La popolare canzone inglese “Rule Britannia” riflette bene la prospettiva di futuro che il primo ministro Boris Johnson aveva promesso al suo Paese una volta completata la Brexit: una Gran Bretagna globale in grado di svolgere un ruolo da protagonista sul piano internazionale e nel commercio mondiale. Il 2020 si era aperto in maniera positiva per l’inquilino di Downing Street che godeva di un forte sostegno sia in parlamento sia tra la popolazione per aver mantenuto la promessa di uscire dall’Unione Europea. Tuttavia poco tempo dopo hanno cominciato a farsi sentire i primi contraccolpi negativi ai quali si sono aggiunte le ripercussioni economiche causate dalla pandemia di Covid-19.

Messo di fronte alla possibilità di un’instabilità economica, il governo britannico ha iniziato a valutare la possibilità di siglare accordi commerciali con altri paesi. L’1 febbraio Londra ha presentato domanda di adesione formale al Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership (CPTPP), un’area di libero scambio che include 11 paesi che si affacciano sull’Oceano Pacifico dall’Asia Orientale all’America: Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam. Secondo alcune stime il CPTPP costituirebbe la terza area al mondo per volume di affari dopo il NAFTA (North America Free Trade Agreement, che comprende Canada, Stati Uniti e Messico) e il Mercato Unico Europeo.

Difficile analizzare una decisione che lascia spazio a molte incognite soprattutto in un clima di pesante incertezza economica sul quale pesano anni di profondo legame tra le due sponde della Manica. Questo dato viene sottolineato da Marco Lossani, professore ordinario di Economia Politica all’Università Cattolica di Milano, spiegando che «da quando la Gran Bretagna decise di aderire alla Comunità Economica Europea nel 1973, il paese si è sempre più integrato in termini di scambi di beni e servizi con l’Unione Europea al punto tale da diventarne il principale partner commerciale».

«Da quando la Gran Bretagna decise di aderire alla Comunità Economica Europea nel 1973, il paese si è sempre più integrato in termini di scambi di beni e servizi con l’Unione Europea al punto tale da diventarne il principale partner commerciale»

Secondo un rapporto del 10 novembre 2020 depositato presso la Camera dei Comuni del parlamento di Westminster, nel 2019 l’Unione Europea assorbiva il 43% delle esportazioni britanniche e copriva il 52% delle importazioni inglesi. In termini quantitativi, nel 2019 l’export del Regno Unito con il continente europeo equivaleva a 294,3 miliardi di sterline mentre le importazioni ammontavano a 373.5 miliardi di sterline. Questi dati rivelano un deficit inglese di quasi 80 milioni di sterline. Tuttavia se si analizzano i dati per singoli stati nazione si nota che il principale partner commerciale di Londra sul continente è la Germania (20,9% per l’import e 18,9% per l’export). Nel contesto europeo l’Italia è invece destinataria del 6,9% dell’export britannico e da sola copre il 6,8% dell’import.

Con l’interruzione di questo rapporto preferenziale, Boris Johnson ha dovuto cercare delle alternative commerciali trovando dei potenziali nuovi partner che almeno sulla carta possono risultare interessanti in termini di prospettive economiche. «Alcuni paesi di questo gruppo hanno relazioni storiche con la Gran Bretagna che rendono il commercio con Londra più semplice nonostante la distanza, ad esempio l’Australia» – spiega il professor Lossani – «Ci sono poi fornitori di materie prime come il Cile. Ma ci sono anche un paese tra i più industrializzati al mondo come il Giappone e altri emergenti come Vietnam e Messico che possono diventare potenziali mercati di sbocco per i beni inglesi o partner per la delocalizzazione delle attività produttive». Ma lo scenario potrebbe essere meno ottimista di quanto possa apparentemente sembrare: il professor Lossani sottolinea che «il volume complessivo di commercio che il Regno Unito oggi intrattiene con gli 11 paesi membri è circa un sesto di quello scambiato con l’Unione Europea». La conseguenza immediata di questo squilibrio sarebbe la mancata compensazione delle perdite causate dall’abbandono del Mercato Unico Europeo, ma anche qualora fosse possibile servirebbero decenni prima di raggiungere un grado di integrazione economica pari a quello di cui godeva Londra nei decenni precedenti la Brexit.

Alla luce di questi elementi la domanda di adesione al CPTPP sembra un tentativo di Boris Johnson per limitare i danni all’economia britannica, evitando di compromettere ulteriormente la sua figura già ampiamente criticata per l’iniziale sottovalutazione della pandemia. Al momento ci sono però solo cattive notizie per Londra sul piano economico. In primo luogo c’è l’attuale indisponibilità da parte dell’amministrazione Biden di siglare un trattato di libero scambio tra i due paesi atlantici (un obiettivo che l’attuale inquilino di Downing Street ritiene fondamentale per la sua strategia economica, considerando che gli Stati Uniti rimangono il primo partner commerciale nel mondo per la Gran Bretagna con il 21% dell’export e il 13% dell’import britannico). In secondo luogo il 10 febbraio scorso il Financial Times ha riportato la notizia che la borsa di Amsterdam ha superato per volume d’affari quella di Londra divenendo la prima in Europa.

Per i suoi sostenitori, la Brexit avrebbe aperto un periodo di grande prosperità per il Regno Unito finalmente libero dalla burocrazia delle istituzioni europee. Sebbene sia impossibile affermare con certezza se negli anni successivi questa previsione si avvererà, al momento l’unica certezza è un periodo di forte incertezza economica almeno nel breve termine. «Rule Britannia» sembra non essere ancora una realtà.