Egidia Beretta, mamma di Vittorio Arrigoni, ha i capelli ricci e biondi. Alla guida della sua utilitaria rossa ci racconta Bulciago, paese di quasi tremila anime in provincia di Lecco e di cui è stata sindaco per dieci anni. Qui il municipio, lì la libreria, là l’unico hotel della zona. Qualche sorriso, uno scambio di battute e, pochi minuti dopo essere scesi dal treno, siamo a casa sua. Il tempo di un saluto al cane Teo e di due mandate per aprire la porta di casa a l’atmosfera cambia. Entrare in empatia con Egidia è semplice, perché gli occhi di Egidia parlano. Il suo sguardo si posa sulla bandiera della Palestina che suo figlio, Vittorio Arrigoni, ha portato con sé per tutta la sua permanenza a Gaza. Lettere appese al muro, premi e riconoscimenti, libri, fotografie: ogni dettaglio nelle stanze, dalla cucina al soggiorno, parla di lui.

La storia di Vittorio è molto meno nota di quello che dovrebbe essere. Attivista, giornalista e scrittore: così viene descritto. Ma non esistono forse etichette né forme adatte per potere definire “l’anarchia dell’anima” di Vik, rapito da un gruppo di terroristi il 14 aprile 2011 e morto per strangolamento quella stessa notte. «Mi chiedi una lettera che in qualche modo presenti la mia persona, un segno tangibile che descriva il mio passaggio su questo mondo. Ho sempre pensato che oltre a lasciare un segno nelle anime delle persone, segno possibilmente indelebile, segno di umana passione, compassione, condivisione delle pene e infinita empatia, è necessario anche imprimere una traccia più fisica, visibile e che rimanga nel tempo, come la pietra angolare di un ospedale, le fondamenta di un orfanotrofio per bimbi tristemente rinnegati dal mondo». Questo era Vittorio.

Cosa ha spinto Vittorio a partire in giro per il mondo per aiutare i più deboli?

La scintilla che ha mosso Vittorio non è stata tanto quella di volere andare ad aiutare il prossimo, ma volere trovare una risposta a una domanda che si è sempre posto: conoscere perché era venuto al mondo. È stato il bisogno di conoscenza ciò che ha portato Vittorio ad andare nei primi campi di lavoro internazionali. Lì ha vissuto delle situazioni che, se fosse rimasto a Bulciago, gli sarebbero rimaste ignote. Il Perù, l’Europa dell’Est, l’Africa e infine la Palestina. Per lui la missione era mettersi a disposizione delle persone, soprattutto dove i diritti umani erano violati. “Assenza di confini e barriere. Siamo tutti parte di una famiglia: quella umana”: queste sono le parole perfette attraverso cui lui ha dato la sua visione del mondo.

Egidia Beretta, madre di Arrigoni: “Vittorio voleva trovare una risposta a una domanda che si è sempre posto: conoscere perché era venuto al mondo”.

E veniamo, quindi, alla passione per la Palestina.

In Palestina Vik incontra un popolo che vive una situazione di emarginazione.Proprio lì, in quella terra, raccontava di avere sentito il suo cuore battere all’unisono con quello dei palestinesi perché vedeva in loro le stesse propensioni che aveva lui: la libertà e la giustizia. È stato quindi naturale per Vittorio sposare la causa del popolo palestinese attuando una resistenza non armata. A volte io e suo padre rimanevamo stupiti della tenacia di Vittorio nell’applicare questo principio di non violenza: come si fa a non reagire di fronte a palesi violazioni dei diritti umani?

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Egidia Beretta

Parla in modo orgoglioso di Vittorio. Ci sono stati momenti in cui la paura per ciò che faceva prevaleva?

Non so se fosse più orgoglio o timore. Di certo c’era la paura che lui rimanesse sotto le bombe. Nello stesso tempo non me la sentivo di chiedergli di tornare a casa perché diceva di essere diventato la voce di quel popolo.Mi sono preoccupata non tanto quando Vittorio è andato in Palestina per la prima volta, ma dopo quello che gli è successo nel 2005: picchiato e incarcerato. Il mio timore era che tutto questo potesse causare un danno alla sua anima, rendendolo demotivato e sofferente a causa di quella privazione della libertà che lui aveva conosciuto. Temevo che gli lasciasse dei segni profondi, ma in realtà quanto vissuto ha solo contribuito a renderlo più fermo in ciò che considerava un dovere. Un’altra cosa: con Vittorio non bisognava mai far trasparire la paura, perché lui la avvertiva. Il nostro compito era dunque quello di dargli tutto il sostegno possibile.

Vittorio credeva nello stato bi-nazionale come soluzione ideale per la risoluzione del conflitto israelo-palestinese. Alla luce dei recenti sviluppi, crede che questa possa essere una strada ancora percorribile?

Ho sempre ritenuto che Vittorio avesse ragione.Uno stato bi-nazionale racchiude l’idea di una democrazia che contiene tante etnie, tante fedi. Lui infatti non credeva nell’esistenza di due stati separati, anche perché questa soluzione avrebbe significato uno Stato palestinese ridotto e uno Stato d’Israele molto ampio, autorizzato a spostare sempre i suoi confini. Ci sono colonie che continuano a penetrare in Cisgiordania, le strade che tagliano nel mezzo lembi di terra, il muro – costruito su terra palestinese – che divide Israele dalla Palestina. Mi viene quindi da sorridere quando la comunità internazionale parla di Stato palestinese.

“Il mio scopo è cercare di fare capire quanto sia stata bella la vita di Vittorio e quanto sia importante avere dentro la passione. Vorrei che i giovani avessero la capacità di indignarsi”.

Vittorio Arrigoni e Giulio Regeni: due ragazzi uccisi perché scomodi. Perché i regimi hanno così tanta paura dei giovani?

Il giovane non si porta sulle spalle il peso delle tradizioni, delle abitudini; non è inquadrato come i loro padri che vengono da situazioni difficili, anche sotto il profilo economico, e che vedono nel potere costituito la salvezza. Il ragazzo smania, vuole uscire dai confini, aspira alla libertà.Forse quello che terrorizza maggiormente è la capacità del giovane di raccogliere attorno a sé altre voci simili. E tante voci “in direzione ostinata e contraria” possono davvero rivoluzionare il mondo. Questi giovani, questi figli danno molto coraggio a noi grandi, spingendoci a portare avanti la loro battaglia.

Battaglia che Lei porta avanti nelle scuole attraverso la Fondazione VIK Utopia Onlus.

Quando vado nelle scuole penso a Vittorio e mi ricordo dei dubbi sorti in lui durante il periodo scolastico. Mi pare però che ci sia una forte differenza. Lui era alla ricerca del senso della vita, della sua missione; oggi i ragazzi mi sembrano distratti da tantissimi stimoli, alcuni dei quali possono fare perdere di vista l’obiettivo.Il mio scopo è cercare di fare capire quanto sia stata bella la vita di Vittorio e quanto sia importante avere dentro di sé il fuoco, la passione. Vorrei che i giovani che incontro imparassero a conoscere la realtà, il mondo, i problemi e che avessero la capacità di indignarsi, di arrabbiarsi, senza scuotere le spalle con indifferenza dicendo “tanto le cose vanno così, il mondo non può essere cambiato”. Oltre a ciò, la Fondazione sostiene progetti e iniziative a favore di persone bisognose per garantire loro l’accesso ai diritti fondamentali. Noi vogliamo essere espressione concreta, segno e testimonianza dei valori di solidarietà che hanno ispirato la vita di Vittorio Arrigoni.