«Non fatemi vedere i vostri castelli ma le vostre carceri» scrisse il filosofo francese François-Marie Arouet, noto ai più come Voltaire: «È da esse che si misura il grado di civilità di una Nazione». Secondo l’illuminista, che ha dedicato parte dei suoi studi a questioni etico giuridiche, uno Stato che si accanisce in maniera sproporzionata e ingiustificata verso un detenuto, pregiudica l’efficacia e la credibilità dell’ordinamento penale e contribuisce a destabilizzare tutto il tessuto sociale. Nell’immaginario comune, le carceri sono sempre esistite ma questo è un falso mito. Per molto tempo infatti, lo Stato non ha avuto – tra i suoi poteri – quello di sancire atti punitivi perché questo era un diritto esercitato da chi subiva l’offesa.
Con il passare dei secoli – in particolare dopo l’epoca medievale -, i cambiamenti sociali, dovuti soprattutto all’aumento della popolazione, hanno reso necessaria la costruzione di luoghi di custodia. Nell’età moderna la funzione che si è delineata, ha reso il prigioniero completamente dipendente e assoggettato allo Stato. Dario Melossi e Massimo Pavarini nell’opera dedicata alle origini del sistema penitenziario, scrivono: «Una volta annullata la diversità del carcerato e astratta la sua esistenza, l’unica alternativa alla follia è la sottomissione».
Cosa vuol dire vivere privati della propria libertà? Chi si trova a dover scontare una pena e a dover quindi rinunciare al proprio diritto di libertà – al di là delle motivazioni che possono averla determinata -, di fatto vive non potendo coltivare alcuna relazione con l’esterno ipotetico – se non regolata dalle autorità competenti – e, nei casi più estremi senza alcun tipo di contatto anche con l’interno, nel caso del carcere in isolamento per esempio. Un penitenziario – che può essere considerato lo specchio di una sociaetà – è una città dentro la città e come ogni formazione sociale, ha le sue regole.
A livello sociale, in una comunità, un reato genera caos. In questo senso, una pena dovrebbe essere applicata con lo scopo di impedire – o quanto meno limitare – il ripetersi del disordine e può avere efficacia solo se la sua durezza è proporzionale al reato commesso. Nel corso dei secoli sono state innumerevoli le teorie legate a come costruire sistemi di reclusione funzionali, a cui sono poi seguite centinaia di riforme dei sistemi giudiziari mondiali. Ancora oggi però, esistono esempi poco virtuosi di centri di reclusione – anche in paesi che vantano sistemi democratici funzionali – e che, a causa della mancanza di dati spesso non forniti dalle stesse strutture, restano avvolti nel mistero.
Prima di concentrare l’attenzione su alcune delle prigioni dove da est ad ovest sono detenuti centinaia di migliaia di prigionieri in condizioni disumane – sulla base di una serie di dati raccolti da Magzine – si ritiene necessario fare alcuni approfondimenti su tre tipologie detentive: preventiva, amministrativa, infantile. Quali sono le caratteristiche di ciascuna forma di reclusione e quali i paesi dove vengono applicate?
Detenzione preventiva: Questo tipo di reclusione è una caratteristica comune della maggior parte dei sistemi penali. Come evidenzia Helena Cook di Amnesty International: «Si tratta però di una misura che può essere pericolosa perchè pone un soggetto sotto il controllo totale dello stato non perché ha commesso un reato ma come misura precauzionale basata su una presunta condotta criminale effettiva o futura». L’uso di questa misura considerata dalla comunità internazionale come eccezionale e temporanea e . che prevede quindi di trattenere un individuo in custodia cautelare senza che questi abbia commesso un crimine, è diventata sempre più frequente soprattutto negli ultimi anni.
Ad esempio, sulla base dei dati raccolti da SPACE in riferimento al 2023 – progetto dell’Università di Losanna (UNIL, Svizzera) che fornisce una panoramica dell’uso di sanzioni e misure detentive e non detentive (SPACE II) negli Stati membri del Consiglio d’Europa tramite relazioni annuali – nei paesi membri della comunità europea sono più di 100 mila le persone che attendono l’esito della sentenza in un centro di detenzione.
Andando dall’altra parte del mondo, in Giappone esiste una pratica nota come “Daiyō kangoku”. Questa modalità detentiva è nata nella prima metà del XX secolo per risolvere un problema di carenza di celle nelle prigioni del paese. A differenza delle carceri, la supervisione in questo particolare caso è delle forze di polizia e non delle guardie carcerarie. Molti attivisti però hanno denunciato e continuano a denunciare questa pratica perché sostengono che essa abbia lo scopo di ottenere confessioni forzate dai sospettati, in particolare stranieri che molto spesso non hanno accesso a dei traduttori. Gruppi per le libertà civili, come la Japan Federation of Bar Associations, chiedono da anni che il sistema carcerario venga modernizzato per porre fine agli abusi anche in relazione alla necessità di garantire un equo processo. Secondo il sistema Daiyō, intercorse 72 ore dall’arresto, i pubblici ministeri possono decidere di prolungare la detenzione preventiva per altri 20 giorni prima che venga formalizzata l’eventuale accusa.
E ancora. A Singapore nel febbraio del 2024 è stata approvata una legge secondo cui ai soggetti – di età superiore ai 21 anni – che hanno scontato una pena per reati gravi come omicidio colposo, stupro e rapporti sessuali con minori, al momento del rilascio – se considerati a rischio di recidiva – possono essere trattenuti a tempo indeterminato e secondo la totale discrezione dello stato.
Detenzione amministrativa: A differenza dell’incarcerazione penale dove l’imputato subisce un processo seguito da una condanna, per questo tipo di detenzione non è previsto un processo. Il motivo per cui la detenzione amministrativa è ampiamente discussa – soprattutto nel mondo occidentale – è basato sul fatto che i suoi sostenitori ritengono che il terrorismo – minaccia principale per cui è nata questa forma detentiva e che è diventata questione nazionale statunitense dopo la caduta delle Torri Gemelle nel 2001 – «Coinvolga una categoria di individui per i quali né la giustizia penale né le leggi di guerra offrono soluzioni efficaci e giuste» scrive Matthew Waxman, professore associato di Legge della Columbia University di New York.
In tal senso, proprio negli Stati Uniti il National Defense Authorization Act del 2012 (NDAA) – firmato dal Presidente Obama il 31 dicembre 2011 e rimasto in vigore per più di 13 anni – ha autorizza l’esercito a detenere a tempo indeterminato americani e altri soggetti sospettati di terrorismo senza accusa o processo per un tempo indefinito. Lo scorso anno il deputato Matt Rosendale ha presentato un emendamento alla NDAA per l’anno 2025 – adottato a suffragio universale – chiedendo di limitare il potere dell’autorità militare.
Oltre agli Stati Uniti, un paese che nel corso dei decenni ha consolidato il sistema della detenzione amministrativa è Israele. L’ Unlawful Combatants Law, 5762-2002, fornisce ancora oggi allo stato ebraico l’autorità di detenere per un periodo di tempo prolungato un individuo senza accuse o processo che combatte per forze straniere con cui Israele si considera in stato di conflitto «Se ha partecipato direttamente o indirettamente ad atti ostili contro lo Stato di Israele o è membro di una forza che perpetra atti ostili contro lo Stato di Israele e il cui rilascio danneggerebbe la sicurezza dello Stato». Sono diverse le organizzazioni internazionali che, da decenni, denunciano questa pratica israeliana, la cui applicazione ritengono sia stata particolarmente abusata dopo il 7 ottobre 2023. Agnès Callamard – Segretaria generale di Amnesty International – in un comunicato stampa nel luglio del 2024 ha affermato: «La nostra documentazione illustra come le autorità israeliane stiano usando la legge sui combattenti illeciti per radunare arbitrariamente civili palestinesi da Gaza e gettarli in un buco nero virtuale per periodi prolungati senza produrre alcuna prova che rappresentino una minaccia per la sicurezza».
Secondo quanto riportato dall’organizzazione, l’Israeli Prison Service ha confermato alla ONG israeliana Hamoked che a luglio 2024, 1.402 palestinesi erano detenuti ai sensi della legge sui combattenti illegittimi senza formali accuse. Secondo quanto riportato dall’Ufficio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani «Nel dicembre 2023, la Knesset ha modificato la legge sull’incarcerazione dei combattenti illegali che non era già conforme agli standard internazionali sui diritti umani, per aumentare i periodi durante i quali i detenuti possono essere trattenuti in Israele senza un ordine di incarcerazione da 96 ore a 45 giorni; senza revisione giudiziaria da 14 giorni a 75 giorni; e senza la possibilità di vedere un avvocato da 21 a 90 giorni dal giorno dell’incarcerazione».
Detenzione infantile e minorile: Save The Children – organizzazione non governativa che da decenni opera nel mondo della cooperazione internazionale per tutelare i minori a rischio nel mondo – pubblica ogni anno un Report “Stop the war on children” attraverso cui mappa le violazioni che i minori subiscono in tutto il mondo – o quanto meno lì dove riesce ad effettuare una raccolta dati -. L’ultimo rapporto pubblicato il 31 ottobre del 2024 riporta dati allarmanti che – sostiene l’organizzazione – sono destinati a peggiorare, soprattutto se considerati gli attuali conflitti in corso in Medio Oriente, Africa Subsahariana, Europa e Asia. Uno dei temi su cui l’organizzazione concentra l’attezione riguarda la detenzione minorile, con particolare riferimento a quella infantile. Le ragioni della loro detenzione – che si ricorda essere considerata illegale dalla comunità internazionale – variano. Ci sono casi in cui i bambini vengono detenuti perchè nati da donne o bambine detenute, casi in cui i bambini vengono detenuti in centri di detenzione per migranti. Save The Children ha registrato casi di detenizione in cui minori sono detenuti con adulti non familiari, esponendoli casì ad un rischio elevato di abbandono e abuso.
Secondo i dati raccolti da UNICEF e pubblicati ad ottobre dello scorso anno, il Nord America ha il più alto tasso regionale di bambini e adolescenti – di età compresa tra i 7 e i 16 anni – in detenzione a 72 per 100.000 bambini mentre Asia orientale e Pacifico hanno il tasso più basso a 20 per 100.000 bambini. UNICEF tiene però a sottolineare che: «Il numero effettivo di bambini detenuti a livello globale è sconosciuto a causa di sistemi di conservazione incompleti e dati amministrativi non sviluppati in molti paesi». Lauren Meeler e Jonathan Todres, due ricercatoti dell’Università di Stanford in California, «Sebbene il numero preciso di bambini privati della loro libertà possa essere difficile da accertare, la portata delle stime raccolte solleva dubbi sul fatto che gli Stati rispettino il requisito di ultima istanza della Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza».
Military Court Watch che monitora il trattamento dei bambini sotto detenzione in Israele attraverso la raccolta di testimonianze dirette – evidenzia sulla base dei dati pubblicati trimestralmente dall’Israel Prison Service (IPS) che «Al 31 dicembre 2023, 8.308 palestinesi (Cisgiordania, Gerusalemme Est, Gaza) erano detenuti come “prigionieri di sicurezza” in strutture di detenzione, tra cui 137 bambini (12-17 anni). Nel caso dei minori, c’è stato un aumento annuale del 15% rispetto al 2022. Di questi 49 bambini sono stati trattenuti in detenzione amministrativa senza accusa o processo».
Penal Reform International, organizzazione che collabora con World Prison Brief e che da dieci anni pubblica il “Global Prison Trend”, evidenzia come sia fondamentale promuovere una maggiore conoscenza dei sistemi carcerari mondilai che sia però basata su fatti e condizioni documentate all’interno delle stesse carceri, dove oltre 11 milioni di persone sono detenute ogni giorno. Negli ultimi dieci anni, significativi cambiamenti globali hanno reso necessari adattamenti nei sistemi carcerari. «Tuttavia – riporta l’organizzazione – problemi come il sovraffollamento carcerario e la violenza, in particolare nelle carceri dove prospera la criminalità organizzata, rimangono una preoccupazione significativa». In questo, l’ascesa del populismo punitivo e di politiche più severe in materia di pene detentive in diversi paesi del mondo – occidentali e non – hanno esacerberato le sfide all’interno delle carceri.