La Coppa del mondo di Calcio 2022 è alle porte: il fischio d’inizio è oggi, domenica 20 novembre, con la nazionale padrona di casa, il Qatar, che affronterà l’Ecuador. Il Mondiale qatarino sarà ricco di prime volte: non era mai accaduto che un Paese arabo e del Golfo ospitasse la rassegna iridata dove la nazionale granata farà il suo debutto. Inoltre, per la prima volta, non si giocherà in estate, ma nei mesi di novembre e dicembre.
Di esordi nel mondo del pallone si sta occupando il fotografo Matteo de Mayda che dal 2018 ritrae, attraverso i suoi scatti, cultura, società, peculiarità e contraddizioni dei Paesi che calcano per la prima volta i campi delle più importanti competizioni calcistiche internazionali. De Mayda ha raccontato a Magzine.it come si sta preparando il popolo qatarino all’evento più atteso dai tifosi di tutto il globo.
De Mayda, parliamo del lavoro che ha realizzato in Qatar a poche settimane dall’inizio dei Mondiali.
Si chiama “La prima volta” e fa parte di un progetto a lungo termine che ho iniziato insieme a Cosimo Bizzarri, un mio collega scrittore e giornalista. Puntiamo a raccontare le prime volte di alcune nazionali in competizioni calcistiche: siamo partiti dall’Islanda nel 2018, quando si è qualificata per la prima volta ai Mondiali. Siamo poi andati in Macedonia del Nord, nel 2020, e quest’anno in Qatar, visto che si è qualificato di diritto in quanto Paese ospitante. Il calcio è una sorta di scusa per raccontare altri temi come l’identità di un Paese, la cultura, i diritti dei lavoratori o di genere. Ogni capitolo ha una funzione indipendente, ma poi il progetto nel suo complesso vorrebbe un giorno diventare qualcos’altro”.
Per quanto ha potuto vedere sul campo, cosa significa questa Coppa del Mondo per il Qatar?
Quello che si apre è forse tra i Mondiali più problematici della storia. C’è il tema dei diritti dei lavoratori, ma anche dei diritti di genere, perché sia quelli della comunità Lgbtq, sia quelli delle donne non vengono rispettati. C’è anche il tema del cambiamento climatico perché sono i primi Mondiali a disputarsi in inverno, essendo il Qatar un Paese troppo caldo per giocare in estate. Per questo motivo è presente l’aria condizionata sia negli stadi, con il raffreddamento che funziona durante le partite a cielo aperto, sia nelle strade. In un periodo in cui sia parla tanto di riscaldamento climatico, risparmio energetico e mancanza di risorse, questa scelta fa riflettere.
Come sta vivendo la popolazione l’arrivo di questo evento così importante e come impatta a livello sociale?
In Islanda e in Macedonia del Nord abbiamo fotografato tifosi che hanno un approccio al tifo anche molto violento e politico. In Qatar è diverso: lì sono tutti ricchi e non vanno allo stadio così volentieri, perché ci sono temperature alte e prima del Mondiale non c’erano grandi stadi. Per cui le persone generalmente guardano le partite a casa dal proprio megaschermo. In Qatar ci sono 3 milioni di persone, di cui solo 300mila sono qatarini. La popolazione autoctona è veramente minima e la maggior parte degli abitanti sono espatriati da altri Paesi. Ho incontrato dei tifosi, sono andato a un allenamento della nazionale e c’era entusiasmo, c’erano le persone, c’erano donne, uomini e bambini. Nemmeno io sono riuscito a capire bene quanto questa cosa impatti sulla popolazione. C’è da dire che in città sono stati fatti molti lavori, con la costruzione di otto stadi in dieci anni e di una metropolitana per facilitare i collegamenti per chi arriva dall’estero. Infatti, gli stadi distano uno dall’altro circa 20 minuti, ma lì non si usano i mezzi pubblici, si sta sempre in macchina con l’aria condizionata.
Matteo De Mayda: “Gli operai chiamati a costruire gli stadi sono stati trattati come schiavi: sottopagati e sfruttati”.
Come sono state costruite queste infrastrutture?
Doha, la capitale, è costruita nel deserto e anche gli stadi sono stati appaltati da grossi studi europei di architettura o design. Il tema importante di cui si è parlato in questi anni è che i lavoratori chiamati per costruire questi stadi vengono da Paesi poveri come Bangladesh o Pakistan e sono trattati come schiavi. Nei Paesi del Golfo è consuetudine ritirare a questi lavoratori il passaporto, sottopagarli e farli lavorare tutti i giorni della settimana, sotto il sole, senza nemmeno un giorno libero. Si stima siano più di 6500 le persone decedute costruendo gli stadi.

Campo da calcio a cinque ad Al Kharsaah, villaggio del Qatar situato nel comune di Al-Shahaniya, a circa 80 km a Ovest della capitale Doha (foto Matteo de Mayda)
I qatarini non hanno una forte tradizione calcistica, ma nella vita di tutti i giorni, si gioca davvero a pallone?
Al di là degli stadi del Mondiale, abbiamo provato a cercare qualcosa di più informale, come i campetti di calcio a 5. È stata una ricerca difficile, perché non c’è la cultura del gioco di strada come accade in Italia o nei paesi europei. In media c’è molta ricchezza e quindi si preferiscono sport più comodi o non praticarli affatto. Ci sono però delle accademie calcistiche, come l’Aspire Academy che è stata progettata per coltivare le promesse che sarebbero arrivate al Mondiale. Questa Academy ha importato vari giocatori da Paesi che sono generalmente e culturalmente più forti, come il Sud America, alcuni Paesi africani e l’Asia. Dopo aver fatto dei provini a bambini tra i 10 e i 13 anni, alcuni vengono selezionati e dopo cinque anni naturalizzati. Oggi la nazionale del Qatar ha il 70 per cento di giocatori non qatarini. La cosa grave è che a questi giocatori, terminato il percorso sportivo, viene ritirato il passaporto qatarino. È un passaporto temporaneo da utilizzare solo nel periodo in cui si gioca con la Nazionale e bisogna fare delle trasferte. Quando non ce n’è più bisogno, il passaporto viene ritirato.
“Oggi la nazionale del Qatar ha il 70 per cento di giocatori non qatarini a cui viene ritirato il passaporto quando terminano il loro percorso sportivo”.
Può farci un confronto con le altre prime volte?
L’Islanda, nel 2018, è stato il primo Paese al mondo a dichiarare illegale il fatto che le donne prendano uno stipendio inferiore agli uomini pur nello stesso ruolo lavorativo e quindi ci interessava capire come questo si rifletteva nel calcio. La Macedonia del Nord ha partecipato agli Europei pur non facendo parte dell’Unione e al suo interno sono presenti diverse tensioni etniche. Anche in questo caso volevamo capire come un Paese relativamente nuovo si stava costruendo una sua identità e se il calcio potesse avere un ruolo.
Avete in mente di continuare col progetto con altre “prime volte”?
Assolutamente sì, il progetto vorrebbe continuare e aggiornarsi con altri capitoli. Le mete le capiremo nei prossimi mesi tenendoci aperte varie possibilità: il prossimo anno potrebbe toccare a una squadra della Coppa d’Africa, oppure a una nazionale del calcio femminile. Restiamo con le antenne dritte, in attesa della prossima prima volta.
(Immagini di Matteo De Mayda, per gentile concessione dell’autore)