caccia di tonni e butta una rete. Non si preoccupa troppo di ciò che riesce a prendere: anfore, cocci, pneumatici e, forse, qualche pesce».

E così si comportò l’allora presidente degli Stati Uniti George W. Bush che, per giustificare la creazione di un sistema di deterrenza al terrorismo, approvò l’apertura di un campo di prigionia all’interno di una base navale statunitense: «Cavalcare il senso di rivalsa del popolo americano dopo lo scotto subito l’11 settembre 2001, con l’attentato alle Torri Gemelle, fu un’operazione mirata, che incontrò il consenso di grandi fette della popolazione», spiega Carlo Bonini, giornalista d’inchiesta e autore, tra gli altri, del libro “Guantanamo: USA, viaggio nella prigione del terrore”. Che prosegue:«Guantanamo è il luogo, il simbolo della dimensione eccezionale in cui il governo americano decide di collocarsi nella lotta al terrorismo islamico. Un Paese sotto shock, violato per la prima volta all’interno dei propri confini, impegnato in un conflitto asimmetrico». Una guerra con disparità di risorse militari o finanziarie, in cui il contendente militarmente ed economicamente più forte fatica ad individuare il nemico.

Bush davanti alle Torri Gemelle - Fonte: REUTERS

Bush davanti alle Torri Gemelle – Fonte: REUTERS

Anche per questo si susseguirono centinaia di arresti totalmente arbitrari:«Vennero completamente ignorate e superate le regole del gioco, intese come le garanzie del giusto processo in materia di diritti umani. – spiega Noury – Guantanamo è nata esattamente secondo quella strategia: uno spazio extraterritoriale, gestito dagli Stati Uniti, in cui potevano essere ignorate le garanzie previste a livello federale per via dell’isolamento del luogo e dei detenuti. Furono applicati quelli che chiamavano “metodi di interrogatorio rafforzato”, solo un eufemismo per definire le torture. E non si fermarono qui: crearono lo status di “combattenti nemici illegali”, privando in questo modo i prigionieri dei diritti previsti dalla legge per qualsiasi altro detenuto, compresi i diritti a difendersi in un’aula di giustizia ordinaria e ad essere assistiti da regolari avvocati».

Lo Stato democratico, nel momento in cui vengono presi di mira i suoi cittadini e l’integrità stessa dell’istituzione, vacilla, tendendo ad assomigliare sempre di più al suo avversario: «Quando il nemico utilizza come strumento principale quello del terrore, arriva il momento in cui una democrazia deve compiere lo sforzo più difficile, che è quello di non snaturarsi e di rimanere simile a sé stessa», sottolinea Bonini. Ventitré anni fa il colosso americano non ci è riuscito e le parole di Domenico Quirico in un articolo pubblicato su la Stampa riassumono perfettamente il concetto appena espresso: «Il peccato originale di Guantanamo e della guerra al terrorismo è nel fatto che una democrazia non ha saputo trovare una forma di giustizia per punirli senza a sua volta commettere ingiustizie. Senza diventare come loro».

Fionnuala Ní Aoláin - Fonte: https://www.rte.ie/

Fionnuala Ní Aoláin – Fonte: www.rte.ie

Ingiustizie arbitrarie che, nel corso di questi ventitré anni, hanno segnato indistintamente i circa 780 detenuti che hanno varcato le soglie di quell’inferno.Un oblio caratterizzato da sevizie fisiche e psicologiche, interdetto da qualsiasi controllo fino al 2023 quando Fionnuala Ní Aoláin, relatrice speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani e la lotta al terrorismo, ha potuto varcarne la soglia per realizzare un’ispezione indipendente.Il rapporto redatto non lascia spazio ad interpretazioni e testimonia la situazione drammatica di Guantanamo e dei trenta detenuti che, fino a due anni fa, vivevano al suo interno.

Oggi i reclusi sono diminuiti ancora e hanno raggiunto le quindici unità: «Gli Stati Uniti cominciarono a negoziare con i Paesi d’origine la restituzione dei prigionieri e il loro processo per i crimini connessi alle attività terroristiche di cui erano accusati. Amministrazioni repubblicane e democratiche si sono alternate nella gestione del problema: Bush ne trasferì 540 e sia Obama che Biden (che, ad oggi, ne ha rimpatriati una ventina) auspicarono la chiusura del penitenziario, senza riuscirci. Da un certo momento in poi, però, la struttura ha smesso di accogliere nuovi detenuti e la popolazione carceraria è andata man mano diminuendo». Ma se le denunce di ONG e organizzazioni internazionali non sono riuscite a smuovere le acque, qual è il motivo principale dietro il calo demografico del penitenziario? «Guantanamo è diventato oggettivamente un problema perché drena importanti risorse economiche», continua Bonini. Già cinque anni fa, il New York Times denunciò che ogni internato costava allo Stato americano circa 13 milioni di dollari. È lecito ritenere che il rapporto costi-benefici, se di benefici si può parlare, sia diventato nel tempo praticamente insostenibile e si siano dovute prendere delle decisioni per limitare le perdite economiche.

Torre di guardia all'entrata di Guantanamo - Fonte: John Moore/Getty Images

Torre di guardia all’entrata di Guantanamo – Fonte: John Moore/Getty Images

Il carcere, per ora, rimane aperto e il suo futuro è ancora tutto da scrivere. Il 20 gennaio si terrà la cerimonia di insediamento di Donald Trump quale nuovo presidente degli Stati Uniti e proprio il Tycoon potrebbe avere la possibilità di porre fine ad uno dei capitoli più bui della storia recente americana:«Non credo che la chiusura di Guantanamo sia in cima alla sua agenda. – chiarisce Bonini – Quindi, se dovessi scommettere, non penso accadrà qualcosa in tal senso, anche se sarei felice di essere smentito. È un’amministrazione che ha promesso di esercitare il massimo della durezza e quella prigione ne è un simbolo. I problemi comunque persistono, quindi anche Trump, prima o poi, dovrà prendere una direzione chiara».Lo stesso Noury non è ottimista: «The Donald ha già avuto quattro anni di tempo per decidere delle sorti di Guantanamo, ma non l’ha fatto. Anche per questo dubito possa aver cambiato idea. Il centro detentivo potrebbe rimane lì come spauracchio, pronto per detenere persone qualora ci siano le condizioni adatte». In sostanza, meglio avere una struttura già pronta all’uso che ricominciare tutto da capo.

Proteste e denunce non sono bastate e le violenze sembrano destinate a continuare: quanto successo quasi ventiquattro anni fa, il brutale attacco terroristico al World Trade Center, ha accomunato gli Stati Uniti a quello che allora veniva definito l’aggressore. Due approcci alla vita e due culture completamente diversi, uniti dalla violenza e della ferocia mostrata gli uni verso gli altri.