Cecilia Sala non crede al “sei libera” pronunciato dagli uomini dell’intelligence iraniana mentre la prelevano dalla sua cella di Evin la mattina dell’8 gennaio, dopo 21 giorni di detenzione: «Pensavo fossero i pasdaran e che mi stessero portando in una loro base militare, che non si fidassero del carcere ufficiale – racconta –. Quando arrivo all’aeroporto militare e mi tolgono la benda vedo un primo volto “italianissimo”, poteva essere solo italiano, in un abito grigio, faccio il sorriso più bello della mia vita ed, effettivamente, poche ore dopo ero a Roma». Il volto “italianissimo” è Giovanni Caravelli, il vertice dell’AISE, Agenzia d’informazione per la sicurezza esterna. Dopo pochi giorni, il ministro della Giustizia italiano Carlo Nordio chiede la revoca dell’arresto di Mohammad Abedini Najafabadi, il cittadino iraniano residente in Svizzera, accusato di aver fornito illegalmente ai pasdaran iraniani tecnologie per la costruzione di droni utilizzati in attacchi terroristici: «Nessuno scambio, è stato liberato per motivi giuridici» afferma il Guardasigilli, ma sono in molti a dubitarne.
Da questa vicenda scaturiscono molti interrogativi su come funzionino le negoziazioni in situazioni del genere, quali siano le dinamiche che permettono di sciogliere matasse in cui si intrecciano gli interessi di vari attori, statali e non. Ma anche quale sia l’atteggiamento adottato dagli Stati quando si trovano a dover negoziare con strutture paramilitari o con regimi non democratici e fino a che punto siano disposti al dialogo. Non esiste alcuna teoria formale: si possono soltanto desumere alcune linee di tendenza, ripercorrendo la storia diplomatica dei vari Stati.
«Nella storia, la presa di ostaggi è spesso divenuta parte della politica di finanziamento di gruppi armati: in tal senso sono emblematiche le vicende del continente latino-americano e quelle del Nord-Africa a partire dall’inizio dell’insorgenza islamista-jihadista, con le grandi catture di turisti tedeschi e francesi che frequentavano le dune del Sahara», spiega Francesco Strazzari, professore ordinario di relazioni internazionali alla Scuola Universitaria Superiore Sant’Anna. Dal reiterarsi di questi episodi ci si è resi conto dell’esistenza di una vera e propria “industria dei rapimenti” che, attraverso i riscatti, finanziava le casse della nascente al-Qaeda. È così che nasce un dibattito molto acceso tra i Paesi “occidentali”, patria dei cittadini presi in ostaggio. Da un lato gli Stati Uniti, l’Inghilterra e, in qualche misura, la Francia iniziano a dichiarare di non essere disposti a pagare, in modo tale da far venir meno la ragione dei rapimenti, dall’altro lato Stati come l’Italia o la Germania tengono un atteggiamento maggiormente incentrato sul salvataggio delle vite e per questo vengono accusati di complicità. Le critiche sono poi inasprite dalla considerazione che ogni riscatto non arricchisce soltanto il gruppo, bensì una vasta rete che irrora tutta la nervatura sociale. Infatti, in queste regioni la maggioranza dei rapimenti non avveniva ad opera dei gruppi, ma mediante vari middlemen, uomini potenti che agivano come intermediari di messaggi e pagamenti e che si guadagnavano margini di impunità e una maggiore influenza politica, tanto da essere cooptati da un governo all’altro come figure di una certa levatura. «Gli italiani hanno sempre, in qualche misura senza rivendicarlo, adottato una linea di dialogo che ha consentito loro di mantenere punti di ingresso nelle situazioni di conflitto con un atteggiamento che può essere definito, anche se in modo indebito, “pragmatico” – commenta il professore -. Proprio per questo motivo il nostro Paese è considerato anche dalla Russia come uno Stato amico, costretto a tenere una certa linea perché alleato degli Stati Uniti ma, comunque, abbastanza vicino». A favorire questa reputazione contribuisce anche la scelta dell’Italia di non porre mai alcun diktat nella negoziazione, a differenza di altri Paesi quali la Francia, che, ad esempio, acconsente al dialogo con i rapitori, a patto che non si richieda un’amnistia di prigionieri.
Questo atteggiamento più accondiscendente non ha però impedito che anche nella storia della diplomazia italiana si registrassero alcuni tragici insuccessi, non si è mai compreso se per mancanza di negoziazione oppure se per volontà dei rapitori di seguire una logica differente da quella della monetizzazione. Al riguardo, Strazzari menziona i casi di Fabrizio Quattrocchi, la guardia di sicurezza privata rapita e uccisa in Iraq nel 2004 dalle “Falangi verdi di Maometto”, e di Vittorio Arrigoni, l’attivista filopalestinese italiano sequestrato e ammazzato da un gruppo islamico salafita, nemico di Hamas e vicino ad al-Qaeda.
C’è poi un ulteriore aspetto da tenere in considerazione: la maggior malleabilità che il nostro Paese da sempre dimostra comporta anche un’apparenza di ambiguità e incoerenza. «Il nostro atteggiamento di dialogo situazionale ci rende più adatti a dialogare localmente ma, allo stesso tempo, ci fa apparire poco chiari nella nostra azione; la diplomazia si struttura caso per caso, non c’è linearità» è il commento di Stazzari. Le cause della buona riuscita di un’operazione sono quindi da ricercarsi nella contingenza dell’episodio. «Il caso Sala lo imputo a relazioni che si sono strutturate in tanti anni di buoni rapporti intrattenuti a livello apicale tra l’Iran e l’Italia, basti pensare agli incontri di papa Francesco con l’ayatollah Khamenei, alle visite dei politici iraniani riformisti nel nostro Paese: c’è una rete di grandi tradizioni tra il mondo persiano e il mondo di Roma – osserva –. Stiamo comunque ragionando soltanto di percezioni diffuse che, però, hanno degli effetti: nel momento in cui l’ostaggio è italiano, scaturisce l’idea che allora si possa negoziare».
Tuttavia, ci sono sempre delle circostanze in cui ogni ragionamento salta. Tra questi, i rapimenti compiuti da quello che Strazzari definisce lo “Stato islamico puro”, con sede nel nuovo Califfato dello Sham: «un’entità, con contro-Stato, che non ha mai riconosciuto il protocollo di Ginevra e nemmeno che esista una qualsiasi norma a cui attenersi: l’Isis non agisce secondo la logica dell’“industria dei rapimenti”, non mira a ottenere riscatti per finanziarsi e, infatti, i suoi ostaggi tipicamente non vengono riconsegnati». È il caso di James Foley, giornalista freelance americano che fu imprigionato dal regime libico per un mese e mezzo nel 2011 e poi, l’anno successivo, venne rapito in Siria dallo Stato Islamico: per lui non ci fu nessun ritorno a casa. Nel 2014 l’Isis pubblicò un video della sua decapitazione, rendendo così nota la morte del reporter.
La complessità della materia diplomatica ne evidenzia la delicatezza, ma anche l’apparente contraddittorietà, spesso inspiegabile per gli attori esterni. Del resto, nelle trattative assumono un ruolo il più delle volte imprescindibile i servizi segreti, che tessono solidi intrecci e saldi legami necessari per la buona uscita delle operazioni. La loro azione si plasma di volta in volta alla situazione contingente, senza che vi sia alcuna procedura stabilita a priori a cui attenersi. Si tratta di un meccanismo operativo che Mario Caligiuri, uno dei massimi studiosi europei di intelligence a livello accademico e presidente della Società Italiana di Intelligence, riassume efficacemente con queste parole: «Le operazioni dei servizi si creano di volta in volta, perché questi, proprio per definizione, non sono stabili – spiega –. Anche perché sono un braccio operativo del governo e si riferiscono esclusivamente all’esecutivo, al contrario delle forze di polizia, che invece dipendono dall’autorità giudiziaria».
L’efficienza delle operazioni di intelligence è inscindibilmente legata alla loro riservatezza, che diventa un assioma essenziale a cui attenersi per non comprometterne l’efficacia. «Nella gestione del dossier comunicativo occorre schermare queste questioni rispetto al grande pubblico, perché quando una notizia si diffonde, si brucia – commenta Strazzari –. Anche perché, quando una vicenda viene resa nota, subentrano aspetti come la coerenza di lungo termine dell’azione diplomatica statale, nonché la nascita di forme di reputazione che prescindono dai governi ma che comunque incidono sugli sviluppi delle vicende: come già detto, se un cittadino è italiano, subito sorge l’idea che una contrattazione sia allora possibile. La necessità del silenzio è poi ancor più comprensibile se si considera un ulteriore aspetto: il prezzo economico di un singolo ostaggio è tipicamente tollerabile dagli Stati, a patto che il suo pagamento non incentivi la creazione di un’industria dei rapimenti oppure il rafforzamento di organizzazioni militanti di miliziani con fama terrorista. In altri termini, spiega Francesco Strazzari, «il caso singolo, se segreto o semisegreto, non è problematico, ma lo diventa nel momento in cui si trasforma in un comportamento su vasta scala oppure quando tocca i nervi di una questione, come nella guerra al terrore».
In un terreno così poco lineare, le parole chiave sono più che mai prudenza e cautela: due valori che permettono di maneggiare equilibri di cristallo, al tempo stesso quasi invisibili e fragilissimi, che bisogna essere molti accorti a non infrangere.