“Il diritto non deve mai adeguarsi alla politica, ma è la politica che in ogni tempo deve adeguarsi al diritto.” Così direbbe Kant e così l’hanno pensata tutti i partecipanti alla manifestazione che si è svolta ieri a Bologna per chiedere la liberazione di Patrick Zacky, studente che si era recato al Cairo per riabbracciare la famiglia e che si è trovato invece arrestato, con una serie di capi di accusa – reato di espressione, propaganda sovversiva sui social contro il regime, sostegno ai gruppi terroristici e rovesciamento del regime al potere – che fanno pensare ad una repressione della libertà di espressione da parte del governo di Al-Sisi, non nuovo ad arresti di giovani attivisti.

Era una Bologna furente, quella di ieri: una piazza corale, piena di bandiere, pronta a manifestare il forte dissenso a seguito della decisione presa dal tribunale del Cairo, lo scorso 15 febbraio, di non rilasciare Patrick Zacky. Le associazioni e gli studenti dell’università di Bologna si sono riuniti a piazza Maggiore; le organizzazioni studentesche e di ricercatori si sono indignate di fronte ad un nuovo sopruso commesso dall’Egitto. A questo proposito il rettore dell’Alma Mater Studiorum di Bologna, Francesco Ubertini, ha inviato personalmente la cittadinanza a partecipare al corteo che si è snodato dal Rettorato a piazza Maggiore.La rossa Bologna – che ha espresso una forte presa di posizione per tenere alta l’attenzione collettiva sulla difesa dei diritti umani – si è fatta istituzione e ha mandato un chiaro messaggio al governo del Cairo, ieri più che mai.

Le richieste più significative sono state il ritiro dell’ambasciatore italiano dall’Egitto e l’interruzione di qualsiasi rapporto con il Cairo. Richieste forti che confermano quanto questa opinione pubblica ritenga che un Paese democratico come l’Italia non possa trattare con uno stato sempre più simile a un regime. Bologna ha chiesto anche di dare la cittadinanza italiana a Zacky, in modo che l’Italia si possa costituire parte civile e interessata in un caso del genere.Oltre 5mila persone hanno quindi rivendicato la libertà di espressione e l’importanza dei diritti civili, protestando contro le accuse che sono state rivolte allo studente: in particolare l’accusa di “rovesciamento del regime al potere” in Egitto è un reato simile al terrorismo. per il quale si rischia l’ergastolo. Questa, insieme alle altre accuse, secondo molti attivisti ieri in piazza a Bologna, suona come un escamotage da parte del Cairo per poter investigare più a lungo sull’operato di Patrick fuori dalla sua patria e per scavare a fondo sui suoi legami con Giulio Regeni e la sua famiglia.

Guarda la nostra intervista a Gaia Rossi, amica e compagna di corso di Zaky, e a Virginio Merola, sindaco di Bologna.

 

Dalla manifestazione di Bologna traspare una grande rabbia da parte degli studenti, la si percepisce nell’aria. Dalla partenza da piazza Verdi la manifestazione si trasforma in protesta pacifica. I cori contro il regime egiziano, i colori accesi dei cartelloni e le scritte impresse sulla pelle di chi ha deciso addirittura di scrivere “Patrick libero” sulle palme delle proprie mani, l’odore aspro dei fumogeni, utilizzati per attirare l’attenzione sul grande striscione che svetta al centro del corteo, uno sventolante telone bianco che invita il governo, l’università e le imprese italiane a rompere “gli accordi con il regime di al-Sisi”.

Alla fine della manifestazione, quando il corteo è arrivato nell’immensa piazza Maggiore, cuore pulsante della città, hanno preso parola Anna Zanoli, Francesco Ubertini e Virginio Merola, rispettivamente presidentessa del consiglio studentesco, rettore dell’Università e sindaco di Bologna.

Delle migliaia di studenti presenti, tuttavia, solo una parte si avvicina al piccolo palco, posto non di fronte alla basilica di San Petronio ma lateralmente alla piazza, di fianco al Palazzo Comunale. Altri, invece, restano al grande striscione bianco, anima del corteo. I portatori del grande striscione bianco si fermano proprio al centro della piazza, raggruppando quasi la metà dei partecipanti alla marcia, che non smettono mai di intonare il coro più ricorrente e sentito durante la manifestazione: “Basta accordi con l’Egitto!”.

È nello spirito di Bologna, d’altronde, mobilitare una massa così impressionante di studenti nonostante i pochissimi giorni di preavviso.Dalle parole del sindaco Merola, poi, traspare anche un altro insegnamento che si può trarre dal passato bolognese, ovvero che “non si sconfigge il terrorismo negando libertà di parola e diritti umani”. Il primo cittadino ricorda che “gli studenti di Bologna sono cittadini bolognesi”, provocando nella folla uno scrosciare d’applausi. Questa è l’anima dell’Alma Mater, della più antica università d’Europa, ribadita anche dal rettore Francesco Ubertini: “Patrick è nostro cittadino, nostro studente e nostro compagno. Qui non è racchiusa una dichiarazione identitaria, ma piuttosto la volontà di difendere l’idea di una identità interculturale”, che da sempre appartiene alla città.

La volontà di lottare per ottenere giustizia per Patrick è tanta e non fa alcuna differenza la sua nazionalità: Bologna lo ha adottato e chiede a gran voce che ritorni. Manca molto anche a Giada Rossi, sua amica e compagna di studi, che condivide l’indignazione degli altri studenti bolognesi che compongono il corteo. Dice: “Continueremo a spingere perché l’Egitto sia inserito nella lista di Paesi non sicuri e affinché l’ambasciatore italiano in Egitto venga richiamato per consultazioni”.Nelle sue parole si compone un pensiero strutturato, basato però su un sentimento molto semplice e condiviso: la libertà di parola, di studio, di libera opinione sono valori a cui il mondo universitario e la società civile tutta non possono e non hanno alcuna intenzione di rinunciare.