Lasciarsi tutto indietro e salpare, respirando l’aria della libertà. Per decenni, milioni di  persone hanno attraversato Pacifico e Atlantico per vivere nella “terra delle opportunità”. Il sogno americano è incarnato da Lady Liberty, protettrice non solo dei suoi cittadini. La prima cosa che faceva era gridare “America” dalle navi cariche di migranti con valige di cartone e sogni da realizzare. Gli Stati Uniti del 2025 sono molto diversi dalla terra accogliente e senza limiti raccontata da Hollywood. Il tornado Trump non lascia vittime, ma superstiti.

Cosa accade ai diritti e alle libertà quando persino la democrazia più grande del mondo sembra pronta a voltare le spalle a loro? Il giornalismo lo sta scoprendo sulla propria pelle. Durante la terza giornata del Festival Internazionale del giornalismo, Betsy Reed, direttrice di The Guardian US, si è confrontata sul tema con Joel Simon, fondatore del Journalism Protection Initiative. Nel panel “Trump and the Press: What to Expect in the Second Term”, Reed ha evidenziato come, nel primo mandato, l’amministrazione Trump abbia tentato di incarcerare giornalisti, indebolire le leggi sulla diffamazione, escludere dalla Casa Bianca reporter scomodi e fare pressioni sui proprietari dei media per attenuare la copertura critica.

Come è successo nel 2018 a Jim Acosta, corrispondente dalla Casa Bianca per la CNN, a cui è stato revocato l’accredito dopo aver rivolto domande considerate sgradite dal presidente. Ma non è stata una questione unica e personale: a farne i conti è stata anche una realtà editoriale storica come The Washington Post. Durante la campagna elettorale 2024, per la prima volta dalla sua fondazione, il quotidiano non ha espresso l’endorsement per un candidato. Storicamente più vicino ai democratici, il Post di Bezos ha preferito non sbilanciarsi e ridurre così il rischio di ripercussioni in caso di vittoria repubblicana.

I media, in questo momento storico, sono sotto pressione. “Una delle lezioni che non abbiamo imparato dalla prima presidenza Trump è che quando c’è un leader forte e divisivo è difficile concentrarsi su altro. Il giornalismo dovrebbe raccontare le conseguenze di quello che i potenti fanno e non le loro dichiarazioni assurde”, ha spiegato Jason Rezaian, direttore of Press Freedom Initiatives al Washington Post. Mentre in tutto il mondo le testate locali affannano, i media nazionali seguono il copione che scrive qualcun altro. “Are we making news or making noise?”, provoca Can Dündar - ex direttore del quotidiano turco Cumhuriyet, perseguitato da Erdoğan. La domanda vuole scuotere le coscienze dei giornalisti, in particolare quelli che vivono sotto “regimi democratici”.

Agire o reagire, in questa scelta consiste il futuro della libertà di informazione. “Immaginate che la vostra casa stia bruciando – insiste Dündar – come potreste restare fuori a guardare? Il mondo dell’informazione sta bruciando, non possiamo limitarci a raccontarlo come se fosse cronaca. Se fosse casa mia, io cercherei dell’acqua, farei di tutto per spegnere le fiamme”. Dalle basi di diritto che sostengono la professione si alza un sottile filo di fumo. Da spegnere prima che l’aria diventi irrespirabile.