Lirio Abbate è un giornalista siciliano, da anni impegnato nella lotta alla criminalità organizzata. Il rischio che il suo lavoro comporta lo ha portato a vivere sotto scorta. E’ anche uno dei cronisti che conoscono meglio Palermo. Prima della sua avventura professionale come giornalista d’inchiesta al settimanale L’Espresso, di cui è stato anche direttore, Lirio Abbate ha lavorato in Sicilia come cronista di nera e giudiziaria fino al 2008, ricoprendo il ruolo di capo-cronista per l’agenzia Ansa e di corrispondente per il quotidiano La Stampa. A lui abbiamo chiesto un ritratto inedito, “da vicino”, dell’ex super-latitante Matteo Messina Denaro.
«Matteo Messina Denaro ha sessant’anni e nasce come un allievo di Salvatore Riina. Ha mosso i primi passi nella malavita da adolescente, iniziando a sparare e uccidere a 18 anni e poi a trenta a mettere le bombe e fare le stragi. È praticamente cresciuto sulle ginocchia di Riina, insieme all’altro boss Giuseppe Graviano: ed è proprio per questo legame di filiazione che Messina Denaro, nonostante l’origine trapanese, è considerato un corleonese. Quando è cresciuto, il “Capo dei Capi” ha iniziato a condividere con lui la propria strategia terroristico-mafiosa di attacco allo Stato: Messina Denaro ha personalmente preso parte agli attentati di Falcone e Borselllino e piazzato le bombe nel ’93 a Roma, Milano e Firenze. Dopo l’arresto di Riina, il 15 gennaio di quell’anno, è stato lui a prendere in consegna l’archivio dei suoi documenti e per tutto questo tempo ne ha custodito segreti e confidenze. Con Messina Denaro la mafia si è trasformata: da sanguinaria e stragista ad invisibile e imprenditoriale. È una vera mafia 4.0, che gira con gli smartphone e fugge le intercettazioni.
Oggi Matteo Messina Denaro è un uomo che ha “switchato”, ha cambiato modalità: da stragista è diventato un mafioso imprenditore, trasformando una mafia prima sanguinaria in una invisibile e imprenditoriale. Ha investito i suoi capitali miliardari in attività di coperture, drogando l’economia legale e inquinando una libera concorrenza. Ha portato i suoi uomini nei consigli comunali e regionali e in Parlamento. È una strategia mafiosa condotta in maniera sotterranea e diversa dal passato: una mafia 4.0, che gira con gli smartphone e conosce le piattaforme con cui evitare le intercettazioni».
Per trent’anni Messina Denaro è sfuggito alla giustizia: come ci è riuscito?
«La sua latitanza è iniziata ufficialmente nel ’93, quando è stato fatto un primo ordine di custodia cautelare dopo che un collaboratore di giustizia lo accusava di omicidio, ma lui era già irreperibile. Sono trent’anni di latitanza, ma la sua ricerca è iniziata seriamente non più di 10/15 anni fa. Si è rifugiato, si è trasformato, ha cercato di rendersi il più invisibile possibile. Ha rifiutato la carica al vertice di Cosa Nostra – è soltanto il capo della famiglia mafiosa del trapanese – e cercato di mediare il rapporto con gli affiliati attraverso altre persone, senza incontrarli direttamente per il timore di essere tradito. Si è circondato di una rete di favoreggiatori, spesso incensurati e soprattutto professionisti, anche politici, che gli ha garantito silenzio e protezione. Sceglieva queste persone per la loro affidabilità: non lo hanno mai tradito perché lo ritenevano, almeno fino al 16 gennaio, un uomo forte. Nel frattempo lui si è goduto la vita in giro per l’Italia: è un viveur, un boss egoista che ha speso i suoi soldi pensando solo a se stesso. Ha sempre tenuto però come base un covo a pochi passi da casa sua, perché lì si sente più protetto».
Dal punto di vista processuale quale sarà l’iter che lo attende?
«Entra in carcere adesso per la prima volta nella sua vita con delle condanne definitive all’ergastolo per le stragi e per altri omicidi, anche di donne e bambini. Per il momento è quindi rinchiuso nel super carcere dell’Aquila, dov’è sottoposto al 41bis, il carcere impermeabile che serve a non far comunicare l’esterno con l’interno e viceversa. Bisogna capire se le sue condizioni di salute sono compatibili con il sistema carcerario oppure no. Per ora la sua prospettiva è di passare in galera il resto dei suoi giorni, ma potrebbe essere trasferito in una struttura ospedaliera carceraria». L’arresto di Messina Denaro indebolisce la mafia, ma non la sconfigge. Cosa nostra continua a cambiare ed è questo il problema: non sappiamo come sarà in futuro.
Cosa rappresenta la sua cattura oggi? E’ una conquista legata al passato o al futuro del Paese?
«Il suo arresto innanzitutto indebolisce l’organizzazione criminale, ma non la sconfigge. Oggi non conosciamo le figure di rilievo della nuova Cosa Nostra, che continua in maniera diversa da come l’abbiamo conosciuta. I duecento anni di mafia ci hanno insegnato che tutto si trasforma: l’unica cosa che purtroppo vediamo ancora è la sua esistenza».