A due mesi dall’inizio della rivolta iraniana una corte di Tehran ha sentenziato le prime due condanne a morte per due manifestanti. Entrambi sono accusati di aver preso parte alle proteste innescate dalla morte di Mahsa Amini, ritenuta colpevole di non tenere il velo in modo adeguato.

La giovane generazione che anima le piazze è determinata perché “non ha nulla da perdere, né speranze”, spiega un’attivista. E se il popolo iraniano non può gridare giustizia, la comunità internazionale deve fare conoscere la loro realtà

I manifestanti – fa sapere la magistratura iraniana – sono accusati del reato più grave della Repubblica Islamica, il moharebeh, l’offesa a Dio e allo Stato. Loro potrebbero essere i primi di una lunga serie: dei 14-15mila arrestati sono almeno venti i ragazzi che rischiano la pena capitale. “Nel paese è stato tolto l’accesso a Internet: non possiamo sapere se i numeri che ci dicono siano veri: sicuro non sono meno, ma potrebbero essere di più” sottolinea a magzine.it Moje, un’attivista iraniana.

Rivoluzione 2.0
Ed è proprio dal ciuffo di capelli e dal velo che il popolo iraniano ha iniziato a scontrarsi contro la dittatura: “Questa presa di posizione non si può definire come una semplice protesta, questa è una Rivoluzione 2.0”, dice a magzine.it Tiziana Ciavardini, giornalista ed esperta di Iran. Una rivoluzione in evoluzione che è scoppiata proprio da lì, dal taglio repentino di una ciocca di capelli e dal bruciare un simbolo: il velo. Un messaggio forte e chiaro per il governo iraniano e per il Presidente Raisi. Il governo cerca di contenere l’ondata di rivoluzione, ma niente può davanti alla volontà di cambiamento. La volontà profonda è però iniziata molto tempo fa: non a caso l’ultimo gesto di rivoluzione è stato dare alle fiamme la casa museo di Ruḥollāh Khomeini, simbolo per l’Iran della promessa non mantenuta di maggiore libertà. Ora però la rivoluzione per essere 2.0 ha dovuto reinventarsi, prima con l’aggiunta delle università e professori di ogni ordine e grado alle manifestazioni. Poi con il trend lanciato sui social: lo “schiaffo al turbante dei religiosi”. Questo per tenere alta l’attenzione, senza arrendersi. “Dobbiamo ringraziare le persone che manifestano, certamente, ma più di tutti dobbiamo ringraziare chi fa i video degli attacchi contro la folla e li pubblica in rete, consapevole che poi verrà segnalato dalle autorità allo stato”, puntualizza Ciavardini. Poi prosegue: “Il popolo iraniano non può urlare, non può gridare giustizia. Noi abbiamo il dovere di far conoscere la loro realtà”. Alla domanda di quale video le fosse rimasto più impresso non ha dubbi: un diciassettenne che mentre stava passeggiando con i suoi coetanei viene colpito da un proiettile in pieno volto. Poi il sangue a terra, le urla e il corpo, sopra un carretto, coperto con un cartello pubblicitario. “La famiglia per riavere la salma dovrà spendere dei soldi e il funerale dovrà essere fatto in fretta e furia. In Iran non devono esserci sospetti; di questo non se ne deve parlare”, denuncia. Anche a Moje sono rimasti impressi negli occhi le immagini delle repressioni dei manifestanti: “nei video si vede che la polizia spara all’altezza della faccia delle persone”, con l’intenzione di uccidere.

Silenzio
Davanti a una comunità internazionale che spesso davanti alle grida dei manifestanti sceglie il silenzio, la Germania del cancelliere Scholz sceglie una linea dura contro l’Iran e richiama i connazionali in terra tedesca. Il Premier francese Macron incontra attivisti e senza parlare dà un chiaro segno, “che sia poi in solidarietà del popolo o contro l’Iran in quanto paese ricco, è tutto da vedere” commenta Tiziana Ciavardini.
Dall’Italia però ancora nessun messaggio di solidarietà. “Prima si poteva capire il silenzio, ma ora, con la scarcerazione di Alessia Piperno, la blogger arrestata e detenuta nel carcere di Evin, ci si aspetta una presa di posizione forte.”, conclude. Ma ancora niente di tutto questo. Solo una telefonata del Ministro degli Esteri Iraniano Amirabdollahian al suo omologo italiano Tajani; il focus si limita allo scambio commerciale e culturale tra i due paesi.
Il silenzio della comunità internazionale è sottolineato anche da Moje, che spiega che “tutti i paesi dovrebbero fare pressione perché il governo iraniano si sente libero di compiere qualsiasi tipi di crimine contro i manifestanti”. La polizia morale – spiega l’attivista – in Iran è stata protagonista di brutali repressioni riprese in diversi video, e può continuare ad agire indisturbata solo se i paesi occidentali non prendono posizione.
La straordinarietà di queste proteste, secondo Moje, sta nella determinazione di chi scende in piazza a non fermarsi davanti a nulla, nemmeno davanti alle prime condanne a morte dei manifestanti. “Questa è una rivoluzione, non stiamo chiedendo al governo di migliorare la nostra condizione. Tutti gli uomini del regime devono andare via, è questo quello che vogliamo”. La legge, prosegue Moje, “si basa e si fa forte della religione, quindi non è modificabile”.
Chi manifesta, però, è determinato a ribaltare il regime, spiega l’attivista. Si tratta di “una generazione di giovanissimi, che non ha alcuna speranza di poter vivere una vita migliore sotto questo regime”. Per questo le ragazze e i ragazzi che scendono in piazza sono pronti a rischiare la vita, “l’unica cosa che gli iraniani hanno da perdere”. Sanno che chiedere la tutela dei diritti umani fondamentali può costare caro. Ecco perché si sta diffondendo una nuova pratica: girare un video testamento prima di andare a manifestare. “Prima di scendere in piazza i ragazzi e le ragazze registrano un filmato dicendo che quello potrebbe essere l’ultimo giorno della loro vita, ma che sono felici di sacrificarsi per la libertà”, argomenta Moje. Alle manifestazioni partecipano anche gli uomini, tiene a precisare: “Stiamo parlando di tutto il popolo”, uniti contro un governo per cui l’uccisione di Mahsa Amini è solo l’ultimo episodio di repressione. “Tutto questo è arrivato alla cronaca come un fatto straordinario, ma in Iran è la normalità”.