Claudio Trotta, 63 anni, è il primo produttore e organizzatore di concerti musicali a cui viene assegnato l’Ambrogino d’Oro. La sua Barley Arts, fondata nel 1979, è una delle più importanti e longeve aziende indipendenti promoter di eventi dal vivo d’Italia e nel mondo. Un riconoscimento significativo, assegnato proprio nell’anno più complicato di sempre per il mondo dello spettacolo.
Stiamo uscendo da un anno drammatico, che ha riguardato anche gli eventi dal vivo. Come si è sopravvissuti al 2020 e come pensa che sarà il 2021?
La fine del 2020 significa poco, perché penso che il 2021 sarà anche peggio. La penso così perché, fin dal primo momento della problematica che stiamo attraversando, la mia sensazione è stata quella di una coincidenza astrale per l’umanità, non fortunata, con una mediocrità diffusa a livello internazionale della classe politica che governa l’Occidente. Noi stiamo vivendo e vivremo per il 2021 una situazione dove la politica temo continui a dimostrare palesemente la propria inadeguatezza, e che insieme alla mediocrità dei media rappresenta la problematica principale . Abbiamo acconsentito a tagli sanitari scellerati nella maggior parte del mondo occidentale, a parte in Germania e in alcuni paesi scandinavi. Il mix devastante di questi tagli criminali e insensati di cui è responsabile la politica a livello nazionale e locale, e di cui è responsabile anche la cittadinanza che lo ha acconsentito, con il comportamento di media che hanno raggiunto il minimo storico dell’incompetenza e della volgarità e che hanno spettacolarizzato il dolore e la paura, ha generato una situazione senza una via d’uscita democratica e che consenta a imprenditori, cittadini, giovani, un futuro libero, indipendente, identitario, sociale, culturale, condiviso. Quello che stiamo vivendo è una crescente modalità di richiesta di limitazione delle basi della vita sociale che non arriva più solo dall’alto, ma dal basso: questa è la cosa più drammatica, inquietante e devastante del momento che stiamo vivendo. La nostra civiltà ha messo ormai da tempo, molto prima del Covid, al secondo piano l’attenzione per gli esseri umani, per la natura, il rispetto per la terra e per le condizioni umane di lavoro. Nello stesso tempo, la grande massa, travolta dai miti televisivi, di successo economico e di bellezza fisica, non si è accorta di quale vita stiamo vivendo. Politica e mezzi di comunicazione hanno generato un cul-de-sac da cui non se ne viene fuori. Pensare che il vaccino possa mettere tutt’apposto è irrazionale. Il pensiero che si possa sopravvivere da casa, rinunciando alla condivisione, alla cultura, alla scuola, alla giustizia, significa predisporre le nuove generazioni a una vita non reale, ma soltanto virtuale.
“Per un milanese ricevere la medaglia d’oro dell’Ambrogino è come per un attore ricevere un Oscar. La mia storia è intimamente legata a Milano, la città dove sono nato e dove vivo. Milano mi ha dato tanto e a mia volta ho dato tantissimo a Milano, per me è il posto che mi ha permesso di riuscire a vivere dei sogni”
Ma a livello personale e professionale, come si è comportato?
Per quanto mi riguarda, su un piano affettivo e personale, ho continuato a fare quello che ho sempre fatto nella mia vita. Ho continuato a nutrirmi quotidianamente dell’armonia verso le persone e la natura, sfruttando il piacere di ascoltare musica, leggere un libro, guardare un film. Lo devo fare virtualmente quando non mi viene acconsentito di farlo realmente. Da un punto di vista professionale, ho continuato a mettermi a disposizione del mondo a cui appartengo, quello dello spettacolo e della cultura, ovverosia alimentando quotidianamente l’equilibrio di un popolo, di una famiglia o di un nucleo di amici . Ho cercato di alimentare le modalità per stare insieme, per fare spettacolo, sia al chiuso che all’aperto. Su questo versante, è un totale fallimento perché, in questo momento, nessuno parla di riaperture. A tal proposito, lo streaming non è un’alternativa, perché non ha nulla a che vedere con l’essenza della rappresentazione musicale e teatrale, che necessita di una presenza fisica delle persone. Si sta parlando soltanto di assistenzialismo, bandi e di come portare a casa dei soldi per sopravvivere. Ci sono milioni di persone nel mondo che lavorano in ambiti totalmente fermi e che non possono vivere economicamente soltanto sui ristori per tutta la vita. L’unica alternativa sarebbe quella di diventare tutti dipendenti di Amazon, delle società di delivery, oppure fare i tabaccai, i farmacisti o lavorare nei supermercati. La priorità dovrebbe essere pensare a come tornare a vivere tutti insieme, convivendo con un virus che sta ammazzando delle persone proprio come lo fanno il cancro, l’Aids, la miseria, il disboscamento, l’inquinamento selvaggio. Questa paura irrazionale di morire, come se la morte non facesse parte della vita, ci sta uccidendo lentamente .
Che cosa consiglia di fare a chi vorrebbe comprare il biglietto di un grande concerto attualmente fissato per la prossima estate? Gli conviene acquistarlo oppure gli toccherà la trafila dei rimborsi o dei voucher?
Penso che non ci sia alcuna possibilità che nell’estate del 2021 ci siano concerti o avvenimenti di massa negli stadi o negli autodromi. Sarà però un diritto di tutti tornare a vivere con una dimensione diversa. La stragrande maggioranza nel mondo di eventi, spettacoli e concerti, vanno da zero a tremila persone, non da tremila a centomila. Nell’immaginario collettivo i grandi eventi rappresentano qualcosa di irrinunciabile e incidendo nel fatturato delle società che li organizzano gli permettono di avere una posizione di dominio, ma si tratta di una rappresentazione errata: il focus non è quando si potranno di nuovo fare i grandi concerti, ma quando dovremo ricominciare a fare quello che rappresenta il tessuto quotidiano della nostra vita . I grandi concerti sono un’eccezione, penso invece che si debba tornare nella tarda primavera del 2021 a riempire teatri e sale da concerti, stare in mezzo alla natura, nelle arene, nelle piazze delle città, con intelligenza, attenzione, protocolli da rispettare. Ma è indispensabile cominciare a parlarne adesso.
Che cosa ha caratterizzato la sua carriera di produttore e organizzatore di spettacoli? C’è stato un filo conduttore alla base della proposta di artisti di cui ha prodotto e organizzato concerti e festival?
Alla base c’è un fattore semplice: non ho mai usato la parola mercato. Ho sempre cercato di privilegiare il coraggio, la sfida, il desiderio di far conoscere a più persone possibili quello che pensavo fosse far giusto conoscere. Non ho mai privilegiato una scena musicale piuttosto che un’altra, ma le ho attraversate tutte . Amo e ho amato organizzare concerti con 40 persone, così come gli Ac/Dc a Imola, il Campovolo di Ligabue, tutti i tour di Bruce Springsteen. Alla base di tutto ci deve essere il rispetto per chi partecipa e per chi lavora nel mondo dello spettacolo. Per quanto riguarda i generi, credo di aver contribuito a creare la scena heavy metal in Italia, con il Monsters of Rock e con i primi concerti di tutti i più grandi gruppi hard-rock. Ho alimentato la scena roots, folk e blues, dal Milano Blues Festival a Irlanda in Festa. Ho creato la scena in Italia dei festival rock con le modalità anglosassoni, con Sonoria dal ’94 al ’96, introducendo più palchi, più artisti, più generi musicali. Ho anticipato l’attenzione a una ristorazione di qualità. Il fil rouge è stato quello di continuare a sperimentare e anticipare. Certo, molte volte ho preso delle mazzate, altre volte non ho raccolto i frutti economici della mia visione. Penso però di aver aiutato a professionalizzare un ambito che negli anni Settanta non era così tanto professionale.
L’assegnazione dell’Ambrogino d’Oro è una grande soddisfazione. Che significato ha per lei? Qual è il suo rapporto con Milano?
Per un milanese ricevere la medaglia d’oro dell’Ambrogino è come per un attore americano ricevere un Oscar. La mia storia è intimamente legata a Milano, la città dove sono nato e dove vivo. Milano mi ha dato tanto e a mia volta ho dato tantissimo a Milano, per me è il posto che mi ha permesso di riuscire a vivere dei sogni. Non è una città semplice, negli anni Ottanta è stata anche la Milano da bere e di un discutibile PSI. Ho vissuto tutte le stagioni, senza mai far parte del sistema, senza aderire a nessun schieramento politico. Dell’Ambrogino mi hanno entusiasmato le motivazioni per cui mi è stato assegnato, sulla base della mia costante necessità di essere un Davide contro Golia.
C’è un evento che ha organizzato di cui è particolarmente orgoglioso?
Nel libro Kitchen Confidential Anthony Bourdain sosteneva che non esiste il cibo perfetto. Nello stesso modo, non credo che esista la canzone perfetta, il disco perfetto, il film perfetto o il concerto perfetto. In ogni minuto della nostra vita noi siamo qualcosa di diverso. Per citare Bob Dylan e Walt Whitman, noi siamo una moltitudine. Catalogare, inscatolare qualcosa come l’evento perfetto non è nei miei cromosomi. I ricordi sono tanti e le modalità di gioia sono tante: sono stato felice come un bambino il 4 maggio del 1982 al Rolling Stone di Milano quando Ry Cooder ha cominciato il concerto. Il triennio di Sonoria, con più di 140 artisti diversi di tutti i generi, non è stato felice dal punto di vista economico, ma per me è stato uno dei momenti più alti della mia vita. Sono sempre felice a tutti i concerti dei Cure e di Bruce Springsteen .