Oltre Atlantico è una serie in tre puntate con l’obiettivo di raccontare il 2020 statunitense facendo passare sotto la lente d’ingrandimento tre movimenti politici – presenti, in modo e misura diverse, anche in Italia – per esplorarne i fenomeni alla base e suggerire qualche risposta sugli scenari futuri. Quanto accade al di là dell’Oceano ci riguarda e l’indagine è un lungo viaggio lungo le rotte della nostra dipendenza culturale e d’immaginario, prima che politica, dagli States. La seconda puntata è dedicata al Lincoln Project.

Stavolta toccherà partire da un’immagine; più di preciso, da un dipinto. Racchiusi da una cornice, alcuni signori in primo piano ridono e bevono attorno ad un tavolo. L’atmosfera rarefatta sullo sfondo si rischiara man mano fino ad arrivare alle loro sagome. La prossemica e le espressioni del viso lasciano intendere l’esistenza, tra di loro, di un rapporto di stretta, distesa vicinanza.Facendo caso ai volti si può riconoscere l’identità dei protagonisti: George H. Bush, suo figlio George W. Bush, Ronald Reagan, Richard Nixon, Theodore Roosevelt, Dwight Eisenhower, Gerald Ford e – più in disparte – Calvin Coolidge, Warren Harding e Herbert Hoover. In mezzo a loro – ai presidenti repubblicani del ventesimo e ventunesimo secolo – siede Donald Trump, proprio di fronte ad Abraham Lincoln. Opera di un poco conosciuto pittore e dono di un deputato all’attuale inquilino dello Studio Ovale, al quadro, esposto in una sala della Casa Bianca, in molti si sono divertiti a fare le pulci, tra i democratici, ma non solo. Persino tra i repubblicani, qualcuno metterebbe volentieri una croce sopra – non soltanto in senso figurato – ad un ritratto raffigurante un egotico miliardario razzista a tu per tu col padre della patria uscito vittorioso dalla Guerra civile contro i confederati.

Il Lincoln Project nasce nel dicembre 2019 per opera di alcune personalità in passato impegnate in ruoli chiave all’interno del Partito Repubblicano: l’obiettivo è scongiurare una rielezione di Donald Trump alla Casa Bianca

Di cosa parliamo quando parliamo di Lincoln Project. Strutturato come un political action committee,il Lincoln Project nasce nel dicembre 2019 per opera di alcune personalità in passato impegnate in ruoli chiave all’interno del Partito Repubblicano, tanto nelle amministrazioni da esso guidate quanto nelle campagne elettorali da esso dirette: Steve Schmidt, John Weaver, Rick Wilson e George Conway. Di fatto fratello minore di Never Trump – movimento informale sorto durante le primarie repubblicane del 2016 per provare a sbarrare al miliardario la strada verso la corsa da capolista –, condivide con esso la propria ragion d’essere: l’obiettivo è di scongiurare una rielezione di Donald Trump alla Casa Bianca. A colpi di guerrilla marketing:il metodo d’azione consiste nell’acquisto di spazi pubblicitari su giornali, televisioni, radio e spazi d’affissione per diffondere advertising in grado di mettere alla berlina il Presidente su temi caldi dell’agenda politica, dichiarazioni controverse, scandali di ogni genere – insomma, sottolineandone la complessiva inadeguatezza rispetto al ruolo ricoperto. Per produrre contenuti e acquisire visibilità in maniera così massiccia i quattro fondatori hanno convogliato intorno al gruppo un ingente numero d’investimenti: secondo alcune stime, fino ad oggi sarebbero stati raccolti circa poco meno di 70 milioni di dollari tra piccoli e grandi donatori, in un flusso di cassa da impiegare tra virtuale – sui social network vanno fortissimo – e reale – le campagne sono calibrate a livello territoriale su alcuni stati-chiave, decisivi per cambiare gli equilibri. Nell’aprile 2020, il Lincoln Project rompe gli indugi e si schiera a favore del candidato democratico Joe Biden in vista delle imminenti elezioni presidenziali, previste per novembre.

Caso singolare all’interno di un sistema strettamente bipartitico? «Niente affatto» secondo Matteo Muzio, fondatore della newsletter Jefferson – Lettere sull’America e specialista di affari d’oltreoceano.«Malgrado la polarizzazione sempre più marcata del dibattito pubblico, non è raro assistere a disaccordi molto netti all’interno della stessa famiglia politica. La schiacciante vittoria di Franklin Delano Roosevelt nel ’36 indusse i suoi avversari a cercare interlocutori moderati in Parlamento al fine di mettere insieme una conservative coalition per porre un freno ai programmi previsti dal New Deal; l’approdo del Partito Repubblicano al conservatorismo libertario, avvenuto nel ’64 grazie alla candidatura di Barry Goldwater, agitò le acque tanto da convincere molti a preferirgli Lyndon Johnson; sul versante opposto, la conquista della candidatura alla presidenza di un esponente della sinistra radicale del Partito Democratico come George McGovern spostò un fiume di voti su Richard Nixon, il quale nel ’72 festeggiò la rielezione con il margine più ampio di sempre; nell’84 l’incapacità dei democratici di rispondere in modo convincente ad una leadership energica e definita come quella di Ronald Reagan fece comparire sulla scena i Reagan-democrats; allo stesso modo, nel 2008, ecco spuntare gli Obama-cons».Una simile tendenza – utile, sul piano istituzionale, ad assicurare la stabilità delle maggioranze parlamentari diversificandone la natura e a garantire, grazie all’adozione di policies, il rispetto dei programmi di governo – risalirebbe nientemeno alle convinzioni maturate dagli stessi Padri fondatori: «George Washington riteneva non dovesse essere lasciato spazio ai partiti nel sistema politico americano, per consentire ai cittadini massima libertà di scelta su singole personalità le quali, una volta elette, avrebbero dovuto cercare compromessi sugli specifici provvedimenti senza spirito di fazione. Nonostante il proposito iniziale sia stato disatteso con la nascita di grandi contenitori di segno opposto – sia per organizzare e controllare il voto, sia per accelerare il percorso legislativo – il motto ‘’country over party’’ rappresenta un’eredità rimasta intatta nel patrimonio comune».

Matteo Muzio: «Negli Stati Uniti il motto ‘’country over party’’ rappresenta un’eredità rimasta intatta nel patrimonio comune»

Un partito a propria immagine e somiglianza. Tanto a destra quanto a sinistra, negli ultimi tempi degli interessi generali non sembra più importare granché ad anima viva, meno che mai a Donald Trump. Spianatosi la strada verso i vertici del partito a suon di attacchi all’indirizzo della vecchia classe dirigente, il magnate si è curato ben poco di allentare la presa una volta divenuto front-runner repubblicano.La mancata distensione ha spinto parecchie personalità illustri ad inserire il proprio nome nella lista dei suoi detrattori: durante un discorso in occasione di una cena di beneficenza tenutasi nel giugno 2016, l’ex presidente George W. Bush si disse preoccupato per via della crescita di tre -ismi: isolazionismo, nativismo e protezionismo; meno ellittico il suo segretario di Stato durante il primo mandato, Colin Powell: nel 2016 indicò la propria preferenza per Hillary Clinton, mesi fa quella per Joe Biden; il senatore dello Utah Mitt Romney – già sorpreso a partecipare ad una marcia antirazzista organizzata da Black Lives Matter nello scorso giugno – ha annunciato di non aver votato per il candidato di quello stesso partito che lo scelse per sconfiggere Barack Obama nel 2012; quanto a John McCain – senatore dell’Arizona scelto per lo stesso compito nel 2008 –, nella fase terminale della sua malattia l’eroe di guerra rese nota la sua volontà di tenere lontano il Presidente dalle proprie esequie.Quali le ragioni di tanta e tale disapprovazione? «Una differenza imprescindibile va cercata nel bagaglio retorico e nel portamento ben poco presidenziale di Trump». Se, dal punto di vista della forma, è probabile che lo sconcerto degli alti papaveri del partito derivi da ciò, non è fuori dal mondo l’ipotesi per cui, dal punto di vista dei contenuti, molti di essi abbiano rabbrividito nel guardarsi allo specchio ritrovando il simile nel dissimile, soltanto in tratti più feroci e sguaiati: «Quanto alle politiche, vedo molta continuità in campo interno: vasto impiego di deregulation finanziaria e ambientale, nessuna intenzione di abolire la pena capitale, utilizzo di una legislazione migratoria restrittiva, ampio ricorso alle nomine di appannaggio conservatore come metodo d’influenza sulle decisioni delle corti federali.Pure in politica estera, il consueto rifiuto di un approccio multilaterale alle questioni globali è divenuto ancora più marcato, corredandosi di una linea di condotta – quella stabilita dal Presidente – più anomala e spericolata rispetto a quella dei predecessori».

Su quest’ultimo punto si gioca una partita cruciale, in quanto nella differenza di valutazioni risiede il disaccordo sull’attuale esperienza sovranista: tradimento di un’intera eredità oppure insolito proseguimento della tradizione? Il dibattito a riguardo è apertissimo e risolvere la questione diventerà dirimente in futuro. Di fatto, non tutta la vecchia guardia si è trovata ai ferri corti con Trump per essere stata rottamata: «Alcuni elementi, al di là dello stretto circolo presidenziale, hanno stabilito con esso una fruttuosa convivenza – basti pensare al capogruppo al Senato Mitch McConnell, all’ex speaker della Camera dei Rappresentanti Paul Ryan oppure, ancora, al capofila dell’ala più libertaria del partito Rand Paul». Va sottolineata però l’incostanza di Trump persino verso nel rapporto coi suoi collaboratori più stretti. Licenziato dagli incarichi di governo, più di qualcuno – una manciata, ma di peso: Rex Tillerson, Jim Mattis, John Bolton e persino Steve Bannon – ha riservato al Presidente critiche pubbliche severe quando non segrete parole di sprezzo poi trapelate alla stampa. In effetti, il turnover all’interno dell’amministrazione è stato continuo, ma quali i motivi che hanno portato Trump a perdere pezzi all’interno del suo entourage? «Il carattere del personaggio è spregiudicato, capriccioso, accentratore, ruvido: ambisce al controllo totale dell’ambiente intorno a sé, privilegia la fedeltà all’onestà, non fa segreto di servirsi di volta in volta di chi più gli faccia comodo al momento, preferisce sgretolare pezzo per pezzo la coesione di un gruppo pur di trasmettere un’impressione di efficienza personale – d’altronde, nasce come imprenditore e la sfera politica rappresenta soltanto il prolungamento degli affari privati con altri mezzi».Collidere o colludere; tertium non datur, non con lui.

Una repubblica federale fondata sul populismo. La formula – se mai ne è esistita una – rimane la medesima del 2016: scommettere sul malcontento, puntare sui forgotten ones e sperare di vincere – se non nel 2020, almeno nel 2024.In fondo, Trump possiede ancora un gradimento altissimo nella base del Partito Repubblicano (circa l’80% del totale) ed è riuscito, nelle settimane precedenti al voto, nell’impresa di staccare di parecchio il rivale democratico Joe Biden nelle percentuali d’iscrizione dei suoi supporters all’interno dei registri elettorali, passaggio obbligato in vista delle urne. In generale, si moltiplicano segnali in senso contrario a quanto desiderato dai fondatori del Lincoln Project. Portato a termine durante il doppio mandato di Obama e testimoniato in America’s great divide, accurato documentario realizzato da Micheal Kirk, lo slittamento del Grand Old Party sul piano inclinato dal punto x al punto y, dal conservatorismo compassionevole all’America first e dai circoli neocon alla compagnia di giro di Breitbart News sembra un processo irreversibile, ma come ogni evoluzione non ha avuto origine dal nulla: «Una corrente sotterranea ma robusta di conservatorismo paranoico è sempre esistita negli Stati Uniti – osservare singoli segmenti di storia recente aiuta ad accorgersene: il timore della minaccia comunista produsse il maccartismo negli anni Cinquanta, gli effetti della contestazione studentesca concretizzarono il trionfo della cosiddetta maggioranza silenziosa durante gli anni Settanta, la stagione del terrorismo di matrice islamista segnò il successo della destra religiosa all’alba del nuovo secolo».Addomesticata fino a poco fa, l’espressione di questi umori ha guadagnato consenso, trovando rappresentanti in vasto numero e facendoli arrivare in primo piano nella coalizione messa insieme da Trump, tanto da rendere impraticabile una rielezione nel caso in cui, per assurdo, il commander in chief decidesse di abbandonare tale strategia: «Non bisogna fraintendere certe brusche virate verso il centro: vengono praticate solo per conquistare specifiche porzioni di elettorato altrimenti inavvicinabile» conclude Muzio.

Marco Tarchi: «Ad oggi, il vero nemico del populismo è l’ideologia del politicamente corretto – di cui costituisce un sistematico contraltare – differenziandosi, in ciò, dalla destra tradizionale, soprattutto quella di impostazione liberale, la quale tende sempre più spesso ad inseguire, pur a debita distanza, la spinta progressista in atto da mezzo secolo a questa parte. In questo senso, esso rappresenta un’alternativa reale allo spirito del tempo presente».

Un’analisi attenta della natura di simili pulsioni richiede il rigore accademico di Marco Tarchi, professore di Scienza politica all’Università degli Studi di Firenze: «La retorica anti-establishment di Trump si abbevera fortemente al populismo. Quest’ultimo è una mentalità, fondata sulla convinzione secondo cui il popolo possieda naturali qualità etiche – realismo, laboriosità, integrità –, custodisca i veri valori positivi e sia costretto a far fronte ad oligarchie – politiche, economiche, sociali e culturali – inefficienti, corrotte ed ipocrite, capaci solo di perseguire i propri interessi e interessate a dividere ed opprimere chi sta in basso. Chi si definisce populista rivendica il primato del popolo come unica fonte di legittimazione del potere, al di sopra di ogni forma di rappresentanza e di mediazione».Trovatisi pericolosamente vicini in uno spazio politico troppo ristretto, gli avanzi della cultura conservatrice – illudendosi sulla possibilità di mantenere margini di autonomia – si sono fatti inglobare, seppur malvolentieri, nel blob limaccioso della cultura antipolitica dell’alt-right. «Ad oggi, il vero nemico del populismo è l’ideologia del politicamente corretto – di cui costituisce un sistematico contraltare – differenziandosi, in ciò, dalla destra tradizionale, soprattutto quella di impostazione liberale, la quale tende sempre più spesso ad inseguire, pur a debita distanza, la spinta progressista in atto da mezzo secolo a questa parte. In questo senso, esso rappresenta un’alternativa reale allo spirito del tempo presente». Ancora una volta, collidere o colludere: «In molte sue espressioni – un esempio: le proposte di politica economica, in cui fa spesso prevalere un’impostazione liberista – il populismo non configura nessun punto di svolta rispetto all’ordine vigente. Per questo può, o potrebbe, essere cavalcato anche da spezzoni dissidenti della classe dirigente».Eletto nel 2016 anche per via della stanchezza di molti americani per l’influenza delle dinastie politiche nella vita pubblica – i Clinton, gli Obama, i Bush – ecco allora Trump finire per crearne una nuova, utilizzando i membri della sua famiglia, in seno al suo partito, privato ormai di ogni dissidenza. Rapidamente asceso nel dibattito pubblico per via dei dubbi espressi sul certificato di nascita di Obama e inaspettatamente giunto al civico 1600 di Pennsylvania Avenue sull’onda dell’E-mailgate brandito contro la Clinton, riecco Trump stavolta cadere in rovina per un altro documento: la propria dichiarazione dei redditi, mai resa nota, sulla quale il New York Times ha di recente pubblicato un’inchiesta ricca di particolari compromettenti. È destinata a spegnersi in fretta la foga demagogica una volta fatto ingresso nella stanza dei bottoni, quando non si trovano più nemici e si deve prende atto della scarsità di capri espiatori da offrire in sacrificio.

Una destra che non esiste.Il curioso fenomeno dei conservatori contro Trump fotografa il malessere dei moderati – diffuso un po’ ovunque in Occidente – nel complicato esercizio di convivenza assieme ai sovranisti all’interno della parola destra – un senso di claustrofobia di fronte al quale qualcuno appare più disposto a scappare proprio dalla casa, dirigendosi, almeno per ora,  verso l’irregolarità e l’irrilevanza. L’ultimo in ordine di tempo ad aver provato a seguire in Italia le orme del Lincoln Project – con tutti i distinguo dovuti al caso – corrisponde al nome di Filippo Rossi. Ex firma del Secolo d’Italia e fondatore del festival Caffeina, Rossi ha presentato mesi fa la propria creatura, Buona Destra, nascita salutata, non senza fantasia, dallo scrittore Fulvio Abbate come l’arrivo sulla scena di «una destra cui poter finalmente prestare l’accappatoio». Tutto ha avuto inizio con una profonda sensazione di fastidio e con la scelta di testimoniarla, insieme al moto d’orgoglio successivo, in un pamphlet: Dalla parte di Jekyll. Manifesto per una buona destra, edito da Marsilio nel settembre 2019. «La crisi di rigetto è avvenuta nell’estate 2018, quando la Lega coabitava al governo con il Movimento 5 Stelle: il pensiero per cui un’intera parte politica dovesse appiattirsi sulle posizioni di Matteo Salvini pur di esistere mi sembrava inaccettabile. Tutta la fase di stesura del libro altro non è stata che la razionalizzazione di quel momento: ho cercato di elencare dieci valori fondamentali per una destra moderna e di definirne il significato. L’accoglienza del volume è stata positiva oltre ogni immaginazione: al di là alle recensioni, le presentazioni mi hanno portato in giro per tutta l’Italia, a contatto con tante persone convinte, come me, di quelle stesse idee. Da qui il progetto di dare vita ad un movimento politico» racconta Rossi.Il manifesto del partito – almeno per il momento più impegnato ad organizzarsi che impaziente di presentarsi alle elezioni – disegna il perimetro di una destra liberal-democratica, laica, patriottica, garantista, europea. E al Vecchio Continente più che al Nuovo s’ispira il giornalista: «Francia e Germania sono governate da Cdu-Csu e da En Marche, partiti piantati al centro dell’asse politico. L’anomalia di una destra appannaggio degli estremisti, semmai, è soltanto italiana». Malgrado tutto, per chi volesse scegliere il centrodestra italiano ci sarebbe almeno un partito votabile al suo interno, o no? «Certo, ma a mio avviso la destra liberale e moderata dovrebbe andare per conto proprio, rompendo con quella sovranista e populista, non alleandocisi. La deriva non è inevitabile né irreversibile».

In Italia, Filippo Rossi ha seguito le orme del Lincoln Project: «Il pensiero per cui un’intera parte politica dovesse appiattirsi sulle posizioni di Matteo Salvini pur di esistere mi sembrava inaccettabile. Il manifesto di un nuovo partito disegna il perimetro di una destra liberal-democratica, laica, patriottica, garantista, europea».

Per concludere. Da sempre l’incollocabilità di un centrista innervosisce gli appassionati dei colori accesi e dei toni forti, oltre ad esporre il povero malcapitato ad ogni genere di obiezione – scriveva il poeta inglese Alexander Pope «[…] in moderation placing all my glory / while Tories call me Whig, and Whigs a Tory» e occorre credergli, anche a distanza di tre secoli da quei versi.Se da un lato Donald Trump non ha risparmiato tuoni e fulmini contro i republicans in name only del Lincoln Project, venuti a rubare nel suo granaio, dall’altro è stata la giovane stella della sinistra socialista Alexandria Ocasio-Cortez ad inaugurare il fuoco amico verso i conservatori eretici, correndo ad avvertirli dell’inutilità del loro supporto alla recente vittoria democratica. Entrambe le affermazioni suonano più come auspici interessati che come resoconto della realtà dei fatti. Georgia e Arizona – stati di tradizionale appannaggio repubblicano – non sono passati dal rosso al blu grazie alle energie spese dalla nuova leva progressista. Di più, in molti nel Partito Democratico saranno chiamati a fare i conti nei prossimi mesi con un’amministrazione meno riformista di quanto si sarebbero aspettati: gli equilibri in Senato rimangono appesi al risultato delle elezioni suppletive in Georgia, in programma ad inizio gennaio, ma – anche ammesso si riesca a strappare un pugno di seggi – per raggiungere una comoda maggioranza parlamentare serviranno altri due anni e tutto dipenderà dalle elezioni di mid-term del novembre 2022. Fino ad allora, per evitare l’impasse sulla realizzazione del programma di governo, bisognerà mediare con la frangia moderata dell’opposizione – a patto che quest’ultima si decida a collaborare.Le prime vittime eccellenti del compromesso sarebbero proprio i provvedimenti più audaci, proposti dalla sinistra democratica guidata da Bernie Sanders: la rivoluzione, insomma, è ancora una volta rimandata a data da destinarsi. Da queste dinamiche il Lincoln Project non resta escluso perché nel frattempo, secondo indiscrezioni, dentro nel network si starebbe ragionando sulla possibilità di trasformarsi in una media company per pubblicare libri, produrre documentari, programmi audiovisivi e podcast. Palla al centro.

(continua)