Capace di evolversi adattandosi alle circostanze e agli usi, il linguaggio è sempre fedele termometro di un certo luogo in un dato momento storico.Mai come durante l’anno che volge al termine – segnato dai numerosi effetti dell’emergenza sanitaria – la comunità dei parlanti è entrata a contatto con una così ampia varietà di neologismi, utili ad indicare e riconoscere gli altrettanti cambiamenti in cui essa si è ritrovata coinvolta. Li utilizzeremo ancora per molto o li dimenticheremo con la stessa velocità con cui ne abbiamo imparato il significato? Non azzardiamo ipotesi. Meglio, invece, giocare con le parole, provando a mettere insieme le dodici più significative – una per ogni mese – per raccontarne il senso e le sfumature. Eccole, rigorosamente in ordine alfabetico:

Nel 2020 sono molte le parole della pandemia che hanno cambiato il nostro vocabolario quotidiano. Ci siamo divertiti a selezionarne una per ogni mese, e a offrirverle in un piccolo dizionario ragionato

  • assembramento m. [der. di assembrare]: moltitudine di persone all’aperto, affollamento, ammassamento. Chi di voi che sta leggendo ha mai usato questa parola prima della pandemia? Senza fare i timidi dai, siate sinceri. Ecco, tutti voi che avete alzato la mano, se mai doveste riunirvi in una piazza, fareste un assembramento. Abusata in ogni modo da giornali e tv, è diventata il simbolo della perdizione. Feste, movida, mezzi di trasporto, file al supermercato o al centro commerciale. Non importa chi siate o cosa facciate, se vi trovate in mezzo ad un assembramento siete nient’altro che dei peccatori. Anche perché il dizionario riporta il significato della parola come un «raggruppamento di persone con intenzioni ostili» che a dir la verità, esclusa qualche classica eccezione, difficilmente fa pensare ai fatti di cronaca ben noti nell’ultimo anno. In fondo la lingua italiana è ricca di parole e sfumature, si poteva forse scegliere qualcosa di meno asettico. E c’è anche da dire che all’inizio si era anche discusso se fosse assembramento o assemblamento, come se l’Italia fosse tutta una qualsiasi catena di montaggio.
  • autocertificazione f. [comp. di auto-certificazione]: dichiarazione firmata in foglio di carta semplice senza marca da bollo nella quale viene fatta una dichiarazione sotto la propria responsabilità. Prima se ne conosceva appena l’esistenza di questo documento. Un modo semplice per aggirare il mare della burocrazia. Semplice, no? E invece con la pandemia tutto si è complicato. Anche per uno spostamento minimo bisognava averla con sé. Il guaio era capire quale fosse la versione da utilizzare: i dati da inserire restavano in larga parte gli stessi, ma piccole variazioni erano sempre presenti. Come accorgersene? Solo con controlli giornalieri sul sito del Ministero dell’Interno. Per molti è stata ed è una compagna stretta, riposta nel portafoglio assieme ai soldi e alla carta d’identità. Alla fine tutti abbiamo trovato un nuovo lavoro: il compilatore di scartoffie. Ma la domanda è: ci sarà una nuova versione? Come dovremo riempire gli spazi? Incognite di questo anno trascorso tra le carte.
  • congiunto e s. m. (f. -a) [part. pass. di congiungere; lat. coniunctus, part. pass. di coniungĕre]: parenti. La parola compare per la prima volta, nella sua estrema ampiezza, lo scorso 26 aprile, all’interno del decreto che stabiliva tutto quanto fosse consentito durante la cosiddetta fase due. Dopo avvilenti settimane d’isolamento domiciliare, sarebbe stato possibile, tra le altre cose, tornare a fare visita ai propri congiunti. Da qui, giorni passati a brancolare nel buio: e chi sarebbero di preciso? Madre, padre ed eventuali fratelli e sorelle, senza dubbio. Nonni e nonne pure, ma con massima cautela. Fidanzati e fidanzate, certo. Amici, «se proprio sono veri amici e non è una scusa». In breve, i famigerati affetti stabili. Ecco, se proprio vale la pena sottolineare qualcosa a proposito della maldestra scelta delle parole di un’espressione burocratese fino al midollo, è la seguente: non esiste in natura niente di meno stabile di un affetto. Per di più in un’epoca in cui le relazioni diventano fluide e grande è la confusione sotto il cielo riguardo al nome da applicare sopra i molteplici e sfaccettati modi in cui un rapporto finisce per essere declinato dai suoi protagonisti. Insomma, ancora divieti per tutti coloro che, appesantiti dalla quarantena, erano impazienti, appunto, di ehm… congiungersi. Portassero pazienza, non è un Paese per libertini.
  • coprifuoco m. [composto da coprire fuoco che si ispira al modello francese couvre-feu]: può indicare l’usanza medievale per cui, a una determinata ora della sera, gli abitanti di una città erano tenuti a coprire il fuoco con la cenere per evitare incendî oppure il segnale (suono di campane o altro) con cui s’intimava il coprifuoco. Un’altra accezione del termine è il divieto straordinario di uscire durante le ore serali e notturne imposto dall’autorità per motivi di ordine pubblico, in situazioni di emergenza. Siamo stati abituati a sentire questo termine nei racconti dei nostri nonni, quando ricordando i lontani anni della guerra ci facevano immaginare persone che sgattaiolavano furtivamente nel buio della notte segnalati da torce e sirene. In altri casi invece, il coprifuoco ha caratterizzato quasi la totalità delle discussioni fatte in età preadolescenziale con i nostri genitori, che il più delle volte si concludevano con «stasera non esci, domani c’è scuola!». Certamente, nel 2020, non ci saremmo mai aspettati che tornasse prepotentemente nelle vite di un intero Paese. Per ottenere un ottimo coprifuoco aggiungete: ricordi di infanzia, ironia tagliata sottile, timore e intimidazione quanto basta, un gruppo di ragazzi che abitano nello stesso comune di provincia con molti film di spionaggio sul curriculum e con abbondante voglia di trasgredire e, infine, adrenalina. Et voilà.
  • dad sigla di Didattica A Distanza locuzione s. f.: insegnamento impartito tramite sistemi telematici. Il 2020 ci ha fatto scoprire la tecnologia, ed è tutto merito della Dad. Nient’altro è che la didattica a distanza – ma chiamarla per acronimi fa più figo – eppure il dover stare forzatamente a casa ci ha obbligati a dover fare i conti con la modernità. Computer in ogni stanza, iPad, cellulari, persino il boom delle webcam, e questo soltanto grazie alla famigerata Dad. Certo, a dir la verità ci ha anche fatto capire come il nostro paese sia estremamente in ritardo da questo punto di vista, tra strumenti della preistoria in classe e bande di connessione da terzo mondo. Ci ha anche fatto capire però come in realtà sia speciale la scuola, con le sue ansie, le sue paure, le prime amicizie e le merende in compagnia. Ci mancava tutto, anche il ravanare dentro lo zaino per non incrociare lo sguardo di un prof. prima di una interrogazione. Oggi basta coprire la webcam, o togliere la condivisione video. Davvero poco nostalgico. Adesso però scusate, ma mi sta iniziando un corso di Photoshop. In Dad, ovviamente.
  • distanziamento locuzione s. m.: azione di natura non farmacologica per limitare la diffusione di una malattia contagiosa. È stata la risposta immediata alla pandemia, il modo più semplice perché tutti contribuissero alla lotta contro il virus. Un atto di responsabilità, ma anche di sofferenza. Tutti dovevamo stare lontano almeno un paio di metri non solo dagli sconosciuti per strada, ma anche tra i parenti dentro le mura domestiche. Distanze quando si parla, quando si è tavola… In certi casi era anche comico che tutti prendessero il metro per misurare al millimetro la distanza esatta tra i banchi a scuola e i posti a sedere nei locali. Ma il dramma non è mai scomparso: niente abbracci, strette di mano o pacche sulle spalle. Famiglie, amici e fidanzati costretti a vedersi da lontano, consolati solo dal pensiero di tutelare la salute dei propri cari. Questa distanza è anche crudele: lentamente sembra ridursi, ma all’improvviso torna ad aumentare spegnendo ogni speranza e ferendo più di una lama rovente.
  • dpcm sigla di Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, usata anche come s. m. inv.: atto amministrativo emanato da un ministro della Repubblica Italiana – in questo caso dal capo del governo – nell’ambito delle materie di competenza del suo dicastero. Secondo alcuni, il termine possiede un plurale irregolare: per indicare più dpcm si userebbe il termine dittatura sanitaria. Una simile controversia conferma una certa incontentabilità di noi italiani in situazioni d’emergenza e non: se la risposta dello Stato riguardo un dato problema arriva in modo tempestivo, probabilmente non si è tenuto in debito conto il parere dell’assemblea legislativa; se si procede rispettando le procedure previste dai regolamenti di Camera dei Deputati e Senato della Repubblica, probabilmente la risposta dello Stato non arriverà con la rapidità che invece ci si aspetta. Regola d’oro, utile per qualsiasi stagione politica: «mai e poi mai svilire il ruolo del Parlamanto».
  • lockdown m. inv. [fon. lɔ́kdawn]: protocollo di emergenza che impone restrizioni alla libera circolazione delle persone. Per tutto il 2020 non si è potuto più circolare se non motivi davvero impellenti (salute o lavoro non svolgibile da casa). Una misura che ha trasformato le case di milioni di persone in un rifugio e allo stesso tempo in una prigione. Queste restrizioni si sono riflesse anche sull’economia e hanno portato alla chiusura di tutti i servizi non essenziali. Poi l’andamento variabile della pandemia ha aggiunto una variante nuova: la numerazione. La gente ha iniziato a numerare i lockdown che venivano imposti uno dopo l’altro, un conteggio che rievocava drammaticamente il conto delle guerre mondiali. Questo atteggiamento non era privo di significato a causa dell’impossibilità di poter fare qualcosa e muoversi per motivi diversi dal fare la spesa. I lockdown ci hanno assimilato a naufraghi alla deriva in mezzo ad una tempesta: non sappiamo quando ne usciremo e possiamo solo evitare che la nave affondi.
  • movida: f., spagnolo [participio passato di mover «muovere», quindi «mossa, movimento»]: può indicare, in Spagna, negli anni ’80 del Novecento, il clima sociale e culturale tornato vivace dopo la fine del regime franchista.  In un’altra accezione per lo più scherzosa, invece, si indica la vita serale e notturna di una città, con riferimento specifico a quella delle città spagnole, note per la loro animazione nelle ore tarde. Questo termine si è fatto spazio nel 2020 con un po’ di ritardo. Abbiamo dovuto aspettare i mesi più caldi per trovarlo sulle bocche di tutti. Indica, per sua natura, una cosa bella, un clima di festa, di socialità e proprio per questo l’abbiamo trasformata in un termine dispregiativo. Quando ormai la seconda ondata di contagi si poteva scorgere chiaramente all’orizzonte, la catena di “scarica barile” a cui abbiamo assistito, ci ha portati a riscoprire questo termine sotto una nuova veste: la viziosa e irresponsabile vita notturna dei giovani dopo le 18:00. Un mondo sconosciuto, tetro, composto da alcol, droghe e virus, troppi virus, ma soprattutto il Covid-19.  Movida era una parola quasi dimenticata, la si poteva trovare solo ricoperta di naftalina negli armadi delle nonne insieme al termine moroso. È proprio vero che la moda torna, ma in questo caso avrei preferito perdesse il treno.
  • resilienza f. [der. di resiliente]: in psicologia, strategia di adattamento intelligente al dolore che consiste nella capacità di riorganizzare la propria vita a partire da un trauma. Negli ultimi dodici mesi la legittimazione del termine è stata – ahinoi – definitiva e forse irreversibile. Prima riservato a pochi illuminati depositari di un sapere superiore, pian piano divenuto di uso comune, infine inserito nientemeno nei documenti ufficiali del governo italiano. La parola si presta ad un’interpretazione sensoriale: ogni qual volta viene pronunciata nell’aria si stende a volute l’odore pacchiano dei bastoncini d’incenso venduti a buon mercato in certi negozietti new age; è tanto simile, per gusto, all’avocado – insapore, esangue, però à la page quindi buono per forza e a prescindere; alcuni la avvertono al tatto sotto forma di prurito insistente, soprattutto alle mani; si presenta sgradevole alla vista come un tatuaggio volgare sulla pelle di una ragazza bellissima. Breve aneddoto: un pomeriggio, durante la prima ondata, di ritorno a casa dal supermercato, ho assistito ad una scena. Poco lontano da me, un uomo sul marciapiede chiedeva ad un conoscente appollaiato sul suo balcone: «Come va?». «Resistiamo» – la risposta dell’altro. Capito, lettore? Resistenza. Adesso va’ e non peccare più.
  • ristoro: s. m. [derivato di ristorare]: anticamente o letteralmente è un compenso, risarcimento. Può anche indicare l’azione di ristorare le forze del corpo o quelle dello spirito, il fatto di ristorarsi o di venire ristorato; esempi: il rdel cibodel sonnodel riposordalle fatichedai travaglidal maleaveretrovarericevere r.; dareporgereoffrireconcedersi r. Si avvicina il Natale e non potevamo non nominarlo: il ristoro. Il ristoro tanto agognato da Maria e Giuseppe che, infine, hanno trovato presso la famosa grotta, al freddo e al gelo, in compagnia del bue e dell’asinello. Un sistema di riscaldamento un po’ grezzo che oggi avrebbe fatto perdere stelline sulle recensioni, ma che a quel tempo bastò per dare alla luce Gesù, ristoro dello spirito per milioni di credenti. Nessuna di queste due accezioni, però, è quella in cui ci siamo imbattuti quest’anno. Decreti-ristoro, politica dei ristori, ristori economici non hanno nulla a che vedere con il conforto, l’aiuto, il sollievo. O forse qualcuno pensava di sì?
  • smartworking locuzione s. m. inv. [fon. smɑːtwɜːkɪŋ]: flessibilità prevista dalla legge all’interno di un rapporto di lavoro subordinato finalizzata ad incrementare la produttività e a facilitare il lavoratore nelle sue esigenze personali – secondo il dizionario Treccani. Grazie ad essa, una giornata lavorativa può oscillare all’interno di una forbice aperta tra le canoniche otto ore quotidiane stabilite per contratto e tutto quanto il ciclo di veglia dell’organismo vivente. Per abbandonarsi senza più timori al nuovo metodo di lavoro diventa necessario dimenticare gli intervalli, non formalizzarsi sul dress code, essere pronti a sacrificare l’intera esistenza sull’altare delle proprie mansioni o, in alternativa, cominciare a familiarizzare con l’antica illustre sentitissima tradizione nazionale dell’assenteismo. Purché si tengano spenti telecamere e microfoni — presentandosi in riunione in semplice presenza e puro spirito, smaterializzati e fantasmatici –, il lavoro da casa può accompagnare il lavoratore durante la toeletta mattutina, il pranzo, ogni coffee break, la siesta pomeridiana o, se preferisce, la pausa coito. Mai però fare troppo affidamento sulla tecnologia perché gli inconvenienti restano dietro l’angolo. Modernità sì, ma con juicio.