Il futuro del Movimento 5 Stelle non s’intravede. Domenica la foschia era diminuita davanti agli occhi del partito, dopo il voto dell’Assemblea costituente. In un’altra sera d’autunno, dopo quella della nascita e della fondazione (4 novembre 2009, Teatro Smeraldo di Milano), il M5S sembrava aver iniziato la sua adolescenza, abbandonando il padre accompagnato per mano dai click degli iscritti. Ma la foschia si è rifatta fitta lunedì quando Beppe Grillo, garante del gruppo, ha sfruttato l’opportunità data dallo statuto, impugnando il risultato e chiedendo la ripetizione del voto, in programma dal 5 all’8 dicembre.
Lo scontro
È un altro no a marchiare la storia del M5S. Oggi è l’opposizione del co-fondatore all’esito dell’Assemblea costituente, per sollecitare l’astensione e puntare al mancato raggiungimento del quorum. In principio furono le barricate per TAV e TAP, grandi opere e grandi eventi, fondamenti della creatura di Gianroberto Casaleggio e Grillo. Fino a lunedì, invece, lo stop era al garante, al limite dei due mandati degli eletti e all’impossibilità di modificare nome e simbolo, cardini della presidenza di Giuseppe Conte. Il Movimento resta a sandwich tra i desiderata di Conte e Grillo, in un altro capitolo della diatriba cominciata tre anni fa. Il pomo della discordia è il nuovo statuto proposto – per rafforzare la propria leadership – dal secondo e osteggiato – per mantenere invariato il suo ruolo – dal primo.
«È una guerra lenta. Da una parte c’è il padre-padrone, dall’altra l’uomo-simbolo dell’ascesa a Palazzo Chigi del M5S. Il punto di non ritorno è stato l’appoggio del partito al governo Draghi, voluto da Grillo. L’accordo fu frutto di telefonate notturne del garante al futuro presidente del Consiglio e fu trovato sulla testa di Conte, offeso e arrabbiato per la fine della sua seconda esperienza da premier durante la pandemia», è l’opinione di Simone Canettieri, cronista parlamentare de Il Foglio, raggiunto da Magzine.
Il voto
Dopo quindici anni, e la scissione griffata Luigi Di Maio (2022), il contismo – che mosse i primi passi durante il governo Conte II – era in procinto di scalzare il grillismo. Il risultato fugava da ogni dubbio, prima di lunedì. Tra i quesiti più importanti, quello sul posizionamento politico del M5S, dagli albori emblema dell’antisistema e del populismo italiano ed equidistante da centrodestra e centrosinistra. Ma, da qualche anno, sulla via dell’istituzionalizzazione con la presa di potere di Conte. Il 36.70% aveva collocato il M5S tra i «progressisti indipendenti» e affidato al Consiglio nazionale, che avrebbe dovuto sostituire il garante (63.24% pro-abolizione della figura), la decisione di alleanze politiche locali con partiti o movimenti saldate da «un accordo programmatico preciso» (92.45%). E il Consiglio nazionale, su proposta del presidente del M5S (Conte), avrebbe potuto approvare modifiche a nome e simbolo del partito (78.65%).
La cronistoria
Il Vaffa-Day. Un uomo indossa una polo nera a maniche lunghe e pantaloni scuri, tiene un microfono intorno al collo e urla vaffanculo di qua e di là. È al centro di un palco, di fronte Piazza Maggiore, a Bologna, gremita di persone: sono 50mila, attente ad ascoltare le sue parole. Quelle di un comico, di nome Beppe Grillo, che da anni ha abbandonato la sua professione e combatte contro un sistema politico ritratto come un insieme di inetti interessati al tornaconto personale, con stipendi d’oro e privilegi spropositati rispetto alla condizione del resto dei cittadini. La genesi del M5S affonda le sue radici in quel pomeriggio dell’8 settembre 2007, mentre l’Italia è colpita dalla crisi economica, le famiglie faticavano ad arrivare a fine mese, inghiottite dal vortice della Grande recessione.
Il Vaffa-Day nasce dall’idea di Grillo e del perito informatico Casaleggio – che sogna la rete come mezzo per introdurre la “democrazia diretta” in politica – e segna l’inizio di una protesta destinata a trasformarsi in un movimento capace, in poco più di un decennio, di rivoluzionare il panorama politico italiano. «Vaffanculo! Chi è senza lavoro non può campare, ma i parlamentari condannati continuano a prendere pensioni d’oro! Non siamo né di sinistra né di destra, siamo una rivoluzione!», urla Grillo. Il consenso cresce rapidamente, ed è in quel momento che si capisce la necessità di organizzarsi concretamente per dare vita a una realtà metapolitica capace di «aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno».
La nascita e i successi. Il M5S è fondato il 4 novembre 2009 e si pone, sin dall’inizio, come alternativa radicale ai partiti tradizionali. Il suo simbolo è rappresentato da cinque stelle che incarnano i temi fondanti del partito: acqua pubblica, tutela dell’ambiente, mobilità sostenibile, connettività e sviluppo equo e sostenibile. L’ingresso del M5S sulla scena politica nazionale avviene dopo le elezioni politiche 2013, un evento storico. Il 24-25 febbraio, i risultati sono stati inequivocabili: col 25.6% dei voti alla Camera dei deputati, diventa il primo partito. La scelta di non aderire alle “larghe intese” promosse dal Partito Democratico di Pier Luigi Bersani rafforza l’immagine dei pentastellati, forza politica autonoma e distante dalle logiche tipiche dei partiti, votate al compromesso.

Il candidato premier del M5S Luigi di Maio esulta dopo aver visto le prime proiezioni dei risultati elettorali al Senato (Ansa da Instagram)
Il 2016 è uno degli anni cruciali nella storia dei “grillini”. Da un lato, la morte del co-fondatore Casaleggio priva il M5S di una figura centrale nella definizione della sua visione strategica. Dall’altro, il partito ottiene due vittorie importanti nelle elezioni comunali di Torino e Roma. Chiara Appendino si prende il capoluogo piemontese e Virginia Raggi s’impone nella Capitale. Le due donne simboleggiano il rinnovamento e incarnano la rottura netta con le amministrazioni precedenti del centrosinistra. È l’antipasto del successo storico nelle politiche del 4 marzo 2018. Circa un italiano su tre sceglie il M5S, segnando un punto di svolta nella politica. Sul piano programmatico, il partito annovera tra le priorità il reddito di cittadinanza, sostegno economico per contrastare la povertà, una maggiore protezione sociale e una rinnovata attenzione alle tematiche ambientali.
Dal governo al lento declino. Il trionfo sancisce una trasformazione profonda: dall’essere partito rivoluzionario anti-sistema a schieramento con ambizioni di governo. Tra 2019 e 2021, i “grillini” sono, da prima forza parlamentare, l’architrave di due maggioranze di governo diverse e agli antipodi. La prima, nata a margine della tornata elettorale della primavera 2018, si regge sul «contratto per il governo del cambiamento» stipulato con Lega di Matteo Salvini, che dà vita al governo giallo-verde. Lo guidato, da premier, un personaggio sconosciuto, docente e avvocato, Conte. Ma il suo esecutivo si sfalda nell’estate 2019, quella del Papeete Beach, per mano del segretario del Carroccio, che ritira l’appoggio con l’obiettivo di tornare alle urne. Ma le elezioni anticipate non saranno indette e il M5S si alleerà col PD e formerà il governo Conte II (giallo-rosso).

Il rito della campanella tra Paolo Gentiloni e Giuseppe Conte – Roma, 1 giugno 2018 (ANDREAS SOLARO/AFP/Getty Images)
La nuova maggioranza affronta la sfida della pandemia di COVID-19. Al timone c’è ancora Conte, che si intesta la gestione dell’emergenza economico-sanitaria e raggiungere il vertice del M5S. Ma, da presidente del partito, incassa subito il primo dispiacere nelle politiche del 2022: perde oltre la metà dei voti rispetto a quattro anni prima e la sua unica consolazione è il consolidamento del sostegno nelle regioni meridionali. Qualche mese dopo, il reddito di cittadinanza, la legge-bandiera del M5S, è smantellato dall’esecutivo Meloni. Intanto, il calo nei consensi non si arresta: il peggior risultato di sempre è alle elezioni europee del giugno scorso, nelle quali i pentastellati raggiungono il 9.98% e perdono 6 seggi a Strasburgo, distanti da Fratelli d’Italia (28.76%) e PD (24.11%). È il sintomo della crisi d’identità del partito, diviso tra il tentativo di mantenere una linea progressista e la difficoltà di ritrovare lo slancio antisistema che caratterizzava le sue origini.
Le incertezze
Domenica gli iscritti hanno fornito le coordinate al M5S per battere una strada alternativa nell’agone politico e interrompere l’erosione di consensi. A Conte il compito di percorrerla, prima del semaforo rosso acceso da Grillo. L’interrogativo, in attesa del nuovo esito, è se l’antipolitica e il populismo duro e puro avranno ancora cittadinanza nel partito se la linea-Conte venisse confermata: «Penso avrà il suo spazio. Sappiamo benissimo che in Italia come nel resto d’Europa, anche a sinistra, il populismo è presente. E non credo che la nuova votazione, se ribadisse i risultati della precedente, cambierebbe il DNA e l’approccio del M5S, che potremmo chiamare “partito di Conte”», analizza Canettieri.
Un’altra risposta sospesa è sulla fattibilità del “campo largo”, promossa da M5S e PD, come alleanza definitiva, continua e solida. L’esperimento, che ha dato i suoi frutti con la doppietta nelle regionali in Emilia Romagna e Umbria ha ribadito, però, lo strapotere – in termini di voti – dello schieramento capitanato da Elly Schlein. Sulle possibili ripercussioni se l’Assemblea costituente replicasse le scelte di domenica, Canettieri ritiene che «nessuno tollera di essere secondo, riserva, nessuno – come cantava Cesare Cremonini – vuole essere Robin ma, alla fine, l’alleanza ci sarà nelle urne, benché la ragion d’essere del M5S è distinguersi dal PD sui dossier ambiente, guerre e politica internazionale».

Il fondatore del M5S, Beppe Grillo, con il presidente del movimento Giuseppe Conte all’evento sull’intelligenza artificiale organizzato dal M5S a Roma, 18 novembre 2023. ANSA/RICCARDO ANTIMIANI
L’incertezza riguarda anche il destino politico di Grillo. Soprattutto se non compirà il ribaltone e le sue ambizioni saranno sgretolate, per la seconda volta, dai suoi ex sostenitori. Intanto, all’indomani dell’Assemblea costituente che l’ha defenestrato dal M5S, è apparsa l’indiscrezione sulla fondazione di nuovo partito, in tandem con i “grillini” di ritorno (Virginia Raggi, Alessandro Di Battista, Danilo Toninelli): «Ormai è un generale tradito, in ritirata, senza truppe. Non credo abbia la testa e i soldi per strutturare un altro partito. E le persone delle quali abbiamo letto sui giornali si occupano d’altro. Quindi, messo insieme tutto ciò, sorge un dubbio: quali sarebbero le parole chiave del M5S di Grillo per emergere rispetto a quello di Conte?».
L’elenco dei quesiti si irrobustisce. Agli iscritti del M5S le risposte tra una settimana: uguali o diverse a tre giorni fa, dissolveranno la foschia sul futuro del partito, di Conte e Grillo.
