C’è una festa religiosa, in Italia, che è considerata tra le principali del mondo cattolico ed è capace ogni anno di attirare l’interesse e la curiosità di tantissime persone. È la festa di Sant’Agata, patrona della città di Catania dove, secondo la tradizione cristiana, ella nacque e poi morì, a seguito del martirio, il 5 febbraio del 251 d.C., all’epoca dell’ondata persecutoria dei Romani contro i cristiani. I catanesi le dedicano ogni anno una ricca festa che culmina tra il 3 e il 6 febbraio e che, nella sua suggestiva miscela di sacro e profano, esercita una grande attrazione turistica. «I tanti turisti che affollano in questi giorni le vie di Catania restano affascinati dalla grandezza di una festa che si distingue dalle altre feste patronali perché ad essere portata in processione non è una statua ma un busto con le reliquie della martire catanese», spiega la giornalista catanese Adelaide Barbagallo. Per lei, «raccontare la festa di sant’Agata è sempre molto emozionante» e lo fa da tanti anni per un’emittente televisiva locale. Negli ultimi anni, la trasmissione in web-streaming dell’evento ha rappresentato un ulteriore volano per la sua diffusione nel resto d’Italia e all’estero.
La partecipazione corale fa di questa festa la terza al mondo in termini di presenze nel panorama cattolico: in più occasioni, è stato avviato l’iter per chiedere il patrocinio dell’Unesco come patrimonio dell’umanità, dopo un primo riconoscimento, datato 2002, come “bene etno-antropologico” della città di Catania.
Chi arriva a Catania nei giorni di Sant’Agata non può non notare la quantità di cittadini, turisti e soprattutto devoti che riempiono dapprima la Cattedrale e poi le vie solcate dalle due processioni – del quattro e del cinque febbraio – che portano per le vie della città il busto e lo scrigno argenteo con all’interno le reliquie della martire catanese, trafugate dal generale bizantino Giorgio Maniace ma in seguito riportate a Catania il 17 agosto 1126. Una partecipazione corale che fa di questa festa la terza al mondo in termini di presenze nel panorama cattolico e per la quale, in più occasioni, è stato avviato l’iter per chiederne un (ulteriore) riconoscimento UNESCO come patrimonio immateriale dell’umanità, dopo un primo riconoscimento, datato 2002, come “bene etno-antropologico” della città di Catania. «I catanesi sono molto legati a Sant’Agata perché a lei vengono attribuiti diversi miracoli, tra tutti l’aver salvato la città da eruzioni dell’Etna fermando la lava», spiega Adelaide Barbagallo. «Ancora oggi sono molti i devoti che raccontano di aver ricevuto miracoli e grazie. Infine, la storia di questa giovane martire, la sua fede, il suo aver saputo resistere con coraggio alle torture, sono tutti elementi che affascinano e legano i catanesi a sant’Agata».
Questa devozione, come sottolinea la giornalista, «travalica i confini siciliani». Essa spinge molti catanesi fuorisede a tornare ai piedi dell’Etna per partecipare in prima persona ai festeggiamenti patronali. È il caso di Giuseppe Zampino, 38enne che dal 2014 risiede a Conegliano, in Veneto, dove lavora come ingegnere delle telecomunicazioni per un’importante azienda italiana. Anche quest’anno, Giuseppe torna in città per partecipare a tutti i momenti salienti della festa: dall’’Offerta della Cera’ del tre febbraio, alla ‘Messa dell’Aurora’ del quattro febbraio; dalla processione del “Giro Esterno” a quella del “Giro Interno”, i cui ultimi appuntamenti più sentiti sono la ripida salita di via di Sangiuliano – un tempo fatta di corsa, fino alla tragedia del 2004 – e il canto delle suore di clausura in via Crociferi, che in passato scandiva l’alba prima del rientro in Cattedrale. Eventi a cui Giuseppe partecipa indossando il tradizionale sacco – l’abito bianco che i fedeli indossano in segno di voto nei confronti della propria patrona – e con il quale lui prende parte al fiume di devoti che traina, senza mai lasciarli, i “cordoni” del fercolo. «La mia promessa è quella di essere quanto più buono e misericordioso verso il prossimo perché io dico sempre che ho avuto la fortuna di essere in salute e di vivere in una famiglia con dei sani principi, quindi cerco di aiutare le persone che vedo in difficoltà», racconta l’ingegnere, non senza un pizzico di commozione. Poi, prosegue: «Penso che Sant’Agata non chieda qualcosa in cambio ma vorrebbe che emulassimo il suo virtuoso esempio. Piuttosto che caricare un grosso cero o un grande mazzo di fiori, porterei una busta da dieci chili di spesa a chi, in questo periodo, non è in grado di arrivare alla fine del mese».
Il legame tra Giuseppe e Sant’Agata, oltre che personale, è anche familiare. Da un lato, come racconta il devoto, il suo voto è una prosecuzione dell’affidamento alla patrona fatto dalla madre quando era in dolce attesa. Dall’altro, il voto passa anche dalla nascita del proprio primogenito, avvenuta il 6 febbraio: «Neanche a farlo apposta, la data prevista del parto era il 5 febbraio, ricorrenza di Sant’Agata: quando l’ho saputo, un brivido mi ha attraversato la schiena. Il fatto che alla sua nascita tutto sia andato bene ha rafforzato il mio voto verso la Santa».
Giuseppe è da sempre molto impegnato anche nel far conoscere la festa: «A me piace raccontare aneddoti, storie e leggende di Sant’Agata. Spesso anche nella stessa provincia etnea non è detto che tutti sappiano la storia di Sant’Agata, le tradizioni e tutti i vari aspetti della festa». Dal Veneto, dove ha messo su famiglia, Giuseppe ricorda di aver portato gruppi di amici, rimasti entusiasti di quanto visto a Catania: «Spesso al Nord si ha l’idea che le feste patronali equivalgono alle sagre, almeno fin quando non le si vive di persona. A Catania noi diciamo che Sant’Agata è “il capodanno dei catanesi” perché per tre giorni tutta la città si ferma: negli uffici si sente spesso dire “rimandiamo a dopo Sant’Agata”».
La “divulgazione” della principale festività catanese fatta dal trentottenne nella sua “seconda regione” coinvolge anche la sfera culinaria, aspetto non secondario dei festeggiamenti agatini. «L’anno scorso ho preparato per i vicini un piattino con le ‘olivette’ di Sant’Agata, un dolce della tradizione che ricorda l’albero di ulivo che, secondo la leggenda, crebbe nel punto in cui la giovane martire si chinò per allacciarsi il sandalo lungo la strada che l’avrebbe portata sul luogo del martirio».


