“In teoria Macron è il più stabile di tutti, in pratica abbiamo visto che le cose non stanno proprio così”. L’instabilità politica provocata dalle elezioni legislative che hanno tolto al presidente francese la maggioranza assoluta nella nuova Assemblea Nazionale, potrebbe riflettersi sugli equilibri europei. Per Francesco Maselli, corrispondente in Italia del quotidiano francese l’Opinion, tutto dipende da quello che succederà nelle prossime settimane: “È possibile che la situazione interna lo costringa ad essere un po’ più democratico e anche a cercare qualche compromesso, ma non ne comprometta la credibilità all’estero perché alcune cose si riusciranno a fare anche se con fatica. Se invece il Paese dovesse essere paralizzato e non fosse possibile portare a termine una serie di riforme importanti – come quella delle pensioni e il problema di finanziamento del debito pubblico francese – con la crisi economica alle porte la leadership europea di Macron sarebbe molto intaccata.”
“Lo scenario più probabile è che Macron decida di fare un governo di minoranza e cercare i voti legge per legge”
Sul fronte interno, il capo dell’Eliseo ha escluso un governo di unità nazionale. I 245 seggi su 577 ottenuti dalla sua coalizione “Ensemble!” rendono difficile governare, ma non impossibile. Maselli delinea due scenari possibili: «Il primo e più probabile è che Macron decida di fare un governo di minoranza; una cosa possibile in Francia, dove il governo non ha bisogno della fiducia per cominciare a lavorare. Può essere sfiduciato, però in questo caso tutte le opposizioni dovrebbero mettersi d’accordo e votare lo stesso testo e non è scontato. Lui invece può andare avanti e cercare i voti legge per legge. Un’altra possibilità, più remota, è fare un accordo di governo con uno dei gruppi parlamentari. Per adesso, tutti gli hanno detto che non sono disponibili, quindi è un’ipotesi difficile”.
A erodere il consenso del capo dell’Eliseo sono stati: a sinistra, l’alleanza Nupes di Jean-Luc Mélenchon, rappresentata da 131 deputati e, a destra, il Rassemblement National di Marine Le Pen, che con 89 seggi (nel 2017 erano solo otto) ha più che decuplicato la sua presenza in Parlamento. Ma cosa ha spinto i francesi a ridurre le distanze con le opposizioni? “Marine Le Pen ha fatto tutta la campagna elettorale sul potere d’acquisto, sul rimettere i soldi in tasca ai francesi, soprattutto a quelli che fanno fatica ad arrivare alla fine del mese o che si sentono un po’ dimenticati da Parigi – spiega Maselli –. E la Francia che vota da sempre per il “Rassemblement National” è proprio quella dei piccoli commercianti e imprenditori, delle casalinghe e della piccola borghesia”. Dall’altra parte, anche Mélenchon ha puntato la sua campagna elettorale sul potere d’acquisto «promettendo un salario minimo più alto. Ha battuto molto sui diritti dei lavoratori e sul fatto che le risorse si possano prendere ai più ricchi. Il programma fiscale di Mélenchon è molto duro con le persone che guadagnano di più: prevede una tassazione del cento per cento per chi ha un reddito superiore a 13 milioni di euro”. Tutto questo ha contribuito a convincere i francesi a un voto alternativo.
Ha votato poco più del 47 per cento dei francesi: “Alle legislative evidentemente la partita era considerata come importante, ma non vitale, un po’ scontata e relativamente rilevante”.
A pesare sui risultati è stato anche un forte astensionismo. Poco più del 47 per cento degli elettori si è recato alle urne. Tuttavia, il giornalista sottolinea che i francesi sono soliti decidere se andare al voto a seconda dell’importanza che accordano all’appuntamento elettorale: “Quando ci sono state le presidenziali, alla fine i francesi sono andati a votare. C’è stata astensione e non è stata quella più alta di tutta la storia della Quinta Repubblica. Già questo ci fa capire che ci sono degli alti e bassi perché comunque la sfida era percepita come capitale per il loro futuro. Alle legislative invece evidentemente la partita era considerata come importante, ma non vitale, un po’ scontata e relativamente rilevante. Questo lo vediamo per esempio nel risultato del “Rassemblement National”: quando l’elezione è importante suscita un rigetto e una mobilitazione degli elettori contro i candidati che possono vincere. Questa volta non è successo perché non hanno percepito come una minaccia il fatto che la destra potesse avere un deputato in più o in meno”.