“Troppo stanco per dormire, come Pellico mi metto a scrivere memorie su memorie per reprimere/ la voglia insoddisfabile di pormi dubbi irrisolvibili, circondato da un deserto di inquietudini”. Abbiamo parlato di Mondo Marcio e dell’ingresso dell’hip-hop italiano nel mainstream della musica italiana, ma facciamo ancora un passo indietro.

Torniamo al 1998, l’anno in cui due ragazzi di Verona, Andrea e Fabio, gettarono le basi per l’etichetta discografica indipendente che ha permesso di promuovere e diffondere i suoni e le canzoni di artisti oggi noti in tutta Italia, come Club Dogo, Fabri Fibra, Inoki, Marracash.  Insieme a loro, troviamo anche una sorta di padre putativo, Davide Bassi, conosciuto con il nome di Bassi Maestro, figura chiave dell’underground e autore di Foto di gruppo, forse la canzone più rappresentativa dell’intero panorama rap italiano e ancora oggi una delle più emozionanti  : un ritratto dei rapporti che mutano, delle persone che si perdono e degli amici che rimangono, ma anche delle perplessità e degli interrogativi che anticipano ogni nuovo inizio e ogni nuova sfida.

Proprio come quella che lanciò la VibraRecords alla fine degli anni Novanta:  scommettere che il rap potesse avere un valore commerciale e attrattivo anche in Italia, sostenendo una cultura autentica e stradaiola, che non scendesse a compromessi con il nazional-popolare e con la musica italiana a cui tutti, fino a quel momento, erano abituati, pubblico e addetti ai lavori inclusi  .

“VibraRecords è nata nel settembre del 1998 come negozio di dischi e materiale per dj e writers, ma in poco tempo siamo diventati dei piccoli distributori e successivamente etichetta discografica.  Quello che ci ha spinto è stata la motivazione di poter fare della nostra passione un business vero e proprio in un momento in cui in Italia al mercato dell’hip hop serviva un punto di riferimento serio ed affidabile, dato che i grandi distributori avevano bisogno di un interlocutore con il quale poter programmare e garantire una continuità nel flusso di lavoro  , che fino ad allora si era basato solamente su collaborazioni estemporanee direttamente con gli artisti, che erano molto difficili da gestire”, commenta Andrea Zanetti, uno dei due fondatori, nonché storico beatmaker conosciuto dagli amanti del genere anche con il nome di Dj Zeta.

Come avveniva la scelta degli artisti? Siete partiti subito con l’idea di produrre e promuovere artisti hip-hop? Quali erano i vostri primi obiettivi?

 La nostra passione è sempre stata l’hip-hop, di conseguenza non abbiamo mai pensato di produrre altro tipo di musica  . Tenevamo sempre gli occhi e le orecchie ben aperti e abbiamo cercato di produrre e distribuire quello che secondo noi era il meglio che artisticamente la scena avesse da proporre. Inizialmente, l’obiettivo era riuscire a fare in modo di rendere reperibili sul mercato musicale tutti quei titoli che si trovavano solamente in vendita ai banchetti fuori dalle jam o in pochissimi negozi di avanguardia musicale.

Tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila il rap era considerato un genere fortemente di nicchia. La sensazione che ho è che tra chi faceva rap si creasse un grande senso comunitario, collettivo e di fratellanza. Riascoltando alcuni album, mi sembra che ciò che muovesse gli artisti fosse soprattutto la passione e la condivisione. Trovi differenze con le dinamiche di oggi di concepire il rap?

 Oggi come allora le dinamiche sono sempre le stesse: tutti vogliono fare musica con passione e cercano di condividerla con chi sentono di avere più affinità e valori e/o interessi comuni  . Può essere che in quegli anni il concetto di fratellanza e coesione fosse più forte di oggi a livello generale. Penso però che i problemi personali, le invidie e i litigi ci fossero anche allora. Le antipatie ci sono sempre state e sempre ci saranno. La differenza consiste soltanto nel fatto che oggi qualsiasi cosa succeda, positiva o negativa che sia, viene esposta, riportata ed amplificata tramite i social media nel giro di qualche ora, mentre una volta, per conoscere quello che stava succedendo veramente, dovevi venirlo a sapere direttamente dalle persone interessate o da qualche loro amico stretto.

Uno degli album che ho ascoltato di più nella mia adolescenza è stato il tuo Zeta Duemila, in cui hai collaborato con Bassi Maestro e Fabri Fibra. Che cosa pensi, oggi, della scelta di Bassi di allontanarsi dal rap? E che cosa pensi invece del percorso artistico che ha intrapreso Fabri?

Proprio con Bassi abbiamo da poco stampato per la prima volta Zeta Duemila in vinile e mi sono potuto rendere conto, grazie ai tantissimi messaggi ricevuti, che tanti, come te, hanno amato tantissimo questo disco, e la cosa mi fa enormemente piacere.  Per quanto riguarda Bassi ci tengo a precisare che ha scelto di non fare più dischi come rapper, ma il rap fa parte di lui, rimane ancora una delle sue più grandi passioni e non smetterà mai di proporre dj set dal gusto hip hop. Ho interpretato questa sua decisione come la sua naturale evoluzione: a livello artistico sentiva di aver bisogno di nuovi stimoli e di nuove sfide  . Per quanto riguarda il percorso di Fabri Fibra, penso che lui sia e sia sempre stato un gradino sopra tutti dal punto di vista artistico, e credo che continuerà a esserlo ancora per molto tempo.

Quali sono stati gli album più importanti e rappresentativi del panorama del rap italiano, a cavallo tra la fine degli anni Novanta e gli anni Duemila?

Ce ne sono tantissimi. Se devo dirti quelli che io ho amato di più a livello personale ne scelgo quattro, in ordine cronologico: SxM dei Sangue Misto (1994), Foto di gruppo di Bassi Maestro (1998), Mondo Marcio di Mondo Marcio (2004) e Mr. Simpatia di Fabri Fibra (2004).

Qual è il tuo giudizio sul rap italiano di oggi e sulle evoluzioni che ha avuto a livello di produzioni? Ascolti la trap? Ti piace?

La qualità artistica in Italia si è alzata notevolmente negli ultimi anni, sia a livello di delivery che a livello di produzioni.  Soprattutto le produzioni, a mio parere, hanno poco da invidiare alla musica che arriva dagli Stati Uniti  . Ammetto che la trap non mi fa impazzire, però la ascolto e riesco comunque a trovare al suo interno qualche brano che, in fondo in fondo, mi piace.

Oggi di che cosa si occupa Dj Zeta?

Continuo a occuparmi di musica. Oltre all’attività di dj, faccio parte del team di A&R di The Saifam Group, la storica etichetta indipendente di Verona con cui collaboro dai primi anni Duemila   e che ha contribuito in maniera fondamentale al successo commerciale del catalogo di VibraRecords.

Siete orgogliosi di aver portato alcuni dei vostri artisti al successo mainstream? C’è stato qualche artista su cui puntavate ma che non ha ottenuto l’attenzione e il successo che meritava?

Fa sicuramente piacere sapere di aver contribuito ad aver lanciato sul mercato discografico italiano artisti che oggi sono costantemente ai primi posti delle classifiche di vendita.  Credo che tutti gli artisti che abbiamo prodotto abbiano raggiunto gli obiettivi che sia noi che loro pensavamo di poter raggiungere. Senza dubbio l’attenzione non è mai mancata a nessuno  . Per arrivare al successo penso però che contino tante altre cose che vanno ben oltre il valore artistico.