Francia: Macron perde la maggioranza.

Rieletto all’Eliseo meno di due mesi fa, il presidente francese Emmanuel Macron non potrà più contare sulla maggioranza assoluta in Parlamento. Per il presidente è stata una sconfitta al di là di ogni previsione: al ritorno dalla sua prima visita nell’Ucraina in guerra, Macron aveva chiesto al popolo francese una maggioranza “forte e chiara” per una “Francia davvero europea”. Il Parlamento francese esce invece dalle urne con gli equilibri sconvolti. Macron e la sua coalizione Ensemble sono lontanissimi dalla maggioranza assoluta necessaria per governare: 289 seggi. Nel primo mandato il presidente aveva 341 deputati che oggi oscillano fra 210 e 230. Ad emergere come principale forza di opposizione, con 170-190 seggi, è stata l’alleanza di sinistra Nupes guidata dal tribuno Jean-Luc Mélenchon. Ma c’è stato un risultato storico anche per il Rassemblement National di Marine Le Pen che è salito a 80-95 seggi, rispetto agli otto attuali. Il presidente del Consiglio francese Elisabeth Borne, poche ore dopo l’annuncio dei primi risultati, ha parlato dall’Hotel de Matignon: “È una situazione inedita che rappresenta un rischio per il nostro Paese viste le sfide che dobbiamo affrontare sia sul piano nazionale che internazionale”, ha detto. La Borne ha poi lanciato un appello all’unità per “costruire una maggioranza d’azione per lo Stato francese”, senza escludere la possibilità di raggiungere dei “compromessi”.

(Aurora Ricciarelli)

Ucraina, 117^ giorno di guerra in Ucraina: le parole di Zelensky all’Italia.

“Per favore sosteneteci. Muoversi verso l’Unione Europea per noi è un fattore unificante e ricevere lo status di candidato ci rafforzerebbe. L’Ucraina ha bisogno di aiuto: rifornimenti, alimenti, armi ed equipaggiamenti moderni.” È questa la richiesta che il presidente ucraino Zelensky ha mosso oggi all’Italia, intervenendo in video-collegamento al Global Policy Forum dell’Ispi in corso a Milano. Segnali positivi in questo senso sembrano provenire anche dall’Ungheria e dagli USA, entrambi favorevoli alla concessione della candidatura. Ai cittadini del suo Paese il presidente ha invece registrato un video, durante il viaggio di rientro da Lysychansk, promettendo loro un ritorno alla normalità e la riconquista dei propri territori: “La Russia non ha abbastanza missili per piegare la voglia di vivere degli ucraini”.

Non trapela invece la stessa fiducia dalle parole del segretario generale dell’Alleanza Atlantica Stoltenberg che, di fronte ai quattro fronti su cui ancora proseguono i combattimenti, prevede una guerra che “potrebbe durare anni”. Nel frattempo, il Parlamento ucraino ha approvato un disegno di legge che vieta l’importazione di libri e giornali russi, bielorussi o delle repubbliche separatiste del Donbass e limita musica, concerti e film di autori del Paese ostile. Si tratta di un provvedimento che rischia però di rivoltarsi contro l’Ucraina stessa, offrendo all’opinione pubblica di Mosca un motivo per giustificare l’invasione a difesa delle popolazioni russe e incrementando il consenso a Putin.

(Ludovica Rossi)

M5s si divide sulla questione armi, sfiduciato Di Maio.

La tensione interna al Movimento 5 Stelle è alta da giorni e il ministro Di Maio rischia l’espulsione. Il pomo della discordia, che ha portato ieri sera ad una riunione notturna emergenziale del Consiglio nazionale del movimento, riguarda l’invio delle armi in Ucraina. Infatti la bozza redatta da alcuni senatori pentastellati che chiedeva lo stop dell’invio di altre armi a Kiev, è stata duramente criticata da Luigi Di Maio, che aveva spiegato: “Quel testo ci disallinea dall’alleanza della Nato e dell’Ue” e “se ci disallineiamo dalla Nato mettiamo a repentaglio la sicurezza dell’Italia”. La riunione, sospesa a tarda notte, è proseguita oggi ma l’espulsione del ministro è rimasta congelata. Questa mattina poi si è tenuta una riunione da remoto dei componenti del M5s delle commissioni parlamentari con i vertici pentastellati per definire la linea da portare al vertice tra governo e maggioranza, in vista del voto di domani al Senato sulle comunicazioni del presidente del Consiglio Mario Draghi alla vigilia del Consiglio europeo. Da quanto è emerso il Movimento continuerà nella mediazione con il resto della maggioranza sulla risoluzione unitaria, senza creare problemi. Chiederanno però “un più pieno e costante coinvolgimento del Parlamento riguardo le linee di indirizzo politico che verranno perseguite dal governo ai consessi europei e internazionali”. Dunque, nessun riferimento alle armi, ma a una de-escalation militare e alla centralità del Parlamento.

(Riccardo Piccolo)

Allarme siccità: il governo è pronto a valutare misure per far fronte all’emergenza.

Il fiume Po ha raggiunto i livelli più bassi da oltre settanta anni. Quella trascorsa è stata la sesta primavera più calda di sempre e le previsioni future continuano a non promettere nulla di buono. A preoccupare maggiormente gli italiani è la riduzione delle rese di produzione delle coltivazioni in campo come il grano che quest’anno ha segnato un calo del 15%. In una situazione così drammatica le regioni chiedono aiuto al governo sollecitando un intervento rapido per fronteggiare l’emergenza climatica. Nei mesi scorsi sono state Veneto, Lombardia e Piemonte le prime regioni a lanciare l’allarme ma la situazione ora resta critica anche al Centro-Sud. È prevista questa settimana una riunione con l’esecutivo che da giorni tiene sotto osservazione il dossier siccità. Si tratta di una situazione grave che il ministro delle Politiche agricole Stefano Patuanelli definisce “inevitabile”. Molti comuni e acquedotti hanno deciso di intervenire a riguardo decretando la chiusura dei rubinetti nelle ore notturne. Mentre in Friuli di Venezia Giulia è atteso nei prossimi giorni un decreto per razionare l’acqua in ambito privato, agricolo e industriale.

(Melissa Scotto Di Mase)