Sport e politica, così diversi, così vicini. Basti pensare all’uso propagandistico che Mussolini fece delle due vittorie consecutive della nazionale italiana ai Mondiali di calcio del ’34 e del ’38 oppure a Jorge Videla, che sfruttò il mondiale casalingo del ’78, vinto poi in maniera sospetta proprio dall’Argentina, per celare i soprusi e le violenze della sua dittatura. Questo legame negli anni si è progressivamente consolidato ed oggi si è arrivati ad una nuova dimensione, dove lo sport, in particolare il calcio, ha ecceduto sé stesso, intrecciandosi consapevolmente con la politica, l’economia, la tecnologia, la cronaca. Ma esiste, o meglioesisteva, un Paese, la ex Jugoslavia, dove il rapporto tra calcio e politica era ancora più accentuato ed è per questo motivo che, solo ed esclusivamente in quella fetta d’Europa, può trovare una giustificazione l’inconcepibile domanda su cui si innesta il libro del giornalista Gigi Riva, L’ultimo rigore di Faruk. Una storia di calcio e di guerra, ambientato naturalmente nei Balcani. Prima di affrontare questo quesito è opportuno riavvolgere il nastro per contestualizzare la vicenda.

È il 30 giugno 1990: nell’afa torrida di Firenze si sta disputando il quarto di finale del campionato del mondo di calcio tra l’Argentina di Maradona e la Jugoslavia più forte di sempre, una generazione di giocatori talmente talentuosi da meritarsi l’appellativo di “brasiliani d’Europa”. Mentre il mondo intero è in festa per il grande evento, oltre il confine carsico gli impeti nazionalistici di ogni etnia stanno facendo vacillare i pali su cui si regge l’immensa palafitta costruita da Tito e abitata al suo interno da popoli molto diversi tra loro per cultura e tradizioni. La Jugoslavia era già una bomba ad orologeria, pronta ad esplodere.

L’incontro si complica subito per gli slavi, visto che alla mezz’ora del primo tempo l’arbitro espelle ingiustamente Sabanadzovic, che fino a quel momento era stato perfetto in marcatura su Maradona. Nonostante l’inferiorità numerica amplificata dal caldo atroce, i “Plavi” tengono botta, riuscendo a mantenere il risultato inchiodato sullo zero-a-zero fino alla fine dei tempi supplementari. Sarà dunque la lotteria dei rigori a decidere chi avanzerà in semifinale ed è qui che si consumerà il dramma di Faruk Hadzibegic, perno della retroguardia balcanica e protagonista del libro di Riva. Dopo un paio di errori per parte, tra i quali risaltano quelli delle due stelle più luminose – il Maradona dell’Est (Stojkovic) e il “vero” Maradona – sul punteggio di 3 a 2 in favore dell’Albiceleste, tocca a Faruk calciare il classico penalty da dentro o fuori: se segnerà si andrà ad oltranza, altrimenti saranno i sudamericani a gioire per il passaggio del turno.

Di fronte a lui si posiziona Sergio Goycochea, modesto portiere che si trova lì quasi per caso, avendo preso il posto all’ultimo del collega titolare, infortunatosi durante la competizione. In tali circostanze, si sa, il destino è spesso favorevole con il più debole dei contendenti e infatti il semi-sconosciuto portiere argentino intuisce la direzione del tiro di Hadzibegic e respinge la sfera, costringendo il nostro eroe, ancora ignaro di quello che accadrà da lì a poche settimane, ad indossare i panni del capro espiatorio di un qualcosa di più grande rispetto a una partita di calcio, per quanto importante possa essere. Ma perché capro espiatorio? Faruk non è certo il primo, e non sarà l’ultimo, a fallire un rigore decisivo. Baggio nella finale di Usa ’94, Trezeguet in quella di Berlino 2006, più recentemente Messi e Cristiano Ronaldo nelle semifinali di Champions League rispettivamente contro Chelsea e Bayer Monaco.

“Il rigore mancato di Faruk Hadzibegic  è trasvolato dal calcio, si è fatto mito, passaggio cruciale, è diventato maledizione dei Balcani, sostanza di un avverso destino annunciato”

Tutti sbagliano, anche i più forti, anzi soprattutto loro, forse perché sentono di avere sulle proprie spalle una responsabilità maggiore. “I loro errori però sono rimasti confinati nel recinto dei tifosi, nelle recriminazioni da bar, nel dispiacere per una festa mancata. Quello di Faruk no. È trasvolato dal calcio, si è fatto mito, passaggio cruciale, è diventato maledizione dei Balcani, sostanza di un avverso destino annunciato”. Già, perché poi è successo quello che tutti, tranne Faruk, probabilmente troppo innamorato della sua terra, si aspettavano. Nei Balcani è scoppiata la guerra fratricida più cruenta della storia e il Grande Stato Unitario Jugoslavo è caduto sotto i colpi delle spinte indipendentiste delle sei Repubbliche che lo costituivano.

E adesso sì che si può finalmente tornare alla fatidica domanda sulla quale si regge il libro in questione e che costringe il nostro protagonista a convivere con i demoni del suo passato:“E se Faruk avesse segnato quel maledetto penalty, cosa sarebbe successo?” “Si sarebbe potuto evitare tutto quello che è accaduto in seguito?”. Chissà, magari i rigori con l’Argentina avrebbero preso una piega diversa e in semifinale la pressione di vincere per forza il titolo in casa avrebbe potuto giocare un brutto scherzo all’Italia. E poi la finale, che è sempre una partita a sé, dove forse i tedeschi, forti della netta affermazione nella fase a gironi, sarebbero entrati in campo con troppe certezze . La nazionale jugoslava sarebbe quindi potuta diventare campione del mondo e forse gli slavi, sfruttando lo slancio di tale vittoria e il potere unitario del calcio, avrebbero ritrovato quel cameratismo, quel senso patrio, quell’orgoglio nazionale che avevano tenuto insieme sei diversi Stati per quasi cinquant’anni.

Ma per quanto sarebbe potuta durare questa apparente tregua?Per quanto l’euforia causata dalla vittoria del mondiale avrebbe potuto sedare l’odio tra serbi, croati, bosniaci? Tra ortodossi, cattolici e musulmani? È risaputo che il calcio, lo sport popolare per eccellenza, crei identità, fratellanza e appartenenza ma non è forse un po’ pretestuoso sostenere che possa modificare il corso della storia? Naturalmente lo è, c’è una distanza siderale che corre tra un calcio di rigore e il destino di un Paese. “È un abisso di senso frutto dell’epica che esaspera il potere dello sport, arrivando ad attribuire al calcio una funzione salvifica, a considerarlo un antidoto all’odio e alla guerra”.

Ciononostante, se ancora oggi, quando fa ritorno nella sua amata terra d’origine (vive a Parigi), otto ex jugoslavi su dieci che incontra gli rammentano quell’episodio, ripetendo quella cantilena che è oramai a tutti gli effetti un mantra, una ragione ci dovrà pur essere. Nella mente della gente quel rigore è diventato la causa ultima che stabilisce il rapporto esatto con l’effetto, il simbolo dell’implosione di un intero Paese. Persino le nuove generazioni, che non erano nemmeno nate nel 1990, non possono esimersi dal rivolgergli la fatidica domanda. “Anche loro si fanno portavoce, quando si trovano davanti al capro espiatorio, della narrazione popolare, in cui l’idolo delle masse ha il potere prestigioso, come un deus ex machina, di deviare o favorire l’ineluttabile”. Attenzione, nessuno glielo imputa, anzi più passa il tempo e più la benevolenza prevale sul rimprovero. “L’eroe soccombente è comunque eroe, Ettore non è meno valoroso di Achille”. Tuttavia, per quanto Faruk razionalmente e giustamente lo neghi, quel “se” ha lavorato, lavora e continuerà a farlo, tormentandolo in eterno. In fondo verrà sempre e solo ricordato per un maledettissimo errore e non per una più che dignitosa carriera, durante la quale si è fatto benvolere da compagni, allenatori e avversari, onorando le maglie dei club in cui ha giocato e soprattutto quella della sua adorata nazionale.

Essendo una credenza che non ha alcun fondamento logico, non può esserci una spiegazione razionale ad essa, ma, come detto poche righe sopra, esistono delle ragioni per cui nei Balcani la vicenda di Faruk è stata tramandata sotto forma di mito e ancora oggi sono in tanti a pensare che quel penalty avrebbe davvero potuto cambiare le sorti del paese.

Calcio e guerra nell’ex Jugoslavia. Innanzitutto in quelle zone è rintracciabile una cattiva attitudine al capro espiatorio, alla riduzione epica della complessità. Non a casonelle pagine conclusive del libro Gigi Riva, riflettendo sul tema della responsabilità individuale di fronte ai grandi accadimenti storici, effettua un calibrato parallelismo, salvate ovviamente le distanze, tra la vicenda del protagonista del suo romanzo e quella dell’irredentista serbo-bosniaco Gavrilo Princip.

Il giovane studente balcanico che uccise nel 1914 a Sarajevo l’Arciduca Francesco Ferdinando, reo di voler annettere all’impero austro-ungarico anche la Bosnia, fu infatti accusato di aver provocato, con il suo attentato, lo scoppio della Prima Guerra Mondiale. “Per timore di scomodare attriti tra grandi potenze troppo profondi fu chiaro, fin da subito, l’intento di addossare a Princip e agli altri attentatori un evento gigantesco e soverchiante. Fu più autoassolutorio concentrarsi sullo sparo di un ragazzo di 19 anni”.

Gigi Riva: “La sovrapposizione lessicale tra calcio e guerra è tipicamente jugoslava: il bomber spara una fucilata o un missile; una squadra assedia, assalta l’area avversaria, in trasferta si espugna il campo nemico”.

L’altro motivo per cui quel rigore è diventato sostanza del rimpianto è difficile da spiegare, lo si può comprendere solo vivendo in quella terra, a stretto contatto con le persone del posto, come fece l’autore del testo, all’epoca inviato di guerra per il Giorno. Gli slavi sono un popolo di sognatori, che attribuiscono davvero al calcio una funzione salvifica, un carattere religioso. Per lo scrittore bergamasco “il calcio è l’infanzia e l’infanzia è la Jugoslavia. Non costa niente sognare”. Solo qui ha un senso letterale quella sovrapposizione lessicale tra calcio e guerra, che altrove non trova riscontro. In effetti poi i due universi condividono lo stesso linguaggio: il “bomber” spara una fucilata o un missile; una squadra assedia, assalta l’area avversaria, in trasferta si espugna il campo nemico.Nei Balcani purtroppo le parole non sono stati gli unici elementi “intercambiabili” fra questi due mondi: per prima cosa molti dei miliziani che presero parte al conflitto provenivano dalle tifoserie delle squadre rappresentative delle diverse Repubbliche. Le curve degli stadi erano diventate il luogo privilegiato di reclutamento dei gruppi paramilitari.

Tra i vari capi ultras spiccava la figura di Željko Ražnatović, noto come Arkan, agente segreto della polizia jugoslava e leader della tifoseria della Stella Rossa di Belgrado. Pur non avendo una smodata passione per il “futbol”, assunse questo incarico per volere di Slobodan Milošević, con lo scopo di unificare le fazioni degli hooligans e trasformarli da gruppi anarchici a falange militarizzata.Riva introduce per la prima volta la sua figura nella cronaca della partita tra la Stella Rossa Belgrado e la Dinamo Zagabria, che si svolse al Maksimir, lo stadio dell’attuale capitale croata, il 13 maggio 1990, e che oggi viene considerata come il prodromo dell’imminente conflitto jugoslavo. Non furono le due squadre a fronteggiarsi, ma le tifoserie, serbi contro croati, con i primi capitanati da Arkan, che aveva organizzato la guerriglia senza trascurare alcun dettaglio. Il criminale serbo non è stato l’unica figura a cavallo tra i due mondi. Franjo Tudjman, colui che, spargendo sangue ovunque, guidò la Croazia all’indipendenza, fu fino a qualche anno prima il presidente del Partizan Belgrado, il club più forte di Serbia insieme alla Stella Rossa. Radovan Karadžić invece fu invece in qualità di psichiatra dal club sportivo FK Sarajevo all’epoca in cui Faruk giocava proprio per il Klub. Con gli anni la sua personalità e le sue idee mutarono drasticamente, divenne leader dei serbi di Bosnia e ordinò l’assedio di Sarajevo e molti altri eccidi, tra cui quello brutale di Srebrenica.Questi ambigui personaggi, principali responsabili della cosiddetta pulizia etnica, hanno usato il calcio, lo sport di gran lunga più popolare, come strumento per ottenere ed esercitare consenso e potere.

Persino gli stessi giocatori, i veri protagonisti della vicenda narrata da Riva, “hanno preso parte ad entrambe le partite”, perché “in guerra ciascuno può svolgere un ruolo, anche senza impugnare un’arma”. Zvonimir Boban per esempio, ai tempi in cui era il capitano della sua Dinamo Zagabria, si trovò immischiato nella famosa partita del Maksimir, considerata, come detto, il preludio della guerra che scoppierà poco più tardi. L’allora astro nascente del calcio croato si trovava ancora sul terreno di gioco, insieme ad alcuni compagni, per provare a calmare gli animi, quando, all’improvviso, la polizia, a maggioranza filoserba, cominciò a caricare i Bad Blue Boys, ovvero i tifosi della Dinamo, usando manganelli e gas lacrimogeni. “Zorro” in quei momenti concitati perse la lucidità e, nel tentativo di difendere un giovane compatriota, sferrò una ginocchiata contro un agente che lo aveva provocato, fratturandogli la mascella. L’immagine fu ripresa dalle televisioni di tutto il mondo e, oltre a costare a Boban una squalifica di sei mesi che gli fece perdere il mondiale italiano, divenne l’emblema del conflitto imminente. Il futuro campione del Milan di Berlusconi, usato poi da Tudjman come testimone per la sua campagna elettorale, spiegherà così l’episodio: “Ero un volto pubblico, ma ero preparato a rischiare vita, carriera per una causa ideale, la causa croata. Posso solo aggiungere che ho reagito a una grande ingiustizia, non si poteva rimanere indifferenti.

L’allenatore Sinisa Mihajlovic: “Per il mio Paese ho fatto molte cose. Una sola non ho mai fatto, al contrario di alcuni calciatori croati: mandare soldi per comprare armi”.

Sciovinismo di uguale intensità ma rovesciato rispetto a quello del serbo Sinisa Mihajlovic, considerato il più politico tra i calciatori. L’attuale allenatore del Bologna, nato a Vukovar, una delle città maggiormente devastate dalla guerra civile, era legato da una profonda amicizia ad Arkan e nel 2000, qualche giorno dopo la sua morte, gli dedicò un necrologio. Non se ne è mai pentito: “Lo rifarei, perché era un mio amico vero e un eroe per il popolo serbo. E io gli amici non li tradisco. Se nazionalista vuol dire patriota, amare la mia terra e la mia nazione, beh, io lo sono. Per il mio Paese ho fatto molte cose. Una sola non ho mai fatto, al contrario di alcuni calciatori croati: mandare soldi per comprare armi”. Sinisa difese anche Ratko Mladic, generale dei serbi di Bosnia e responsabile dell’assedio di Sarajevo e del genocidio di Srebenica: “Lo rispetto perché è un guerriero che combatte per il suo popolo”.

È vero che l’ambiente, il contesto in cui sono vissuti non ha aiutato: erano quasi costretti a prendere una posizione e poi, essendo giovani e popolari, venivano coinvolti e manipolati con molta più facilità. Bisogna trovarsi nelle situazioni, con le bombe che cadevano e il nemico alle porte, per capire veramente che aria tirava in quelle zone. Tuttavia se il fattore ambientale può essere una scusante, certe dichiarazioni, confermate anche a distanza di anni, sono inaccettabili.Come giustamente fa notare Gigi Riva nelle pagine conclusive della sua opera, il pensiero di Mihajlovic racchiude esattamente il germe nefasto del nazionalismo. “Quando uno dei “nostri”, anche il peggior criminale, è ai nostri occhi, per il solo fatto di essere dei “nostri”, migliore di chiunque degli “altri”, si retrocede nel cammino che la civiltà ha compiuto per considerare gli uomini uguali. Sinisa, col piglio vitalista da uomo che non ha peli sulla lingua, trascina dalle curve al campo quel concetto di appartenenza fino all’iperbole tribale”.

Con questo scenario appare dunque più chiaro il motivo per cui, nei Balcani, un rigore è diventato leggenda e simbolo dell’implosione di un Paese. Ed è proprio a causa delle contaminazioni tra calcio e politica appena illustrate che, nel suo libro, Gigi Riva ha deciso di mettere in parallelo, fino poi a congiungerle in una sola narrazione, la dissoluzione della squadra jugoslava e quella della sua nazione.Le partite disputate sul campo si fanno specchio della situazione politica conflittuale e del divario etnico mai colmato.

Il crollo definitivo delle due istituzioni coincide con gli Europei di Svezia del ’92, quando la selezione jugoslava fu estromessa pochi giorni prima dell’inizio dall’Onu, attraverso la Risoluzione 757 che prevedeva l’embargo totale contro Serbia e Montenegro quali responsabili della guerra in Bosnia. Proprio raccontando la tragica sorte che tocca alla Bosnia e le vicende che tormentano due suoi figli illustri, Faruk e il suo allenatore in nazionale Ivica Osim, protagonista e co-protagonista del romanzo,Riva fa capire al lettore che lo jugoslavismo e i suoi valori, sui quali si fondavano lo stato e la squadra di calcio, sono andati perduti. Entrambi infatti, come sottolinea l’autore, incarnavano alla perfezione lo spirito libero e multiculturale della loro Sarajevo, che all’epoca rappresentava il miglior esempio di Jugoslavia, sede delle meravigliose Olimpiadi invernali dell’84, meta per gli artisti e gli intellettuali che avevano qualcosa da dire, una città le cui vie erano trafficate da cattolici, ortodossi, musulmani ed ebrei. Quando nel 1992 la guerra esploderà anche in Bosnia, gli effetti saranno ancora più catastrofici, perché “la mescolanza da ricchezza si trasformerà in sciagura”; e persino due jugoslavisti doc come Faruk e Osim inizieranno a rendersi conto della fallacia degli ideali in cui avevano creduto sino a quel momento e sui quali avevano costruito la loro vita. Tutti e due, seppur a malincuore, dovranno dichiararsi sconfitti, dimettendosi da quella nazionale che tanto avevano amato e che, di fatto, non esisteva più.

Il valore del romanzo. Con questo testo,Gigi Riva ci ha regalato un vero e proprio romanzo che parla di sport, inserendosi a pieno titolo nel nuovo filone della letteratura sportiva. L’autore lo classifica nel cosiddetto genere della “letteratura del vero” poiché, nonostante il fulcro del libro sia una vicenda degna di un romanzo letterario, ogni notizia descritta è stata prima puntualmente verificata. In sostanza lo scrittore ha cercato di romanzare la storia con diverse tecniche letterarie, inserendo però solo elementi certi, frutto della sua esperienza giornalistica nei Balcani. Ha sì raccontato con grande perizia tecnica la cronaca degli avvenimenti sportivi del calcio jugoslavo, offrendoci splendidi ritratti dei suoi giocatori, ma soprattutto ha saputo collegare questa cronaca con le vicende storiche, con le differenze culturali, i conflitti etnici, religiosi e politici che hanno portato allo scoppio di quella sanguinosa e distruttiva guerra civile. Ne è risultato un affresco indimenticabile che rende testimonianza della sensibilità, della cultura, della profondità di analisi dello scrittore-giornalista.