La Locomotiva d’Europa è fuoristrada. E, da due mesi, è priva dell’autista. Chi dovrà riportarla in carreggiata si scoprirà la sera del 23 febbraio. Alla chiusura delle urne – che si sarebbero dovute riaprire in settembre, allo scioglimento naturale del Bundestag – la Germania avrà una leadership rinnovata. Sarà chiamata a rivitalizzare l’economia tedesca, a ricalibrare la politica commerciale per ammortizzare i danni degli eventuali dazi statunitensi e la politica industriale anche per arginare la concorrenza cinese, e affrontare l’immigrazione irregolare.
Le difficoltà
La cartina di tornasole della complessità che vive la prima potenza economica dell’Unione Europea sono gli eventi più recenti: la crisi del Gruppo Volkswagen, gli assassinii perpetrati da un cittadino siriano a Solingen e la strage natalizia a Magdeburgo da parte di un saudita, che scaldano gli animi e sui quali ruota la campagna elettorale. L’immigrazione ha fagocitato il dibattito tanto tra i leader dei quattro partiti principali, lo testimonia il “Quadrell” svoltosi domenica scorsa, quanto nell’opinione pubblica.
Lo conferma, a Magzine, Ned Richardson-Little, ricercatore del Leibniz Centre for Contemporary History di Potsdam (ZZF): «Le principali preoccupazioni della popolazione riguardavano il tenore di vita, compresi il reddito e gli alloggi, il futuro dell’economia industriale, il declino delle infrastrutture, la guerra in Ucraina e il cambiamento climatico. La maggior parte di questi argomenti, però, è stata soppiantata dal dibattito sull’immigrazione. Il tema è stato dapprima guidato dall’estrema destra di AfD e ripreso dai cristiano-democratici, che ne hanno fatto un punto centrale della loro campagna elettorale».
Le altre forze politiche hanno tentato di ampliare la lista delle questioni sulle quali incentrare il confronto e, quindi, sulle quali contendersi i voti degli elettori tedeschi. Ogni sforzo, però, è stato vano: «La SPD ha puntato sulla prosperità della classe media, soffermandosi sui salari e sulle pensioni. Mentre i Verdi si sono concentrati sugli investimenti nelle infrastrutture e nelle energie rinnovabili per sostituire i combustibili fossili provenienti dalla Russia. Ma i dossier sono rimasti secondari nei dibattiti e nella copertura mediatica», prosegue Richardson-Little.
Gli sfidanti
Ridestare la Germania non spetterà alla guida socialdemocratica (SPD) di Olaf Scholz, che – dopo tre anni alla Cancelleria – è stato sfiduciato dal Parlamento e ha visto sgretolare la “coalizione semaforo” composta insieme al Partito Liberale Democratico (FDP) e ai Verdi in dicembre per i disaccordi sulla legge finanziaria. Tenendo d’occhio i sondaggi, che accreditano come prima forza il suo partito in coppia col gemello bavarese (CSU), il cancelliere dovrebbe essere Friedrich Merz. Il presidente dell’Unione Cristiano-Democratica di Germania (CDU) è a capo di un’alleanza che svetta nelle rilevazioni col 29 percento, ma dovrebbe essere insufficiente per governare e, dunque, lo costringerebbe a chiedere il sostegno alla SPD (17 percento) o ai Verdi (13).

Da sinistra: Olaf Scholz (SPD), Robert Habeck (Verdi), Friedrich Merz (CDU) e Alice Weidel (AfD) al dibattito per le elezioni tedesche del 23 febbraio 2025 (Kay Nietfeld-Pool/Getty Images)
«La CDU si sta dirigendo verso la vittoria, ma è messa in pericolo dal suo leader, spesso impulsivo e portato a drammatici confronti politici con i possibili futuri partner di coalizione. In più, rendendo l’immigrazione il tema principe delle elezioni, ha convalidato il programma dell’estrema destra. Dall’altra parte, la SPD sta andando incontro al suo peggior risultato da un secolo a questa parte. Il “suo” cancelliere, Scholz, è sembrato inefficace e indeciso nell’affrontare le sfide economiche e le crisi di politica estera degli ultimi anni. Infine, i Verdi sono visti come troppo progressisti sul clima da parte del centro ed eccessivamente neoliberali e disposti a scendere a compromessi sui propri valori da gran parte della sinistra», sostiene Richardson-Little.
L’ascesa dell’AfD
Alle spalle del tandem democristiano, a quota 21 percento, c’è l’Alternativa per la Germania (AfD). Capeggiata da Alice Weidel, la candidata alla Cancelleria, e Tino Chrupalla, erode il consenso della CDU/CSU (3 percento da novembre) e prosegue la sua crescita che la porterà a superare il 10,81 percento del 2021 e gli 83 seggi attuali in Parlamento. Per Richardson-Little, «l’AfD continua a portare avanti un’agenda nazionalista, revisionista e anti-migranti e a chiedere di allineare la Germania con la Russia. La sensazione diffusa è che la paralisi dell’attuale governo abbia favorito il messaggio anti-sistema dell’AfD, rinforzato dall’attenzione della CDU per l’immigrazione».

Il congresso federale dell’AfD nomina Weidel come candidata alla cancelleria.
dpa-Bildfunk/Sebastian Kahnert
L’avanzamento nei sondaggi testimonia che l’immagine del partito è, di fatto, ripulita e presentabile sia in patria, a dispetto anche delle ultime marce di protesta in varie città, sia all’estero, benché a ridosso delle elezioni europee sia stato espulso dal gruppo Identità e Democrazia al Parlamento Europeo per le dichiarazioni sul nazismo. A conferma di ciò, soprattutto, c’è l’impatto che l’AfD ha avuto al Bundestag nelle ultime settimane. Insieme alla CDU e alla FDP, ha votato una riforma di legge sulle richieste d’asilo che, però, è stata bocciata per pochi voti. Ma ha fatto scricchiolare il “cordone sanitario” (Brandmauer), che si fonda sull’esclusione da ogni cooperazione dell’estrema destra con i partiti tradizionali.
Le origini dell’estrema destra
Il “cordone sanitario” regge e, per ora, sembra essere l’unica garanzia per evitare di avere al governo l’AfD. Nelle sue opere, il filosofo Giambattista Vico proponeva una visione ciclica della storia, sottolineando il rischio che alcuni eventi potessero ripetersi. Ed ecco riemergere i fantasmi del passato: slogan come «Heil Hitler» non sembrano più così lontani. I candidati dell’estrema destra, come Björn Höcke, definiscono il Memoriale dell’Olocausto di Berlino «il monumento della vergogna».

Le persone protestano contro l’aumento del costo della vita in una manifestazione organizzata dall’AfD a Berlino l’8 ottobre 2022. Omer Messinger/Getty Images
L’AfD nasce nel 2013, ma alle elezioni federali del 22 settembre ottiene il 4,7 percento dei voti, senza superare la soglia di sbarramento per entrare nel Bundestag. Ma, al secondo tentativo, centra l’obiettivo: da terzo partito più votato (12,6 per cento), sbarca nel Parlamento tedesco e occupa 94 seggi. Nel giro di un decennio, tanto è cambiato: la locomotiva tedesca – che un tempo trainava l’economia europea – a causa della pandemia di COVID-19 e dello scoppio del conflitto in Ucraina ha subìto una netta decelerazione, causata dall’aumento dei prezzi delle materie prime e dell’energia. I livelli di disoccupazione, così come l’inflazione, hanno registrato cifre sempre più preoccupanti, generando danni ingenti alla manifattura tedesca. «I sondaggi danno l’AfD al 21 percento perché una larga fetta di cittadini vuole che sia tutelato l’interesse nazionale. Le proposte che criticano la Banca Centrale Europea e i tentativi di salvataggio dei paesi in difficoltà attecchiscono maggiormente rispetto al passato», sottolinea a Magzine Ubaldo Villani-Lubelli, docente di Istituzioni politiche tedesche all’Università del Salento.
Il vocabolario dell’AfD
Il programma elettorale del partito sfrutta abilmente l’euroscetticismo e il tema che continua a dividere gli elettori: l’immigrazione. La questione esplode nel 2015, quando la cancelliera Angela Merkel accoglie a un milione di rifugiati siriani. Da allora, l’equilibrio sociale del Paese è messo a dura prova. Gli attentati che si sono susseguiti alimentano paure e insoddisfazione nei confronti delle politiche di accoglienza. L’ultimo episodio risale al 13 febbraio: durante una manifestazione del sindacato Ver.di, l’auto guidata da un cittadino di origine afghana travolge la folla, uccide una donna e ferisce 30 persone. Questo clima rafforza la percezione di una “islamizzazione” in corso, facendo crescere il malcontento e fornendo all’AfD terreno fertile per raccogliere consensi.
Al centro della sua strategia c’è, infatti, uno slogan potente e controverso: “remigration” (remigrazione). Si fonda sul raggiungimento di un obiettivo: rispedire nei paesi di origine i profughi che, pur avendo un regolare permesso di soggiorno, rifiutano di integrarsi nella cultura teutonica. Ed è stato promosso stampando e diffondendo finti biglietti aerei per espellere gli «immigrati illegali» e trasferirli in un «paese sicuro». Un messaggio forte e divisivo, capace di trasformare il partito in un’inarrestabile macchina di voti, come testimoniano i risultati elettorali degli ultimi mesi. A settembre, ha ottenuto una vittoria storica in Turingia, diventando la prima forza politica col 32,8 percento dei voti. L’estrema destra non centrava un successo dalla Seconda Guerra Mondiale.
È arrivata a un punto percentuale dalla CDU, invece, in Sassonia, dove è stato fondato il movimento di estrema destra “Separatisti della Sassonia” insieme a cui tre militanti del partito si sarebbero addestrati per compiere un golpe neonazista e, per questa accusa, sono stati arrestati ed espulsi. Mentre nel Brandeburgo ha totalizzato il 29,4 percento, piazzandosi appena dietro la SPD. «Questi risultati sono inequivocabili. È vero, sono stati ottenuti nelle roccaforti, i Länder orientali, ma un partito che sfiora il 20 percento è una realtà su base nazionale», sottolinea Villani-Lubelli.
L’AfD non risparmia critiche neppure in politica estera, puntando il dito contro la NATO. Il co-leader del partito, Chrupalla, ha lanciato un messaggio chiaro: la Germania dovrebbe riconsiderare la propria permanenza nell’Alleanza Atlantica, se questa continuerà a essere guidata dagli interessi degli Stati Uniti, senza garantire una reale difesa che rispetti gli interessi di tutti gli stati europei. Ma gli attacchi dell’estrema destra non finiscono qui. Il partito si è detto scettico riguardo al sostegno militare che la Germania fornisce all’Ucraina nel conflitto con la Russia, considerandolo un dispendio di risorse che non risponde agli interessi nazionali tedeschi.
La frangia giovanile
Sullo sfondo c’è una generazione che sembra aver dimenticato l’importanza della tutela dei valori democratici che il nazismo ha oscurato per più di un decennio. La Z, quella dei ragazzi nati tra il 1995 e il 2010. «In Germania la memoria del periodo nazista comincia a indebolirsi. Questo significa che, per una parte dell’elettorato, certe dichiarazioni non risultano più così scandalose. Questa leggerezza rischia di rimettere in discussione i valori fondanti sui quali è stata la democrazia», osserva Villani-Lubelli. Nel frattempo, la radicalizzazione dell’ala giovanile dell’AfD, Junge Alternative, è cresciuta in maniera esponenziale, tanto da causare fratture anche nel partito stesso.

Stand della Junge Alternative nella campagna elettorale dell’AfD in Brandeburgo: la JA è organizzata come associazione e può agire in modo relativamente indipendente dall’AfD. (picture alliance / dpa / Frank Hammerschmidt)
Nel 2023, l’Ufficio Federale per la Protezione della Costituzione (BfV) ha classificato il movimento come un’organizzazione estremista di destra, considerandolo una minaccia per gli equilibri interni della Germania. Sottoposta alla sorveglianza dei servizi segreti, la leadership dell’AfD ha annunciato l’intenzione di sciogliere la sezione giovanile. La direttiva entrerà in vigore il 31 marzo. Che sia una mossa per “bonificare” le proprie fila dagli elementi più oltranzisti, portatori di slogan e idee xenofobe, antisemite ed euroscettiche, lo dirà solo il tempo. Per ora, il partito vola sulle ali nei sondaggi e punta a consolidarsi non solo in alcune regioni, ma su tutto il territorio nazionale.
La Germania futura
A poche ore dall’apertura delle urne, le ipotesi sulla formazione del governo sono tante: «Si prospetta un processo difficile, poiché la CDU ha già dichiarato di non voler lavorare con i Verdi, che sostiene siano troppo radicali, né con l’AfD, in quanto troppo di destra. Rimane una sola alternativa: una “Grande coalizione” con i socialdemocratici, ma Merz e altri hanno ventilato la possibilità di provare a formare un governo di minoranza con coalizioni fluttuanti formate per ogni atto legislativo. Questo non è mai stato tentato nella politica tedesca e va contro le forti tradizioni di collaborazione tra partiti», conclude Richardson-Little.

