Un piccolo palco immerso in una luce soffusa. Poeti di ogni età si danno il cambio. La poesia piace e così cade il pregiudizio: i versi sono ricercati anche alle tre di notte e alle sette del mattino. “I poeti non dormono la notte”: il titolo di questo incontro particolare. Per ventiquattr’ore la poesia recitata a voce alta rapisce il Teatro Elfo Puccini, che è sempre stato abbastanza capiente per tutta la durata dell’evento: dalle nove di sera di domenica 19 fino alle nove di sera esatte del giorno dopo. Tra il pubblico molti i giovani. Si soddisfa qualsiasi gusto poetico: poesie d’amore, poesie sugli animali, pezzi recitati da noti artisti – come le poetesse Patrizia Valduga e Vivian Lamarque – spazio anche a quelli emergenti e ai movimenti di nicchia, come la poesia performativa. In totale, gli artisti ad essersi esibiti sono stati più di centonovanta. Un susseguirsi di voci, mai fastidioso, ma sempre incalzante e dolce. Patrizia Valduga si commuove, mentre finisce di recitare un pezzo della sua poesia da Corsia degli incurabili: “fammi annegare, amore, nel tuo amore d’azzurro e oro”. Il pubblico tace sospeso in una dimensione metafisica: un piccolo palco scatena la magia.
“Io scrivo ancorandomi a un dettaglio di realtà che per qualche motivo per me assume un certo significato altro”. Leonardo Ceccucci è un ventiseienne umbro e compone poesie fin da quando è piccolo, più coscienziosamente lo fa da cinque anni. “Spesso ho segnato versi di getto. Solo dopo ho capito che potevo costruirci su un ragionamento”. Ha appena finito di recitare le sue poesie sul palco dell’Elfo. Prima di esibirsi ha ringraziato il pubblico per averlo applaudito sulla fiducia. Leonardo è un poeta esordiente; ha pubblicato qualche anno il suo primo libro intitolato Ulivo migratore. “Ad esempio, mi è capitato di assistere a una scena reale che mi ha trasmesso calore e ho voluto trasportarla e fissarla su carta: mentre tornavo a casa mia in Umbria da Montpellier ho visto una famiglia salire sull’autobus”. La poesia si chiama “Orecchino Nero”.

Fonte: Lavinia Beni
“Quando mi esibisco è il mio modo per poter dire quello che veramente penso e provo durante la giornata e poterlo dire senza tutti quei limiti che il dialogo quotidiano ci impone”. Martina Lauretta ha ventiquattro anni e pratica la slam poetry, ovvero la poesia performativa, insieme al suo amico Filippo Capobianco, della sua stessa età. La slam poetry nasce negli anni Ottanta a Chicago, in un locale che si chiama Green Mill, grazie al poeta Marc Kelly Smith. “Questo poeta”, racconta Filippo, “aveva il desiderio di far tornare la poesia a una dimensione più popolare, più vicina al pubblico”. La slam poetry è una competizione con tre regole: recitare solo testi propri, nessun oggetto di scena o no costume o musica di accompagnamento e massimo tre minuti di tempo. Solo corpo e voce. A decidere chi vince è il pubblico: una giuria di cinque persone scelte a caso che votano da uno a dieci usando le dita o una lavagnetta. “Cosa significa votare la poesia? Niente”, spiega Filippo, “tra queste cinque persone ci potrebbe essere il massimo esperto di poesia e una persona che invece non ha mai letto una poesia. Si vota, quindi, quello che si sente. E questo rende tutto molto più comprensibile e vicino”. Dopo l’iniziativa di Marc Kelly Smith il movimento si è spanto in tutto il mondo. In Italia è stato portato negli anni Duemila dal poeta Lello Voce e nel 2013 si è costituita la LIPS (Lega Italiana Poetry Slam)..
“Quando scrivo, è come se avessi bisogno di mettere in ordine ciò che per me è aggrovigliato. Districo su pagina”. Martina Lauretta, poetessa performativa.
Martina ha cercato di fondere gli studi teatrali con la poesia, attività che l’ha accompagnata da sempre. Ha conosciuto la poesia performativa attraverso questa esprime se stessa. “Quando scrivo, è come se avessi bisogno di mettere in ordine ciò che per me è aggrovigliato. Districo su pagina”. Filippo Capobianco è campione Slam Poetry 2022. Ci racconta cosa prova quando sale sul palco: “Quando mi esibisco mi sento a casa, perché è una dimensione (quella del palco e del pubblico) in cui mi riconosco. E ogni volta che mi connetto con questa realtà mi sento parte di un movimento più ampio”.
“Quando mi esibisco mi sento a casa, perché è una dimensione in cui mi riconosco. E ogni volta che mi connetto con questa realtà mi sento parte di un movimento più ampio”, Filippo Capobianco, vincitore Slam Poetry 2022.
Pubblico e palco: la poesia performativa cerca di recuperare la forma orale originale della poesia, riportarla nei luoghi in cui si è sempre sviluppata, cioè in mezzo alle persone. “La slam poetry non è un genere di poesia, è un modo di fare poesia. È un laboratorio a cielo aperto”, dichiara Filippo. Martina conclude: “È un sottobosco tutto da aprire. Solo così si scopre il mondo che c’è dietro”. I poeti non dormono la notte è stato il ritornello che ha accompagnato tutte e le ventiquattro ore di ininterrotta poesia. E i poeti non hanno dormito, ma a prendere sonno non sono stati nemmeno gli spettatori. Il pubblico ha vissuto un sogno costruito tra voci e un piccolo palco di legno.