Fino al 12 febbraio, in Italia un caso di Coronavirus su cinque apparteneva alla cosiddetta “variante inglese”. A distanza di qualche giorno, probabilmente, molti di più. Come un certo numero di scienziati prevedeva, a un anno di distanza dall’esplosione della pandemia da Covid-19, il percolo con cui ci si deve confrontare è la mutazione del virus . Il dato che riguarda quella inglese è stato riportato da uno studio condotto dalle Regioni su richiesta dell’Istituto Superiore della Sanità e dal Ministero della Salute. L’indagine è stata condotta tra il 3 e il 4 febbraio, e riguarda 3.600 test positivi che sono stati analizzati per capire quanti di questi derivassero dalla mutazione inglese.

Come ogni virus, anche il Sars-Cov-2 è soggetto a variazioni che ne alterano il patrimonio genetico, modificandone la struttura semplicemente per sopravvivere ai diversi ambienti. Secondo gli scienziati, la variante VOC 202012/01 (è così che scientificamente si chiama quella inglese) è presente in Italia almeno dalla fine del mese di novembre 2020, ma pare essersi scatenata in tutta la sua violenza solo da qualche settimana . Inizialmente si è diffusa soprattutto nelle Regioni centrali, arrivando poi a espandersi lungo tutta la penisola: oggi sembra essere presente sull’88% del territorio nazionale, ma questo è un dato destinato ad aumentare.

Infatti, come riporta lo studio, si tratta di una mutazione più pericolosa della versione originale del Coronavirus non perché più letale ma perché molto più contagiosa . “Considerata la maggior trasmissibilità della variante studiata – si legge -, e considerato l’andamento in altri Paesi interessati precocemente dalla diffusione della VOC 202012/0, è prevedibile che questa nelle prossime settimane diventi dominante nello scenario italiano ed europeo. Nel contesto italiano in cui la vaccinazione delle categorie di popolazione più fragile sta procedendo rapidamente ma non ha ancora raggiunto coperture sufficienti, la diffusione di varianti a maggiore trasmissibilità può avere un impatto rilevante se non vengono adottate misure di mitigazione adeguate”.

La variante “inglese” del Covid dà filo da torcere a infettivologi, medici, governi. E, mentre si calcola la sua velocità di propogazione, le Regioni italiane più colpite, tra cui la Puglia, tentano faticosamente di correre ai ripari

Nelle scorse ore, lo studio è stato ripreso anche da Massimo Galli, direttore del reparto di malattie infettive dell’Ospedale Sacco di Milano, ormai da molti mesi volto noto nel racconto della pandemia. Secondo Galli, la Lombardia, la Regione italiana che per prima ha dovuto fare i conti col Covid-19, presenta un’incidenza della variante inglese tra il “30 e il 35%”. A suo dire, se il processo di vaccinazione non venisse accelerato, la mutazione “ci metterà poco a diventare dominante” . E i numeri sembrano dargli ragione.  A qualche giorno dall’uscita dello studio, alcune regioni italiane stanno presentando dei numeri importanti. Il 14 febbraio, in Abruzzo, nella sola Pescara, il 65% dei positivi era di variante inglese; in Campania il 25%. Al 16 febbraio, in Puglia, il 56% dei positivi appartiene a questa mutazione, presente in ogni provincia della Regione, con un picco nelle province di Brindisi (55,8%) e di Taranto (45,8%) .

Per provare a capirne di più ne abbiamo parlato con il Alberto Arboritanza, dottore di medicina generale di Bari.

Una delle regioni più colpite dalla variante inglese è la Puglia. Secondo lei perché e cosa non ha funzionato nei controlli?

Purtroppo è impossibile controllare la circolazione del virus se tutti cittadini continuano ad essere liberi di muoversi nelle grandi città. Dovremmo adottare il lockdown in tutta Italia per almeno un mese, non solo per abbassare il livello di contagiosità, ma anche per istruire nuovamente il sistema sanitario sul tracciamento delle varianti del Covid-19.In particolare la Regione Puglia, a mio parere, non ha attivato una sorveglianza sanitaria completa e la politica amministrativa è quella di fare pochi tamponi di massa . Questo porta ad un mancato controllo del virus, e quando questo accade – ormai la pandemia ce l’ha insegnato – dobbiamo ripartire da zero.

Per fermare la circolazione di questa variante del virus in Puglia, la Regione ed il governo centrale quali provvedimenti dovrebbero prendere in considerazione?

La linea da adottare è semplice e lo è stata sin dai primi mesi di pandemia. Fondamentale resta l’attività di tracciamento del sistema sanitario pugliese e dobbiamo capire che, se non viene rafforzata a dovere, visto che ci troviamo in un momento d’emergenza, il risultato sarà sempre negativo . Infine, come detto precedentemente, il numero di tamponi da fare ogni giorno deve più che raddoppiare per risultare efficace.

Ha notizie da suoi pazienti o pazienti di colleghi del ‘’fenomeno’’ di chi non vorrebbe essere registrato come positivo (asintomatico) dopo il tampone fatto per continuare ad andare a lavoro?

Vorrei essere sincero. I controlli qui in regione Puglia non esistono. Qui ognuno fa come vuol. Il dipartimento è notevolmente in affanno ed in molti casi totalmente assente. Non vorrei dirlo ma si salvi chi può.