Gelida, violenta, penetrante. Sono questi i tre aggettivi che meglio descrivono Body of evidence, la nuova mostra di Shirin Neshat inaugurata al PAC di Milano e curata da Diego Sileo e Beatrice Benedetti. Artista di fama internazionale in bilico tra due mondi, Shirin nasce in Iran ma vive gran parte della sua vita negli Stati Uniti dove si trasferisce nel 1974 per studiare arte. Dopo la Rivoluzione islamica del 1979 – che ha visto l’ascesa dell’ayatollah Khomeini -, Shirin rimane a Los Angeles e decide di tornare in visita in Iran solo negli anni Novanta. Quando scende dall’aereo, però, non riconosce il Paese che le aveva dato i natali e da lì inizia a riflettere profondamente sulle trasformazioni avvenute nel corso degli anni in Medio Oriente. Così decide di concentrare le sue riflessioni e quindi anche la sua produzione artistica sia sul rapporto tra religione islamica e femminismo – ponendo al centro della sua ricerca il ruolo della donna nella società islamica – sia sulla sua condizione di esule, in equilibrio tra due mondi.
Lungo il percorso espositivo si percepisce con grande intensità lo squarcio emotivo e culturale dell’artista che ancora oggi vaga tra Oriente e Occidente, tra libertà e oppressione. La mostra non segue un ordine cronologico ma è suddivisa su base tematica e si dispiega attraverso i linguaggi e i media privilegiati dall’artista: la fotografia e il video.
Cortometraggi
Una volta attraversato il tendaggio scuro che separa l’ingresso del museo dalla prima sala dell’esposizione, un enorme schermo bianco sovrasta la sala immersa nel buio. In proiezione c’è Fervor (2000): terzo e ultimo capitolo di una trilogia – di cui fanno parte anche Turbulent(1998) e Rapture(1999) -, il cortometraggio studia il rapporto tra i due sessi nella struttura sociale islamica attraverso i due protagonisti che, dopo essersi casualmente incontrati in un luogo isolato, si ritrovano in occasione di un evento pubblico a cui partecipano sia uomini che donne. Una volta preso posto nelle rispettive platee, i due ascoltano la narrazione di una parabola coranica – quella di Zolikha e Youssef – attraverso cui l’oratore mira a mettere in guardia i presenti dal peccato del desiderio e della tentazione. Gli uomini sono vesititi di bianco, le donne di nero.
Andando a ritroso nel tempo, subito a destra dopo la prima sala, in riproduzione ci sono gli altri due cortometraggi della trilogia. In tutti e tre i casi, è evidente il contrasto duale delle immagini che caratterizzano le opere audiovisive dell’artista e che permettono allo spettatore di immergersi completamente nelle storie raccontante. Se nel caso di Turbulent l’obiettivo dell’artista è mettere al centro della narazione il divieto imposto alle donne di cantare in pubblico dopo il 1979, a causa della “carica erotica intollerabile” della voce femminile, in Rapture, invece, si vedono contrapposti due gruppi, uno maschile protetto in una fortezza affacciata sul mare, e uno femminile, immerso in uno spazio illimitato e desertico. Ancora una volta. i due sessi sono separati sia dai luoghi che dalle inquadrature, ma, osservando in serie la trilogia, si ha la sensazione che i gruppi siano sempre in grado di percepirsi e percepire i limiti rispettivi da non valicare.
Se attraverso la prima e la seconda sala i curatori hanno voluto spingere lo spettatore a riflettere sulla relazione tra uomo e donna nella terra d’origine dell’artista, la terza e la quarta sala invece analizzano la condizione di esule di Neshat. Con Roja(2016) ad esempio, l’artista ha voluto catapultare lo spettatore nelle sue inquiete fantasie. Il film infatti mostra un cortocircuito emotivo per cui sia nella cultura statunitense che in quella iraniana gli ambienti vissuti dalla protagonista pare abbiano la capacità di trasformarsi da rassicuranti ad inquietanti. Con Land of Dreams(2019) invece, – attraverso una storia distopica che vede come protagonista una giovane ragazza incaricata da una bizzarra istituzione di raccogliere i sogni delle persone che intervista – l’artista ha voluto spingere lo spettatore a riflettere sulla pericolosità di ideologie e pratiche politiche opressive che accomunano tutti gli esseri umani, in Iran come negli Stati Uniti.
Riprendono il tema dell’equilibrio in bilico tra due mondi i cortometraggi Passage(2001), attraverso cui Shirin focalizza l’attenzione sul valore della morte, dei rituali ad essa connessi e della ciclicità dell’esistenza, e Soliloquy(1999). In quest’ultimo, l’artista – protagonista del film – intraprende due viaggi paralleli: il primo in una città alle porte del deserto in Oriente, il secondo in una delle grandi metropoli occidentali. In bilico tra due luoghi che conosce ma a cui non sente di appartenere – perché esclusa dal posto in cui vive nel presente ma tormentata dal posto che ha lasciato nel passato – si interroga sulla sua vera identità.
Infine, ecco il cortometraggio più evocativo, violento, crudele. L’ultimo realizzato dall’artista: The Fury(2023). La video-installazione a doppio canale affronta il tema dello sfruttamento sessuale delle donne prigioniere politiche da parte del regime della Repubblica islamica in Iran. Con questo lavoro Shirin ha voluto denunciare i soprusi da parte della polizia iraniana nei confronti delle donne detenute, che subiscono torture e sono spesso vittime di stupro da parte dei loro carcerieri, esperienze che in diversi casi le hanno portate al suicidio anche una volta rilasciate. La protagonista del film è un’ex carcerata iraniana che, seppur in salvo negli Stati Uniti, continua a essere tormentata dagli abusi in una sorta di incubo in cui si mescolano tempi e luoghi. Le fotografie e le riprese sono state realizzate nella primavera del 2022, poco prima della morte di Mahsa Amini, arrestata dalla polizia morale a Teheran il 13 settembre con l’accusa di non aver indossato correttamente l’hijab e morta dopo aver subito violente percosse il 16 settembre.
Serie fotografiche
Women of Allah è la serie fotografica più famosa dell’artista. Realizzata a seguito del suo primo viaggio in Iran dopo la rivoluzione, gli scatti – rigorosamente in bianco e nero – ritraggono una serie di donne velate. Le parti visibili del corpo femminile – viso, mani e piedi – sono ricoperte di segni calligrafici in lingua farsi vargati a mano con inchiostro nero sulla stampa fotografica. In alcuni degli scatti le donne sono ritratte con delle armi, al tempo stesso simbolo di aggressione e reppresione, sottomisione e resistenza.
Basato sul poema epico persiano Shahnameh – composto dal poeta Ferdowsi -, nella seconda serie fotografica l’artista ritrae la gioventù iraniana dividendola in tre gruppi: masse, patrioti e malvagi. The Book of kings di Neshat nasce da una profonda riflessione legata alla nascita di Onda Verde, movimento di contestazione politica che ha preso vita a seguito delle proteste – represse nel sangue – scaturite dall’esito delle elezioni presidenziali del 2009 con la rielezione del conservatore Mahmud Ahmadinejad.