«La poesia racconta la complessità dell’umano, di quelli che sono i conflitti e i drammi dell’essere uomini. E questo è il motivo per cui ancora oggi da millenni si continua a fare poesia». Ed è questa anche la ragione che giustifica l’esistenza di una giornata mondiale che la ricorda e celebra. Non solo quella studiata sui manuali, che risuona nell’eco delle voci dei grandi autori del passato, ma quella presente e viva che oggi alimenta e vivifica il panorama letterario italiano. «Nella nostra prima e storica collana, Interno Libri, dal 2016 accogliamo e pubblichiamo poeti italiani contemporanei: alcuni hanno un curriculum consolidato, altri pubblicano con noi per la prima volta – Andrea Cati, fondatore di Interno Poesia, racconta il lavoro di scoperta che muove la sua casa editrice –. L’anno scorso abbiamo pubblicato Defrost di Diletta D’angelo, un’opera che era stata selezionata tra diversi manoscritti attraverso il Premio Ritratti di Poesia di Roma. Ma oltre a lei ci sono molti altri giovani: penso a Giulia Martini, Demetrio Marra, Dimitri Milleri. Come diceva Piero Gobetti all’inizio del Novecento, noi lavoriamo per scoprire autori alla prima opera. E in Italia questi autori non sono pochi».

Tra i riferimenti che ne hanno guidato la formazione e le letture, ricorda anche Vanni Scheiwiller che, con la casa editrice All’Insegna del Pesce d’Oro, ha fatto la storia della piccola editoria pubblicando grandi autori. «In una delle sue lettere rispose ad una signora scrivendo: “ogni giorno ringrazio Iddio per non essere un editore né obiettivo, né impegnato, né giusto: pubblico solo i libri che mi piace leggere e pubblicare”. Questo è ciò che cerco di fare nel mio lavoro».

Andrea Cati, fondatore della casa editrice “Interno Poesia”: «Immagino la casa editrice come una sorta di ideogramma cinese, per cui ogni autore va a colmare una casella con il proprio stile, tematica e sfumature: vogliamo essere editori plurali e far convivere una piccola società letteraria, che ospiti voci anche molti distanti tra loro».

«Immagino la casa editrice come una sorta di ideogramma cinese, per cui ogni autore va a colmare una casella con il proprio stile, tematica e sfumature. Non siamo uno spazio “militante” e circoscritto a determinate aree, ma editori plurali: vogliamo far convivere una piccola società letteraria che ospiti voci anche molto distanti tra loro».

Per il poeta Valerio Magrelli la definizione più autentica di questo genere letterario risiede proprio nella sua «biodiversità. Nella poesia c’è dentro tutto: il lamento, lo strazio, il divertimento, il non-sense, le capriole. La poesia rispecchia l’uomo e tutto quello che è uomo si ritrova nei versi». L’arco della sua attività poetica, che si protrae dall’esordio del 1980 sino ad oggi, permette di ripercorrere l’evoluzione e i cambiamenti dello scenario letterario: al maggior numero di collane di poesia presenti all’epoca si contrappone adesso una diffusione più ampia e a livello nazionale. Il dibattito è fecondo anche grazie all’opera dei social media, che diventano megafono per gli interventi di studiosi e critici. «Non rimpiango i tempi passati, però oggi è venuto meno lo spirito di famiglia culturale: non c’è più società letteraria, c’è un mercato letterario che riguarda la narrativa, ormai ridotta alle serie tv – spiega Magrelli –. In questo senso la poesia è al riparo, perché “fa di necessità virtù”: siccome non interessa a nessuno finge di essere casta».

Un segnale di speranza è quello che muove dalle numerose manifestazioni librarie che riscuotono un significativo successo di pubblico: Magrelli ricorda la tre giorni nazionale di Roma del giugno ’75 come il momento che ha innescato la rinascita della poesia. Da lì, «un rivolo: ogni incontro è vivo, pieno di curiosità, partecipe e questa è forse la vera e grande conquista».

«L’importante è che chi intende scrivere sappia anche leggere molto bene: chi ama la poesia deve innanzitutto amare quella che è già stata scritta e quindi dedicarsi alla lettura degli autori. Chi non lo fa evidentemente ama più se stesso della parola e questo non aiuta ad essere un poeta – Maurizio Cucchi, scuola milanese, appartiene alla generazione dei poeti nati all’indomani della guerra –. Il problema maggiore oggi secondo me è l’abbassamento della nostra magnifica lingua, che non è più creata dai parlanti, ma riprodotta passivamente attraverso gli stereotipi cattivi di un certo tipo di linguaggio della comunicazione. Quando ero giovane, il mio maestro Giovanni Raboni, esortava ad introdurre il parlato: i letterati dovrebbero impegnarsi nel compiere un’operazione sociale indispensabile a servizio della nostra lingua».

Lettore e autore di poesia costituiscono un binomio identitario inscindibile: non è possibile essere l’uno senza essere inevitabilmente anche l’altro. I poeti sono al tempo stesso i primi lettori di poesia, cui si affiancano gli appassionati di letteratura: un pubblico che rimane comunque «inferiore rispetto a quello che potrebbe», sostiene Cucchi. Andrea Cati delinea un identikit del lettore dettagliato, che restituisce un prototipo ben definito: non un lettore, ma una lettrice, mediamente tra i 25 e i 35 anni, residente in una città del Nord e iscritta all’università.

«Vorrei che la società si rendesse conto del valore della poesia: ciascuno dovrebbe essere indotto a seguire questa magnifica avventura della lingua», sostiene il poeta Valerio Magrelli.

«Vorrei che la società si rendesse conto del valore della poesia: ciascuno dovrebbe essere indotto a seguire questa magnifica avventura della lingua – continua Magrelli –. I temi che tratta, infatti, ci coinvolgono tutti all’interno del sociale e del mondo. E, in questo, tutto cambia e nulla cambia: siamo tutti dei prodotti storici, modellati dal contesto in cui ci troviamo». Cambiano i tempi e così l’ispirazione e così la poesia: «La poesia fa quello che vuole. Può parlare di ragazzetti che fanno i tuffi al fiume, come Sandro Penna; può parlare di etica civile, come Neruda; può parlare di una ferramenta – concorda Magrelli –. In questo sono contro le avanguardie che pubblicano manifesti e sollevano le tavole della legge: ti insegnano cosa devi fare e, per me, quella è la morte della poesia».

Una giornata mondiale dedicata ai versi, guida lo sguardo verso le zone marginali del panorama letterario laddove la poesia, Cenerentola delle arti e dell’editoria, è da sempre confinata e invita a superare le frontiere nazionali. Interno Poesia dedica il 30% delle sue pubblicazioni alla produzione straniera, classica e contemporanea, che merita uno spazio e favorisce la mescolanza di lingue e culture. «Se negli Stati Uniti chiedete a qualcuno cos’è la poesia straniera lui ti risponderà “cosa significa straniero?”. Nel mercato americano circa il 98% della produzione letteraria è autoctona: è orrendo questo specchiarsi in se stessi e non uscire mai da sè».

Liberare la metrica per liberare la società: l’apertura poetica nel mondo arabo

Un tentativo verso l’apertura è quello compiuto da Silvia Moresi, docente di Cultura e letteratura araba all’Istituto di Alti Studi SSML Carlo Bo di Bari, che attraverso la rivista Arabpop cerca di promuovere la conoscenza del mondo arabo, diffondendo le testimonianze dei suoi poeti, vecchi e contemporanei. «A differenza dell’Italia, in cui la poesia si accompagna ad una lettura quasi elitaria, nell’universo arabo costituisce invece un’espressione popolare e trasversale sia ai ceti che alle fasce di età». In questi Paesi la poesia è l’espressione di un desiderio di liberazione, che si manifesta anche a livello strutturale: dalla gabbia delle rigide regole della qasida, a metà del secolo scorso, la poesia si è liberata e aperta ad un processo di sperimentazione. I versi si sono mescolati alla musica e alle immagini, dando vita ai videoclip poem. L’arabo classico, da sempre lingua della letteratura, oggi si miscela all’ʿammya dei diversi Paesi: «questo accade per esempio in un bel progetto della poetessa libanese Zeina Hashem Beck, che ha creato i “duetti”, componimenti formati da due poesie, una in arabo e l’altra in inglese, i cui versi si alternano e che esistono indipendentemente ma anche in relazione tra loro. Chi comprende entrambe le lingue può ascoltare così anche un terzo esito, che nasce dall’intreccio dei due idiomi». «La vera poesia sfocia da una pulsione improvvisa, da un dolore, da una passione, e può diventare motore di cambiamento, prima personale e poi sociale».

Arte e politica: mondi opposti e complementari nell’opera di Wole Soyinka

La concezione di una poesia intersecata nella realtà politica e sociale appartiene anche a Wole Soyinka, nigeriano yoruba, una delle voci più potenti dell’Africa e primo premio Nobel africano per la letteratura nel 1986. A curarne l’opera in Italia è stata Alessandra Di Maio, a cui in dialogo l’autore ha confidato la sua tendenza ad «intervenire attivamente, in ambito letterario e politico, con la stessa misura di indignazione e di impegno, a favore di tutte le vittime delle atrocità che colpiscono i nostri simili, non importa dove avvengano». «Arte e politica sono complementari, si contraddicono, si ostacolano, si esasperano a vicenda, si fanno i dispetti e si serbano rancore. Si soffocano, si sabotano, ognuna delle due complicando le rivendicazioni e il senso di immediatezza dell’altra, entrambe contendendosi il primato, con la presunzione di essere la più urgente. Trasformano tutto il mio essere in una zona di guerra».

Per Magrelli, «insieme all’anno della poesia bisognerebbe ricordare anche quello della traduzione, perché non esiste una poesia italiana che non abbia conosciuto Goethe, o Mandel’štam, o Celan, o Shakespeare, o Donne. Quindi poesia vuol dire anche conoscenza dell’altro e l’unico ponte è la traduzione, costruito dal traduttore-pontefice».