È sprovvisto di corona e trono. Ma qualche Capo di Stato e di governo ambirebbe a seguire le orme dei più lontani predecessori: suggerire, indirizzare, imporre al conclave un papa conciliante con le sue posizioni. Donald Trump vorrebbe come romano pontefice il cardinale Timothy Michael Dolan, l’arcivescovo metropolita di New York; Emmanuel Macron avrebbe stroncato la candidatura al soglio di Pietro del porporato Robert Sarah, il prefetto emerito della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti; a Giorgia Meloni non dispiacerebbe vedere la mitria papale sul capo del cardinale Giuseppe Betori, l’arcivescovo metropolita emerito di Firenze.
Come fino a poco più di un secolo fa, il potere temporale vorrebbe interferire nelle questioni spirituali, quando il confine tra il sacro e il politico fu sottile, un filo teso tra altare e trono. «Le pressioni politiche sulle elezioni papali esistono ancora oggi nella misura in cui un soggetto politico ritiene che un papa “amico” o “vicino” possa tornargli utile nella propria competizione politica. Ciò vale anche quando l’orizzonte politico è più ristretto di quello, universale, del papato: per esempio, quello di una “potenza” internazionale medio-piccola, o persino di un partito di un singolo Paese», osserva Guido Mocellin, già direttore de Il Regno e curatore della rubrica “Wikichiesa” su Avvenire.
Lo ius exclusivae
Tra il Cinquecento e l’alba del Novecento, le corone cattoliche d’Europa provarono – e spesso riuscirono – a piegare la Santa Romana Chiesa ai propri interessi. Alcuni conclavi furono campi di battaglia della diplomazia, il papa un nodo cruciale nell’equilibrio tra potenze, lo Stato Pontificio un alleato imprescindibile. Nelle elezioni del Santo Padre, soprattutto i re di Francia e di Spagna misero in atto pressioni e manovre, non sempre occulte. Si servirono dello ius exclusivae, il “diritto di esclusiva”, ossia di osteggiare, estromettere, silurare le candidature sgradite. A dispetto della legge, che non lo prevedeva, i desiderata dei sovrani passarono per il “cardinale della corona”, il loro uomo di fiducia e portavoce in conclave.
In età moderna, una delle prime forme di interferenza si registrò nel conclave del 1521. Alla morte di Leone X, Francesco I di Francia minacciò lo scisma se fosse stato eletto un altro nobile Medici. Ma il conclave, al tredicesimo scrutinio, elesse Adriano VI, considerato il prediletto dell’imperatore Carlo V d’Asburgo più che al re di Francia. Fu l’ultimo papa non italiano fino all’ascesa al soglio di Pietro di Giovanni Paolo II (1978) e l’ultimo eletto assente in conclave. Nel 1590, invece, il porporato Cristoforo Madruzzo, “cardinale della corona” di Filippo II di Spagna, escluse i suoi confratelli creati da Sisto V e quelli veneziani, ritenuti filofrancesi. Quindi, furono scartati in tanti e fu indicato un elenco di sette nomi graditi. Dopo quasi due mesi di votazioni, fu scelto uno di loro: Niccolò Sfondrati, che assunse il nome pontificale di Gregorio XIV. Gli successe un altro dei prescelti del re di Spagna: Giovan Antonio Facchinetti, Innocenzo IX.
I veti incrociati
Le ingerenze esterne si moltiplicarono. Nel 1605, Enrico IV di Francia avrebbe sborsato circa 300mila scudi per incoronare Alessandro Ottaviano de’ Medici, Leone XI (il suo pontificato durò 27 giorni). Nel 1644, Filippo IV di Spagna sbarrò la strada a Giulio Cesare Sacchetti e Francesco Barberini, vicini ai Borbone, a favore di Giovanni Battista Pamphili, Innocenzo X. Il duello tra Madrid e Parigi proseguì nel 1655: Sacchetti fu ancora osteggiato dalla Spagna, mentre Fabio Chigi era inviso alla Francia. Ma il primo mediò e convinse Luigi XIV a cedere, facilitando l’ascesa alla sedia gestatoria di Chigi, che divenne papa Alessandro VII dopo ottanta giorni di votazioni. Nel 1769, Giuseppe II d’Asburgo, insieme al fratello Pietro Leopoldo di Toscana, giunse a Roma nei giorni del conclave per condizionare i cardinali-elettori allo scopo di convogliare i voti su un romano pontefice ostile ai gesuiti. E ci riuscì: Giovanni Vincenzo Ganganelli fu votato da tutti i porporati (46) e optò per il nome pontificale Clemente XIV.
La fine dei giochi
Nel 1903, invece, il conclave si aprì in seguito alla morte di Leone XIII. Il favorito all’ingresso in Cappella Sistina fu il cardinale, nonché segretario di Stato, Mariano Rampolla del Tindaro. Fu appoggiato dalla Francia, mentre Francesco Giuseppe I d’Austria sarebbe stato persuaso a opporsi dal “cardinale della corona” Jan Maurycy Paweł Puzyna. Secondo alcuni storici, quest’ultimo sarebbe stato lo stratega, forse manipolato da ambienti curiali ostili a Rampolla, che fu primo scrutatore e lesse il suo nome più volte. Colpì nel segno: al terzo scrutinio, Puzyna prese la parola per annunciare il veto d’esclusione contro Rampolla e, giunti al settimo scrutinio, divenne papa il patriarca di Venezia Giuseppe Sarto, Pio X.
Ma fu l’ultimo veto della storia. Nessuno mise in discussione la legittimità dello ius exclusivae fino all’elezione di Pio X. Con la costituzione apostolica Commissum Nobis (20 gennaio 1904) e con Vacante Apostolica Sede (25 dicembre 1904), il Santo Padre vietò ogni interferenza da parte dei governi, delle autorità e degli ambasciatori. Chiunque avesse accettato l’ingerenza esterna in conclave sarebbe stato scomunicato. Il divieto fu riaffermato più volte: da Pio XII, Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II, che nella Universi Dominici Gregis (22 febbraio 1996) condannò anche ogni tentativo indiretto di influenzare l’elezione del successore di Pietro. La Chiesa cattolica ribadì l’autonomia del suo rito elettorale: il primato spetta allo Spirito Santo.
L’attualità
Il prossimo conclave si apre mercoledì 7 maggio. Alle 16.30 scatteranno le operazioni per la prima votazione, quando le porte della Cappella Sistina si chiuderanno con l’extra omnes. Dalla morte di papa Francesco, che ha reso «vacante» la sede della Chiesa cattolica, si è sollevata un’ondata di retroscena e ipotesi. Oltre agli incontri ufficiali delle Congregazioni generali, si susseguono quelli informali tra i cardinali e le presunte faide; le liste dei papabili, con gli annessi identikit e dossier, si allungano, accorciano e moltiplicano. Intanto, circolano le voci sulle pressioni esterne da parte dei leader politici internazionali per condizionare l’elezione del 267° successore di Pietro. Il cui profilo potrebbe non coincidere con quello tracciato dal Collegio cardinalizio: «Presente, vicina, capace di fare da ponte e guida, di favorire l’accesso alla comunione a un’umanità disorientata e segnata dalla crisi dell’ordine mondiale. Un pastore vicino alla vita concreta delle persone».
La politica, dunque, non conoscerebbe confini sacri perché il conclave è una partita dalla quale non si può stare fuori. E se la contenderebbero due «universi» distanti dalla Citta Stato del Vaticano, cappeggiati da altrettanti capi di Stato che non daranno le spalle alla Sistina: Trump guiderebbe quello «conservatore» contro quello «progressista» condotto da Macron. «Qualsiasi accadimento pubblico o meno pubblico può essere considerato da un soggetto politico come un terreno da occupare a proprio vantaggio. I media sono probabilmente il tramite più a portata di mano per tentare una tale occupazione», osserva Mocellin. «Possono provare a influenzare le dinamiche pre-conclave sulla base di ragioni sia esterne alla Chiesa, come le pressioni politiche, sia interne, se si tratta di media o ambienti legati alla Chiesa e portatori in essa di una propria visione e/o di un proprio interesse. Ma non è detto se e in quale misura ci riescano».
Tutto dipenderà da chi entrerà nella Cappella Sistina, dalla «statura morale dei cardinali, la loro capacità di individuare un possibile papa nella libertà della loro coscienza», prosegue Mocellin. Il conclave ha assunto i contorni di un’arena diplomatica. Il romano pontefice, per molti, è una pedina cruciale negli equilibri globali. «Agiscono in proposito due tensioni opposte. Le potenze, grandi e piccole, mirano a strumentalizzare il papa a sostegno dei propri interessi; per il resto, ne farebbero volentieri a meno. I papi si mostrano all’altezza del loro possibile ruolo nel consesso internazionale quando esercitano un’influenza morale sulle decisioni politiche a partire dal Vangelo che la Chiesa è chiamata ad annunciare e a testimoniare, e non da altro», chiosa Mocellin.
Alla fumata bianca dal comignolo della Sistina e al suono delle campane a festa che annunceranno il nuovo successore di Pietro, si peseranno, dunque, i suggerimenti e gli indirizzi esterni, per quel che valgono.