A fronte dei numeri straordinari dell’emergenza innescata dallo scoppio della guerra in Ucraina, che ha costretto quasi 8 milioni di rifugiati ad attraversare i confini nazionali per recarsi nei paesi confinanti in cerca di sicurezza e protezione, afferma Loredana Teodorescu – Presidente di WIIS (Women in International Security Italy) ed esperta di politiche europee e di immigrazione –“il fronte europeo ha saputo reagire in maniera compatta, mettendo in campo misure unitarie e superando le divisioni interne agli Stati membri, da sempre collocati su posizioni differenti a proposito dei temi che riguardano le questioni migratorie”. Rendendo operativa la Direttiva 2001/55/Ce, approvata sulla scia delle guerre jugoslave degli anni Novanta e recante norme minime per la concessione di protezione temporanea in caso di afflusso massiccio di sfollati, l’Unione europea è stata in grado di reagire con prontezza attivando, per la prima volta, una procedura più agile che in vista della eccezionalità e dell’ipotetica provvisorietà del fenomeno migratorio consente di saltare i passaggi più complessi della procedura per il riconoscimento dello status di rifugiato.

“Questa decisione – osserva Michele Arcella che per l’Agenzia ONU per i rifugiati (UNHCR) si occupa proprio di diritto di asilo – ha dato la possibilità agli ucraini che ne facessero richiesta di fruire di un permesso di soggiorno temporaneo, con tutti i diritti annessi, senza che fosse necessario passare attraverso la procedura ordinaria che per il riconoscimento dello status di rifugiato della durata di 5 anni prevede esami individuali volti ad accertare le ragioni per le quali la persona ha dovuto lasciare il Paese d’origine”.

Si tratta di un approccio reattivo all’insegna del coordinamento tra i Paesi europei, inclusi quelli tradizionalmente più restrittivi come quelli facenti parte del blocco di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria) che per forza di cose si trovano ora maggiormente esposti. Basti pensare chein pochi mesi sono state accolte in Polonia circa tre milioni di persone, a rendersi disponibile è stato lo stesso governo che lo scorso anno, in aperta violazione del principio di non respingimento sancito dall’articolo 33 della Convenzione di Ginevra del 1951, rispondeva alla situazione dei migranti, spinti al confine da Lukashenka, con allontanamenti indiscriminati e spesso violenti anche di coloro che avessero fatto regolare richiesta di protezione internazionale.

La crisi ucraina ha imposto maggiore coordinamento in materia tra i Paesi europei e una gestione più oculata dei sistemi di accoglienza. Tuttavia la tratta degli esseri umani dal Sud Mediterraneo è sempre critica: l’anno scorso sono stati registrati 3.231 morti in mare. E sulle coste arrivano, sempre più numerosi, minori non accompagnati

“Finora – continua Loredana Teodorescu – abbiamo affrontato diverse crisi, ma nemmeno quelle più recenti come quella afghana o quella dei profughi usati dalla Bielorussia come strumento di pressione per ottenere la revoca delle sanzioni imposte dall’Ue sono riuscite, finora, a scardinare le resistenze interne. Guardando al futuro la strategia adottata per rispondere all’emergenza Ucraina ci dimostra che, utilizzando gli strumenti messi a disposizione dal diritto internazionale ed europeo, è possibile gestire anche dei numeri molto alti, e maturare una narrativa diversa sul fenomeno migratorio, ma essere reattivi non basta.

Conflitti, instabilità politica, crisi climatiche ed insicurezza alimentare continuano ad esistere anche se non se ne parla: la sfida pertanto non è la migrazione in sé e per sé, ma la gestione anticipata e solidale di fenomeni complessi”.

Soluzioni pro-attive sono quelle adottate prima che siano gli eventi ad esigere una tempestiva risposta e in tal senso un importante passo in avanti è stato fatto il dieci giugno scorso: dopo 21 mesi di negoziato tra i 27 ,i ministri degli Interni riuniti a Lussemburgo hanno raggiunto un accordo politico sull’immigrazione che – sottolinea Teodorescu –  “consente di ripensare l’approccio al fenomeno migratorio andando incontro alle richieste di solidarietà dei Paesi in prima linea, favorendo una ripartizione più equa degli impegni attraverso l’accoglienza diretta dei migranti o interventi economici destinati a finanziare gli sforzi compiuti da chi si impegna a garantire l’ospitalità”.

Si tratta indubbiamente di passaggi significativi da guardare con ottimismo, ma pur sempre con spirito critico, perché la situazione a cui assistiamo oggi non è nuova. L’Italia per prima ha vissuto tra il 2015 e il 2016 gli effetti civili e politici della crisi siriana e ha il dovere di continuare a confrontarsi con un dramma che se pur oscurato da altre urgenze non si è mai esaurito, quello dei morti nel Mediterraneo.

“Nel nostro Paese – precisa Michele Arcella – gli sbarchi non sono mai cessati e il calo del 2019, quando come conseguenza degli accordi presi con le autorità libiche arrivarono in Italia solo 11.471 persone, fu un’eccezione perché nei due anni successivi i numeri sono triplicati”. Possiamo evitare di discuterne, ma i problemi rimangono anche se guardiamo altrove e prima o poi dobbiamo farci i conti.

Difatti, le statistiche diffuse dall’alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati testimoniano che nonostante la diminuzione del numero di persone che decidono di affrontare la rotta del Mediterraneo, le traversate sono sempre più pericolose e il bilancio delle vittime ha subito un forte aumento. Solo l’anno scorso sono stati registrati circa 3.231 morti o dispersi in mare, rispetto ai 1.881 del 2020. Si ragiona di cifre rischiando di trascurare le storie e le vite di coloro che sono costretti a fuggire da conflitti, violenze e persecuzioni ma che nel corso del loro viaggio, sia esso per terra o per mare, rischiano di incontrare la morte o comunque di subire gli abusi dei trafficanti che li conducono attraverso i Paesi di origine e di transito, per primi Eritrea, Somalia, Etiopia, Sudan e Libia. E il calvario non finisce con l’approdo, perché molto spesso i trafficanti costringono i migranti a prendere il controllo delle imbarcazioni, onde evitare di essere intercettati dalle autorità italiana ed europee, cosicché, giunte in Italia, sono le stesse vittime della tratta a doversi confrontare con la giustizia in virtù dell’articolo 12 del Testo unico su immigrazione e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina (D.lgs. 25 luglio 1998, n. 286) che consente alle procure di aprire procedimenti contro presunti scafisti.

Il sistema giuridico italiano in materia di immigrazione non è perfetto, lascia spazio a zone grigie e iniquità strutturali ma è pur sempre imperniato su una logica garantista che fa leva su due principi cardine: il primo – indica Fabiana Giuliani, da sempre impegnata per la causa dei rifugiati e rappresentante di UNHCR– è l’articolo 14 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, per cui “ogni individuo ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni”, il secondo è contenuto nell’articolo 10 della Costituzione che prevede il riconoscimento del diritto di asilo allo straniero che nel proprio Paese non possa esercitare le libertà democratiche.“Queste sono previsioni – prosegue Giuliani- che ci inducono a parlare di asilo costituzionale e da essi deriva la legge che garantisce a chiunque ne abbia bisogno, compresi coloro che arrivano nel nostro Paese in modo irregolare, di avviare la procedura per il riconoscimento della protezione internazionale”.

L’evoluzione del sistema di accoglienza in Italia è stata complesso e un passaggio importante è avvenuto di recente con la legge n. 173 del 2020 che prevede appositi percorsi di inserimento per i titolari di protezione internazionale, ma anche servizi dedicati ai richiedenti asilo. “Sono le disposizioni contenute nello schema di Capitolato della legge 173 a indicare le forme di assistenza che devono essere garantite nelle diverse tipologie di centri di accoglienza, e rispetto al 2018 il livello dei centri esaminati, che attualmente ospitano circa 87 mila persone, è molto migliorato, poichésono stati reintrodotti alcuni servizi che erano stati eliminati con i decreti sicurezza, parliamo in particolare del supporto psicologico che è determinante anche ai fini dell’inclusione sociale, considerando i percorsi che spesso molte persone sono state costrette ad affrontare prima del loro arrivo in Italia”.

A rientrare nelle previsioni contenute nella legge sopracitata sono anchei minori stranieri non accompagnati, maggiormente esposti al rischio di tratta, sfruttamento, violenza e abuso. In questo caso ci si riferisce ad una categoria a sé stante, titolare di esigenze specifiche, e stando all’ultimo rapporto diramato dall’UNICEF il 17 giugno, alla fine del 2021 erano quasi 37 milioni i bambini sfollati, ovvero, quasi la metà degli 89,3 milioni di persone che, nel mondo, pur non varcando i confini nazionali, sono state costrette ad abbandonare le loro case a causa di conflitti acuti e prolungati some quello in Afghanistan o nello Yemen, a situazioni di grave instabilità politica come quella che interessa la Repubblica Democratica del Congo o nel Nord-Est della Nigeria, a eventi climatici estremi che nei Paesi del Corno d’Africa e nel Sahel hanno provocato un’ondata di rifugiati interni.

“Non si parla spesso di sfollati interni – ribadisce Michele Arcella -, ma la cifra è rilevante, si tratta di circa 53,3 milioni, praticamente il 60% delle persone che lo scorso anno sono state costrette a fuggire dalla loro area di residenza. In questa cifra non sono inclusi i profughi ucraini, ma per loro la situazione non è diversa perché effettivamente molti si sono spostati verso i territori limitrofi, ma tanti altri sono rimasti in Ucraina raggiungendo le aree meno interessate dal conflitto”.

Ad aggravare ulteriormente lo scenario è stato l’innalzamento dei prezzi del grano che ha esposto i Paesi economicamente più vulnerabili alle conseguenze derivanti dalla restrizione delle esportazioni dei prodotti che transitavano attraverso il Mar Nero. Anche in questo caso possiamo parlare di una crisi annunciata che gli Stati non hanno avuto la prontezza di affrontare con tempestività, giacché interventi restrittivi sul commercio di materie prime provenienti dalla Russia erano state introdotte ben prima della guerra in Ucraina, per rispondere al malcontento politico interno attraverso interventi di contenimento dei prezzi. “La guerra in Ucraina – osserva Eugenio Dacrema, analista presso il WFP (World Food Programme) – non ha fatto altro che esacerbare situazioni preesistenti, accelerando un processo che era già in atto da tempo”.Si è innescato così un pericoloso effetto domino che si ripercuoterà in maniera sempre più massiccia sui Paesi che dipendono strutturalmente dalle importazioni, come Iraq, Egitto, Tunisia, “a maggior ragione dopo che una grave ondata di siccità ha colpito l’India, spingendo il governo Modi, che si pensava potesse salvare la situazione dopo l’interruzione dei commerci  da Russia e Ucraina, ad annunciare il blocco totale delle esportazioni per favorire la circolazione interna ed evitare un ulteriore incremento dei costi”.

Nel rapporto statistico annuale dell’UNHCR, uscito pochi giorni fa, si legge che, se il riacutizzarsi dei vecchi conflitti e l’esplosione di nuove guerre continueranno a provocare un rapido aumento degli esodi obbligati, così come avvenuto nell’ultimo decennio, “le soluzioni a disposizione delle persone in fuga – quali il ritorno volontario, il reinsediamento e l’integrazione locale – non faranno che diminuire”, quanto meno finché – conclude Loredana Teodorescu – non ci si renderà conto che “è possibile una strategia organica e condivisa per il superamento delle divisioni” e la creazione di una nuova narrativa che induca le persone a guardare oltre la parola “rifugiato”, per vedere le storie padri, madri e figli che, come scrisse Edmondo De Amicis nella poesia Emigranti, errano di porta in porta e così vanno di mondo in mondo, ignari di tutto, ove li porta la fame, in terre ove altra gente è morta.