Otto anni ad oggi, il corpo senza vita di Giulio Regeni veniva ritrovato in un quartiere del Cairo, in Egitto. Il ventottenne, dottorando all’Università di Cambridge, si trovava in Egitto per il suo lavoro di tesi sui sindacati egiziani. Sparito la sera del 25 gennaio 2016, è stato ritrovato nove giorni dopo.
Quei nove giorni sono stati un’enorme incognita che si snoda tra l’ultimo messaggio alla fidanzata Valeria, inviato alle 19.41 mentre Giulio stava uscendo di casa per raggiungere la fermata della metro El-Behooth, e la scoperta del suo cadavere sul cavalcavia che sormonta l’autostrada che collega Il Cairo ad Alessandria d’Egitto. Il suo era corpo evidentemente torturato, con numerose fratture e i denti rotti. Secondo l’autopsia italiana, Giulio sarebbe deceduto a causa della rottura del collo, apparentemente non accidentale.
Nonostante tutti i tentativi di depistaggio, con cui le autorità egiziane hanno in ogni modo cercato di infangare la memoria del ricercatore e di allontanare da sé ogni sospetto, si scava ancora per trovare la verità processuale. Dal finto documentario The Story of Regeni pubblicato nel 2021 su Youtube, alla conclusione delle indagini egiziane con la tesi che Giulio sarebbe stato rapito da una banda criminale, il cui capo si trovava però a cento chilometri di distanza, si è cercato di sostenere in tutti i modi che il ricercatore se l’era cercata, forse istigato dalla sua docente di dottorato di Cambridge. La versione ufficiale per le autorità locali è stata suffragata anche dal ritrovamento in un minivan di cinque corpi, identificati come i membri della banda che avrebbe rapito il giovane e che erano stati uccisi dalla polizia locale mentre cercavano di scappare da un posto di blocco. I media egiziani diffusero la notizia, secondo cui Giulio Regeni sarebbe stato rapito e ucciso da un manipolo di delinquenti che erano soliti sequestrare e torturare turisti stranieri per derubarli: così le autorità egiziane hanno dichiarato chiuso il caso. L’attenzione sulla vicenda, però, non si è mai completamente spenta.
Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International: «È la storia che più ha emozionato l’opinione pubblica italiana.»
«È la storia che più ha emozionato l’opinione pubblica italiana. Dal 2016 è stata sempre accompagnata da un grande sentimento popolare che non è mai cessato, sia nelle fasi in cui non accadeva nulla, sia, e soprattutto, nelle fasi in cui finalmente si è mosso qualcosa, e si è passati dalla parola chiave “verità” alla parola chiave “giustizia”». A parlare è Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International, che ripercorre con noi le ragioni per cui l’attenzione pubblica è stata e continua ad essere così alta. «C’è stata dall’inizio un’identificazione enorme, quel meccanismo classico del “potevo essere io”, “era uno di noi”, e questo ha fatto la differenza. Poi le persone si sono affezionate ai genitori, due persone straordinarie, che si sono messe in gioco con tutta la difficoltà di essere personaggi pubblici in un momento di lutto».
E non si può certo sostenere che la costante premura dell’opinione pubblica per il caso sia stata vana.
Il 20 febbraio si celebrerà la prima udienza del processo contro i quattro agenti egiziani della “National Security Agency” individuati come potenziali responsabili dalla procura di Roma
Perché questo è un anniversario diverso dagli altri? Perché il 20 febbraio si aprirà la prima udienza del processo contro i quattro agenti egiziani della “National Security Agency” individuati come potenziali responsabili dalla procura di Roma e dalla Commissione parlamentare di inchiesta che era stata istituita ad hoc per indagare il caso nel 2019. Si tratta del generale Tariq Sabir, dei colonnelli Athar Kamel e Usham Helmi, del maggiore Magdi Sharif, accusati di sequestro di persona pluriaggravato, concorso in omicidio aggravato e concorso in lesioni personali aggravate. Soggetti per cui era stato richiesto il rinvio a giudizio già nel maggio 2020, ma che finora non sono stati processati perché le autorità egiziane non ne hanno mai fornito l’indirizzo postale, proprio per impedire che venisse svolto un procedimento penale contro di loro. Infatti, nel nostro ordinamento non si può istruire un processo se l’imputato non risulta esser stato informato. È una condizione imprescindibile, perché garantisce il diritto di difesa e la piena realizzazione del contraddittorio, che è uno dei principi su cui si basa il nostro sistema giuridico.
Ora però si procederà. E non perché l’Egitto abbia deciso di collaborare con il nostro Paese, ma grazie a un intervento della Corte costituzionale, che ha introdotto una di eccezione a questa regola proprio per consentire di procedere comunque. Ovviamente, il fatto che si avvii un processo non implica automaticamente che vi sarà una condanna, dato che il nostro sistema la ammette solo in caso di prove talmente consistenti da non consentire alcun “ragionevole dubbio” sulla colpevolezza. Il quadro probatorio dell’accusa italiana è però fortemente mutilato per la mancata collaborazione dell’Egitto e ciò potrebbe compromettere l’esito del giudizio.
Lo riconoscono anche coloro che non hanno dubbi sulle responsabilità del governo egiziano, come Riccardo Noury: «Chiunque conosca la storia dell’Egitto ha subito capito di cosa si trattava, ma un conto è la sensazione degli esperti che sanno cosa accade in quel Paese e un conto è doverlo dimostrare in tribunale. Anche se dal mio punto di vista gli indizi sono molto solidi. Il fatto stesso che le autorità giudiziarie egiziane non abbiano mai collaborato e abbiano sempre protetto questi quattro imputati è un altro elemento che fa pensare che siano coinvolti».
Della stessa idea è la giornalista Laura Cappon, che ha vissuto a Il Cairo come freelance dal 2011 al 2015 e si è occupata da subito della vicenda: «Si deve tener presente che il fascicolo è stato costruito con delle indagini che l’Italia ha potuto svolgere solo in maniera molto parziale. Nelle carte degli inquirenti italiani c’è una verità a metà, perché in Egitto è difficilissimo indagare e le accuse si sono basate anche su prove che le autorità egiziane hanno dato a singhiozzo. E poi Italia ed Egitto non hanno un accordo di collaborazione giudiziaria e questo ha aiutato molto le autorità egiziane a contribuire come volevano loro, senza rispondere alle richieste italiane». Cappon non ha alcun dubbio sul coinvolgimento del governo egiziano nella vicenda: «Io sapevo che quello che era successo a Regeni era qualcosa che si riconduceva immediatamente a una responsabilità del governo egiziano. Decidere di far scomparire un cittadino del Paese che è il più grande partner commerciale europeo dell’Egitto, torturarlo a morte e far ritrovare il corpo in un fossato è qualcosa di talmente grande che non può che aver avuto un ordine dalle altissime gerarchie della dittatura». La convinzione della giornalista è suffragata dal fatto che Laura Cappon ha respirato in prima persona l’aria egiziana in quegli anni, successivi al colpo di stato del 2013 (che ha portato al potere Abdel Fattah al-Sisi, tuttora presidente), in cui avveniva una sparizione forzata ogni tre giorni di givani cittadini: «C’era un clima estremamente di terrore. L’Egitto è una dittatura che fa sparire nel nulla le persone e le tortura. E che ti tiene in galera senza motivo, solo perché sei un attivista che ha scritto un post». Del resto, le ragioni per cui Giulio è stato catturato si riconducono proprio ad alcuni suoi articoli critici nei confronti del governo locale e al suo lavoro di ricerca sui sindacati. E poi, qualche mese prima, le forze dell’ordine egiziane avevano arrestato un altro cittadino italiano: «Lui, però, è riuscito ad avvisare il consolato tramite il cellulare di un compagno di cella ed è stato rimpatriato senza grosse conseguenze, seppur dopo varie settimane di reclusione» aggiunge Cappon.
In ogni caso, per Cappon e per tutti quelli che hanno seguito il caso già solo il fatto che si celebri un processo è un traguardo: «È comunque una conquista: si accenderà ancor di più l’attenzione sul caso e gli imputati riceveranno un giudizio da parte delle autorità italiane. Poteva andare molto peggio, erano quasi riusciti a far cadere tutto nel vuoto anche in Italia.». Come si concluderà la vicenda resta ancora un’incognita, ma la speranza della famiglia e degli avvocati è che Giulio possa ottenere, finalmente, giustizia.
