In questo periodo ho sempre pensato che uno dei cinque sensi maggiormente colpito dal lockdown – dopo il tatto ovviamente – sia quello della vista. Il panorama contemplabile da ognuno di noi ha assunto le dimensioni rettangolari di una finestra. I più fortunati hanno potuto continuare ad osservare il mare, le montagne, il tramonto sulle colline; altri invece si sono dovuti accontentare del profilo grigio e sporco del palazzo di fronte. A me poteva andare peggio. Seppur in città, infatti, ho potuto comunque osservare, nei due mesi trascorsi, l’avanzata della primavera, con lo sbocciare dei fiori nel cortile condominiale e la crescita delle foglie sugli alberi nel parco al di là della strada. La televisione e Internet sono poi diventanti il nostro unico grande occhio sul mondo, vicino e lontano. Da un po’ di tempo però, ho iniziato a riflettere su quanto l’isolamento abbia impattato anche su l’udito, forse quel senso che più di tutti è strettamente collegato alla paura. Un pericolo invisibile lo si avverte infatti rizzando le orecchie, ascoltando con attenzione ogni minimo rumore che ci circonda. I suoni di questo mondo chiuso sono cambiati. Abbiamo iniziato a notare e a distinguere con attenzione le varie tipologie di sirene, di allarmi. Le canzoni e la musica hanno scandito per un po’ gli orari della giornata, il mezzogiorno così come le sei del pomeriggio, e un concerto di aspira polveri ha allietato ogni nostro sabato mattina. Anche il canto degli uccelli ci è sembrato più forte, a tratti fastidioso, perché in grado di ricordarci costantemente la natura che là fuori si risveglia.
Stuart Fowkes ha raccolto i suoni dal lockdown: «Volevo far comprendere ad ognuno di noi come il mondo ora stia “suonando” all’unisono».
Mi sono resa conto di non essere l’unica ad aver notato questo cambiamento quando per puro caso ho scoperto il progetto artistico #StayHomeSounds ad opera di Stuart Fowkes. Raccogliendo suoni del lockdown provenienti da tutto il mondo, questo sound artist di Oxford, ha pensato bene di documentare e «registrare per i posteri l’unicità della situazione che stiamo vivendo anche dal punto di vista sonoro». Ciò che ne risulta, visivamente parlando, è un vero e proprio planisfero digitale attraverso il quale ascoltare i rumori del nostro pianeta. «Volevo far comprendere ad ognuno di noi» racconta Stuart «come il mondo ora stia “suonando” all’unisono, attraverso la condivisione di storie e relazioni tra persone che vivono una situazione simile».
Centinaia di suoni differenti sapientemente catalogati per Stato, regione e città. La libera partecipazione al progetto ha permesso a Stuart di ricevere registrazioni eterogenee in grado di descrivere al meglio ogni diversa sfaccettatura sonora di questo particolare frangente. «Molte persone hanno deciso di partecipare inviandoci – e continuando ad inviarci – centinaia di suoni differenti: da quelli registrati nei luoghi un tempo affollati ed ora deserti, a quelli che riproducono il riemergere della natura, passando per i nuovi rumori che hanno caratterizzato i mesi trascorsi, come i flashmod sui balconi… ed ancora suoni di vita domestica, di malcontento sociale e di protesta».
Con un semplice clic sul tasto play è possibile intraprendere un vero e proprio viaggio, tra sensazioni e ricordi. Ascoltando ad occhi chiusi un audio intitolato “Lunch time in Le Marche”, è stato facile ritrovarsi, anche solo per quattro minuti, nel giardino di casa, tra il canto delle tortore e il fruscio del vento tra le foglie. Un’esperienza emotiva molto forte, riconosciuta anche dallo stesso Stuart: «Ho parte della famiglia in Italia, e ascoltare suoni registrati nelle sue vicinanze mi aiuta a sentirmi più unito ad essa. Scoprire poi che ci sono persone da tutto il mondo, dall’Argentina all’Australia, che stanno attraversando uguali problemi e momenti è davvero straordinario».
Nato da poco, #StayHomeSounds fa parte del più ampio progetto Cities&Memory, avviato nel 2014 con lo scopo di «remixare il mondo, un suono alla volta».
Nato da poco, #StayHomeSounds fa parte del più ampio progetto Cities&Memory, avviato nel 2014 con lo scopo di «remixare il mondo, un suono alla volta». «Solitamente – spiega Stuart – chiediamo agli artisti di registrare suoni e reagire ad essi artisticamente realizzando nuove composizioni, in modo da poter presentare non solo i rumori del nostro pianeta ma anche un mondo sonoro alternativo costruito dai ricordi, dal talento, dalle riflessioni e dalle esperienze personali». Con più di 4000 registrazioni e una copertura di oltre cento Paesi differenti, Cities&Memory permette una conoscenza di luoghi, ambienti più profonda, e maggiormente immersiva di una comune foto o cartolina. «Trovo sempre fantastico, aprendo le email al mattino, scoprire di essere riusciti a raggiungere persone dall’Islanda, dall’Iran, dall’India… è un successo incredibile!».
Difficile stabilire, tra quanto raccolto, un suono preferito, più caro. Ognuno, con la sua peculiarità, riesce a toccare diverse corde e suscitare un sentimento a parte. Tuttavia, ammette Stuart, «Non posso non sentirmi scosso e toccato nel profondo ogni volta che ascolto tutte le raccolte di applausi agli operatori sanitari, registrate spontaneamente in diverse località e allo stesso momento». E forse è proprio il semplice battere delle mani quel suono che, più di tutti, rimarrà inciso nella nostra memoria, rappresentando una ritrovata un’unità sotto la paura nei confronti di un comune male e la speranza di un ritorno ad una vita da vivere in maniera più consapevole.
Ascolta qui i suoni del lockdown #StayHomeSounds