Le bambine colombiane torneranno ad essere bambine, non più spose. Ci sono voluti 17 anni di campagne affinché il Parlamento colombiano approvasse il progetto di legge che vieta il matrimonio infantile in Colombia e che alza a 18 anni l’età del consenso, senza eccezioni di alcun tipo. Un passo storico quello compiuto dal Senato che, al nono tentativo, ha finalmente approvato all’unanimità la fine di ciò che molte attiviste colombiane reputano una violenza istituzionalizzata.
Il progetto di legge Son niñas, no esposas proposto dalla senatrice di sinistra Clara López e dalla deputata indipendente Jennifer Pedraza, è in attesa della firma di Gustavo Petro, Presidente della Colombia in carica dal 2022. Ad atti conclusi, verrà finalmente eliminato l’articolo del Codice Civile colombiano in vigore dal 1887 che consente, con l’approvazione dei genitori, il matrimonio di minori.
Otto tentativi a vuoto. Perchè proprio ora? Qualche settimana fa alcuni rapper colombiani come J Balvin, Maluma e Karol G hanno pubblicato il brano reggaeton +57 in cui raccontano la storia di un’adolescente del posto. Lo fanno dipingendo la quattordicenne come oggetto di desiderio carnale ed esplicitamente sessuale. Le reazioni sono arrivate rapidamente: da un lato le critiche delle femministe, dall’altro l’intervento del Presidente Petro, che ha chiesto ai rapper di modificare il brano. La richiesta è stata accolta cambiando l’età della ragazza in questione a 18 anni, ma la polemica aveva ormai assunto proporzioni tali da riportare il dibattito fino in Parlamento. Tra i fattori determinanti della vittoria anche una forte presenza femminile in Senato dell’oltre 30%, il record storico. E ancora – racconta la deputata indipendente Jennifer Pedraza ai media colombiani – durante l’ultimo dibattito, gli uomini hanno sostenuto le colleghe ascoltando le loro testimonianze personali: storie di abusi, di violenza e di rivendicazione. Una condizione molto diffusa tra le donne, considerando che tre adulte su dieci hanno dichiarato di essersi sposate da bambine, spesso in condizioni di abuso sessuale. L’unanimità del Parlamento lascia pensare ad una presa di maggiore consapevolezza e sensibilizzazione del fenomeno, in controtendenza rispetto a quanto accaduto qualche anno fa quando il progetto venne accusato di voler proibire l’amore.
Dopo Honduras, Porto Rico, Messico e Repubblica Dominicana, la Colombia diventa quindi il dodicesimo paese dell’America latina – su un totale di 33 – a vietare i matrimoni infantili. Una manifestazione della violenza di genere, così definita dal Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (UNICEF), che coinvolge più di 650 milioni di ragazze e adolescenti in tutto il mondo, bambine minorenni legittimamente date in matrimonio a uomini con il doppio o triplo della loro età.
Ma prima di mercoledì 13 novembre, il 17% dei matrimoni in Colombia vedeva coinvolte spose bambine. Questa percentuale posiziona la Colombia al 20esimo posto al mondo per matrimoni precoci, e lo definisce come uno dei due Paesi del Sud America, insieme all’Argentina, che mantengono ancora legalizzata questa pratica.
Antioquia, Cundinamarca, Tolima e Valle del Cauca sono tra le regioni colombiane più colpite dal fenomeno, così intrinseco nella loro cultura tanto da essere normalizzato. Questo perché la povertà è sempre stata un fattore determinante per il Sud America e le bambine sono spesso usate come moneta di scambio in contesti di estrema miseria per alleggerire il carico economico delle famiglie. Del 17% dei matrimoni totali, infatti, la percentuale più alta del 25% riguarda le zone rurali, di campagna. Il 14% dei matrimoni infantili si verifica invece in città.
Un vortice, quello della povertà, che taglia le ali delle bambine prima ancora che possano solo percepire le loro opportunità e i loro diritti. Una violenza legittima economica, psicologica, sessuale e fisica di cui è testimone una percentuale del 44% delle bambine tra i 10 e 14 anni. Il dato arriva direttamente dagli ospedali colombiani – racconta Pedraza ai media statali – più precisamente dalle stanze dove le bambine affrontano gravidanze precoci, con gravi conseguenze sulla loro salute fisica e mentale.
Progresso legislativo e violenza di genere: il doppio volto della Colombia
«La Colombia non può essere considerata una società arretrata in termini di legislazione a favore delle donne, ma il problema risiede principalmente negli atteggiamenti profondamente patriarcali e sessisti che persistono tra molti uomini» racconta Gabriella Saba, giornalista esperta del Sud America. Si può dire, in realtà, che la Colombia sia un Paese piuttosto avanzato. Si è visto un importante progresso in tema di uguaglianza per quanto riguarda i diritti LGBTQ+, considerando che nel 2016 è stato approvato il matrimonio tra persone dello stesso sesso e recentemente, nell’agosto 2023, è stato raggiunto un altro traguardo significativo con la legalizzazione dell’aborto.
«Nonostante questi progressi, la violenza di genere è ancora molto diffusa e i femminicidi continuano a rappresentare una grave emergenza sociale. Solo quest’anno si è registrato uno dei numeri più alti di femminicidi degli ultimi anni, un dato allarmante che sottolinea la portata del problema» spiega Saba. «Questi atteggiamenti violenti e discriminatori non si combattono solo con leggi, ma richiedono un cambiamento culturale più profondo. È necessaria un’educazione sociale che ancora oggi è lontana dall’essere efficace. Questo problema non riguarda solo la Colombia, ma si estende a tutta l’America Latina, dove il patriarcato e la violenza di genere sono profondamente radicati», conclude.
Narcos e sottomissione: l’eredità della cultura del possesso
La cultura maschilista si intreccia inevitabilmente con un’altra matrice colombiana: il narcotraffico. «La cosiddetta cultura dei Narcos ha avuto effetti devastanti, contribuendo a normalizzare comportamenti criminali, inclusi gravi abusi come lo sfruttamento sessuale di minori. Per decenni, questo sistema criminale ha permeato la società colombiana, influenzando usi e costumi. Lo abbiamo visto prima con Pablo Escobar che aveva tante amanti adulte e poi con il leader del Clan del Golfo estradato negli Stati Uniti, incriminato per aver abusato sistematicamente di centinaia di minorenni: la vittima più recente aveva dieci anni», spiega Saba.
Anche in Italia negli anni Cinquanta era normale sposarsi con uomini abbienti e con uno status più elevato. In Colombia, la ricchezza ostentata dei Narcos esercitava fascino su intere comunità povere: essere fidanzata con uno di loro rappresentava un salto di status sociale per le giovani donne. Questa tendenza, protratta nel tempo, ha intrappolato la figura della donna in uno schema di sottomissione poi diventato consuetudine.
«Una decina di anni fa ho intervistato diversi chirurghi plastici colombiani che mi hanno raccontato di come i narcotrafficanti portavano le loro giovanissime fidanzate in clinica e pretendevano interventi specifici al seno, anche su ragazze molto giovani. Avere delle minorenni come spose e sentirsi in diritto di trasformare il loro aspetto fisico, li faceva sentire potenti. Uno dei chirurghi mi ha raccontato che, se si fosse rifiutato di fare l’intervento al seno ad un’adolescente, lo avrebbero ucciso», racconta Gabriella Saba. Questa testimonianza è l’emblema di una società dominata dalla cultura del possesso ma che lentamente sta vedendo la luce del sole, grazie alle stesse donne che non vogliono più stare al buio.
